grandi lavori - la sfida bim

Accelera la valanga «Bim». Ma la richiesta per i cantieri è ancora limitata

di Mauro Salerno


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Milano. Il cantiere dove sorgerà la Città della salute (Fotogramma)

3' di lettura

Partita da sei mesi, la valanga Bim (Building information modeling) che promette di investire con una carica di innovazione anche il refrattario settore delle costruzioni italiano non è destinata a fermarsi. Anzi, più passano i mesi più la diffusione dei nuovi strumenti di gestione informatica, condivisa, di progetti e cantieri è destinata ad ampliarsi. Non si tratta solo di un adeguamento inevitabile a ciò che chiede il mercato e all’obbligo che l’impresa di qualunque settore ha di stare al passo con gli sviluppi tecnologici.

In questo caso gli step sono (anche) definiti passo per passo dal decreto del ministero delle Infrastrutture n. 560 del primo dicembre 2017, che ha introdotto l’obbligo di utilizzo degli strumenti di Building information modeling per la progettazione, costruzione e gestione degli appalti pubblici.

Il primo scalino è stato superato a gennaio di quest’anno. Da allora il Bim è obbligatorio per la gestione di tutte le opere pubbliche di importo superiore a cento milioni di euro. Non che ce ne siano state moltissime. In questo primo scorcio del 2019 si possono contare sulle dita di una mano: Città della Salute e nuovo sistema di segnalamento della linea 2 del metrò a Milano, nuovo polo universitario di Grugliasco a Torino.

Molte stazioni appaltanti sono però andate oltre gli obblighi di legge, provando a sperimentare i vantaggi dell’utilizzo del Bim anche per opere di più piccola dimensione. D’altra parte, la strada tracciata impone che di anno in anno la soglia minima si abbassi sempre di più. «È una rivoluzione da cui non si torna indietro, non fosse altro perché imposta dall’internalizzazione: basta mettere il naso fuori dall’Italia per capirlo», commenta Pietro Baratono, provveditore alle opere pubbliche di Lombardia e Emilia Romagna al vertice della commissione che ha varato le norme sul Bim.

Questo non significa che non sarà un’operazione complessa e densa di rischi. Il principale è quello che le stazioni appaltanti si limitino a chiedere un “Bim di facciata”. «Al momento la grande richiesta di servirsi di strumenti Bim riguarda soprattutto i servizi di progettazione – dice Baratono –. Sono invece pochissimi i bandi che chiedono di gestire in Bim anche i cantieri e questo potrebbe aver nascosto tutta una serie di problemi. Primo tra tutti il fatto che molte Pa, che pure chiedono progetti in Bim, poi non sanno bene come usarli nella fase di appalto dei lavori». Una situazione destinata a cambiare in fretta.

Tra sei mesi – dal primo gennaio 2020 – l’uso delle tecnologie di modellazione informatica diventerà obbligatorio anche per la realizzazione delle opere pubbliche di importo superiore a 50 milioni. Dal primo gennaio 2021 si scenderà a quota 15 milioni. Questo significa che, tra meno di due anni, in base ai dati Cresme l’obbligo comincerà a riguardare centinaia di appalti ogni anno (sono 273 i bandi oltre 15 milioni pubblicati nel 2018). La rivoluzione si completerà nel 2023 quando – dopo il passaggio che nel 2022 imporrà l’uso del Bim per tutti gli appalti oltre la soglia Ue di 5,5 milioni – si arriverà a progettare e realizzare in Bim anche le opere più piccole, quelle di importo superiore al milione di euro.

Nel frattempo, dovrebbe aver preso corpo anche la commissione che, in base al decreto, avrà il compito di monitorare l’impatto delle nuove regole sul mercato. Una stampella soprattutto nei confronti delle amministrazioni, anche contro i rischi evocati da Baratono. La commissione dovrebbe infatti valutare «le difficoltà incontrate dalle stazioni appaltanti in fase di applicazione» del decreto, proponendo gli interventi idonei per superarle. A nominare la commissione dovrà essere il ministero delle Infrastrutture, con un decreto di cui però non si è ancora avuta traccia.

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