LA STRATEGIA

Acciaio, la frenata dell’auto colpisce anche la Cogne di Aosta

Da settembre gli addetti sono in cassa integrazione. Il gruppo ha diversificato i mercati dal settore mobility al medicale e all’aerospace puntando a incrementare i contenuti green

di Carlo Andrea Finotto


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Produzione diversificata. Nell’immagine, particolare dell’acciaieria, con la fase iniziale di lavorazione dell’acciaio. La produzione di acciaio inox speciale è destinata a mobility, It, oil&gas, medicale

4' di lettura

Un’auto su due di quelle circolanti in Europa contiene valvole e componenti realizzati con acciaio inossidabile prodotto in Valle d’Aosta dalla Cogne acciai speciali. E il mercato della mobilità, che assorbe il 35% della produzione dell’azienda, a dispetto della frenata brusca registrata nel 2019, è destinato a riprendersi nei prossimi 5 anni: probabilmente già a partire dal 2020. Del resto, Emilio Giacomazzi, direttore commerciale e marketing e membro del Cda di Cogne acciai speciali, cita un dato: «Nel 2007 ogni auto prodotta conteneva 4 kg di acciaio inossidabile, oggi ne contiene 20. Oltre alle valvole ci sono sensori e componenti ad alta tecnologia, che garantiscono più efficienza e riduzione delle emissioni».

La storia dell’azienda siderurgica è più che centenaria e incrocia nel corso del ’900 quella dell’ex Ilva, anche se, soprattutto negli anni più recenti, è decisamente meno tormentata rispetto a quella del gruppo passato di recente sotto la proprietà di ArcelorMittal. Nata nel 1916 come Società miniere di Cogne con un’acciaieria elettrica alimentata dalla magnetite locale e dall’energia prodotta nelle centrali idroelettriche della regione, nella seconda parte del secolo scorso l’azienda finisce nell’orbita statale seguendo un destino comune a molte altre realtà. È un periodo travagliato che dura per il ventennio compreso tra gli anni ’70 e ’90 del ’900: crisi dei consumi, concorrenza crescente, chiusure, ristrutturazioni. L’azienda siderurgica entra nell’orbita Ilva e rischia di chiudere i battenti, fino all’acquisizione nel 1994 da parte della holding lussemburghese Meg, che fa capo alla famiglia Marzorati, e che porta alla nascita di Cogne acciai speciali e alla storia più recente.

Rispetto al periodo del controllo pubblico Cogne ha assistito a una razionalizzazione - gli addetti erano arrivati sino a circa 8mila, attualmente sono un migliaio, con alcune centinaia di occupati legati all’indotto - e ha ribaltato le quote di fatturato realizzate sul mercato interno ed estero: fino alla privatizzazione il primo valeva circa l’80%, oggi pesa per il 23%. «Il resto - spiega Giacomazzi - viene venduto in Europa (Svizzera compresa), che assorbe il 52% della produzione, nelle Americhe (14%), e in Asia (11%)». L’internazionalizzazione è stata rafforzata con stabilimenti produttivi in Svizzera, Cina, Messico e Brasile, oltre alla presenza di filiali commerciali nelle principali aree strategiche, a cominciare dagli Usa.

Il gruppo ha chiuso il 2018 con 545 milioni di ricavi (498 milioni nel 2017 e 402 milioni nel 2016), un ebitda di 48 milioni (contro i 30,9 del 2017 e i 20 milioni circa del 2016) e un indebitamento finanziario netto di 85,4 milioni. Negli ultimi quattro esercizi sono stati investiti poco meno di 50 milioni e nel 2019 è in corso un ulteriore investimento per altri «43 milioni - afferma il manager – dei quali 12,5 su ambiente e sicurezza, 3,5 nel campo dell'efficienza energetica, 26,5 milioni destinati al revamping e a nuovi impianti, e mezzo milione sui sistemi informativi. Il denominatore comune - continua Giacomazzi - è lo sviluppo dello stabilimento in tutte le sue parti in chiave Industria 4.0».

La semestrale di fine giugno ha ufficializzato ricavi in crescita del 3% rispetto all’analogo periodo 2018, a un soffio dai 300 milioni. Tuttavia il 2019 non è un anno facile a causa del combinato disposto dei dazi Usa sull’import di acciaio, delle ricadute della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, della frenata del mercato dell’auto in particolare in Europa. Elementi che, sommati, hanno portato Cogne acciai speciali ad avviare la cassa integrazione a partire da settembre.

«Siamo passati dal superlavoro, con straordinari, alla Cig che coinvolge a rotazione praticamente tutti gli addetti – afferma Fabrizio Graziola, segretario della Fiom Cgil regionale-. È ovvio che il calo produttivo ci preoccupa, ma l’azienda è strutturata e ha saputo diversificare. Ci riaggiorneremo prima della fine dell’anno» spiega Graziola.

Il mercato del settore mobility pesa ancora per il 35% della produzione, l’oil&gas e l’industria estrattiva arrivano al 25%, la power generation all’8%, l’alimentare altrettanto, costruzioni e infrastrutture assorbono il 7% della produzione, l’aerospace al 3%. «Il nostro portafoglio ordini si sta ampliando» sottolinea il direttore commerciale e marketing dell’azienda. L’aerospace sta crescendo, inoltre si affacciano comparti come medicale, semiconduttori, orologeria.

Cogne acciai speciali sta vivendo una sorta di terzo cambio di pelle dopo l’internazionalizzazione dei mercati successiva alla privatizzazione e dopo il progressivo abbandono delle commodities culminato in coincidenza con la grande crisi del 2008. Ora l’azienda punta a incrementare i contenuti tecnologici e green. «L’attenzione all’ambiente - chiarisce Giacomazzi - si concretizza non solo nell’ambito del nostro ciclo produttivo, che prevede la lavorazione del rottame e quindi l’applicazione dei concetti dell’economia circolare, ma anche nel concentrarsi su sbocchi e applicazioni che contribuiscano a diminuire l’impatto ambientale».

A fine anni 80 il consumo mondiale di acciaio era di 10 milioni di tonnellate all’anno, oggi è salito a 50 milioni. Alcuni comparti hanno prospettive di crescita molto forti: «Parliamo di semiconduttori, sensoristica, It e medicale» spiega Giacomazzi. Ambiti che se non mettono del tutto al riparo almeno limitano parecchio gli effetti delle politiche commerciali restrittive di Usa e Cina e la loro concorrenza. Cogne acciai speciali.Tutti i settori ad alta tecnologia che hanno molte aspettative di crescita, e sono difficilmente imitabili - sottolinea il manager - il che li rende difficilmente attaccabili da concorrenza dei paesi emergenti». C’è un altro aspetto: il consumo di acciaio speciale - anche in virtù del costo elevato – rappresenta un indice, in grado di definire il livello di sviluppo di un Paese o di un’area. I suoi impieghi coinvolgono, ad esempio, le protesti chirurgiche: «I margini di crescita in paesi come la Cina sono enormi e vanno di pari passo con la crescita della ricchezza».

@andreafin8

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