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Acciaio, in Europa il virus aggrava la crisi (mentre la Cina risorge)

Consumi siderurgici a picco nel Vecchio continente. E ora anche un rincaro delle materie prime, frutto in gran parte della ripresa delle acciaierie cinesi

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

Consumi siderurgici a picco nel Vecchio continente. E ora anche un rincaro delle materie prime, frutto in gran parte della ripresa delle acciaierie cinesi


4' di lettura

In Cina l’acciaio si è lasciato alle spalle lo shock da coronavirus: la produzione siderurgica è ai massimi dell’anno. Ma in Europa non c’è ancora nessuna schiarita sul settore, nonostante il graduale ritiro delle misure anti-contagio. La crisi sta anzi diventando sempre più profonda.

Mentre i consumi interni e i prezzi di vendita non riescono a risollevarsi, la concorrenza straniera è tornata a fare paura. E i costi di produzione – dal minerale di ferro all’energia – stanno salendo, in parte proprio a causa del colpo di reni della Cina. Così nel Vecchio continente l’industria siderurgica, invece di accelerare il passo dopo il lockdown, arretra ancora.

ThyssenKrupp, colosso dell’acciaio con oltre due secoli di storia, ha annunciato in questi giorni che cercherà di disfarsi di qualunque asset nel settore, compresa l’Ast di Terni. Negli stabilimenti ex Ilva ArcelorMittal sta fermando ulteriori impianti, denunciano i sindacati.

La situazione non è rosea nemmeno nel resto d’Europa e anche gli Stati Uniti stanno soffrendo. E con la crisi si risveglia la tentazione di erigere barriere commerciali sempre più robuste. Donald Trump è tornato ad alzare la voce con Pechino, mentre nel Vecchio continente Eurofer ha chiesto alla Commissione Ue di rafforzare le misure di salvaguardia.

L’associazione delle imprese siderurgiche europee intravvede la possibilità di una ripresa dei consumi nel settore delle costruzioni nella seconda metà dell’anno. Ma per l’automotive – già in crisi prima del coronavirus – non ha le stesse speranze: «Ci vorrà del tempo prima che nuovi ordini si traducano in nuove consegne, viste le persistenti difficoltà nei trasporti e nella supply chain», afferma Eurofer.

Anche Moody’s è pessimista: le vendite di nuovi autoveicoli continueranno a calare, prevede la società di rating, con una contrazione che rischia di essere del 30% in Europa occidentale e di un quinto a livello globale.

Con l’arrivo della pandemia non solo i consumi, ma anche la produzione europea di acciaio è crollata: nel pieno del lockdown si sono fermate 18,9 milioni di tonnellate di capacità, più che in qualsiasi altra regione del mondo, afferma S&P Global Platts, e con la Fase 2 gli impianti sono stati riavviati solo in minima parte.

La cautela è comprensibile, con i prezzi che continuano a scendere e gli ordini che non ripartono. Le imprese consumatrici avevano già concordato le forniture di acciaio per tutto il secondo trimestre quando è esplosa l’emergenza coronavirus e ora molte stanno cercando di rinviare le consegne, sostiene la società di ricerca Meps: al momento si registrano poche transazioni e c’è riluttanza ad impegnarsi perché «i compratori hanno bisogno di una visione più chiara della futura domanda prima che le normali procedure di acquisto possano riprendere».

L’incertezza è tale che WorldSteel, l’associazione mondiale della siderurgia, ha deciso di rinviare da aprile a giugno la pubblicazione dell’outlook semestrale. Ha comunque anticipato che «più a lungo dura il lockdown, più grande sarà il danno alle supply chain e più sarà difficile avere una ripresa rapida».

Difficile essere ottimisti, visto che la domanda di acciaio è strettamente correlata alla crescita economica: per molti Paesi la recessione è ormai una condanna certa.

Solo gli stimoli messi in campo dai governi potrebbero fornire un sostegno ai consumi di metalli. Ma per la siderurgia l e iniezioni di liquidità delle banche centrali rischiano di non bastare in assenza di piani mirati, in particolare per lo sviluppo delle infrastrutture.

È proprio questo il segreto della Cina. Pechino, come aveva fatto anche nel 2008-2009, ha accelerato l’apertura dei grandi cantieri dando via libera tra gennaio e aprile alla costruzione di nove aeroporti per un totale di 14,1 miliardi di dollari, il 55% degli investimenti dello stesso tipo che aveva approvato nell’intero 2019, scrive S&P Global Platts. Hanno avuto luce verde anche 13 progetti ferroviari e altri 8 sono in attesa: si tratta di 3.641 km di rete, il 61% di quella realizzata l’anno scorso. Tirate le somme, significa 19,56 milioni di tonnellate di acciaio.

Venerdì 22 a Pechino si riunirà il Congresso nazionale del popolo e potrebbero essere deliberate ulteriori misure di stimolo all’economia.

Nel frattempo le acciaierie sono già risorte. La produzione dei grandi impianti cinesi ha raggiunto 2,1 milioni di tonnellate, il massimo dell’anno secondo Argonaut. E le scorte di metallo nella settimana al 15 maggio sono diminuite del 34% a 17 milioni di tonnellate.

Come sempre quando si muove il gigante asiatico l’effetto sui prezzi delle materie prime si sente. E i rincari si ripercuotono anche sui produttori in crisi.

Il costo del minerale di ferro in particolare ha subito un’impennata, perché al risorgere della domanda cinese si è aggiunta l’emergenza coronavirus in Brasile, che ostacola le operazioni estrattive: il prezzo del minerale al 62% alla borsa di Dalian è balzato a 759 yuan, ossia 107 dollari per tonnellata, il massimo da ottobre 2019, ed è in rialzo del 20% dall’inizio di aprile.

Nelle prime tre settimane di maggio l’export dal Brasile (secondo fornitore di ferro dopo l’Australia) si è ridotto di un quarto, stima Macquarie, a 15,3 milioni di tonnellate contro i 19,4 milioni di un anno prima, quando già la produzione era fortemente ridotta, dopo il crollo della diga di Vale a Broumadinho.

Ad appesantire i costi dell’industria siderurgica contribuisce anche l’energia. La bolletta sta risalendo al traino della spettacolare ripresa del petrolio, che è tornato a scambiare intorno a 36 dollari al barile nel caso del Brent, quasi raddoppiando di valore in un mese.

E in Europa c’è anche la CO2. Il costo dei diritti di emissione non è mai calato in modo vistoso, a differenza che durante la recessione globale del 2009, quando si era ridotto di due terzi: a marzo, durante il lockdown, la CO2 si è spinta fino a 23 euro per tonnellata e resta tuttora intorno a questo livello.

Benché la domanda sia crollata, le società sono disincentivate a vendere per via del nuovo meccanismo che ritira dal mercato l’eventuale surplus di «permessi per inquinare» (la Market Stability Reserve) e per l’aspettativa di un’ulteriore stretta sui gas serra nel prossimo futuro, spiegano gli analisti di Cru Group.

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