Il rilancio dell’economia

Acciaio, Giorgetti studia il piano per difendere la filiera italiana

Progetto del Mise per mettere insieme i pezzi del puzzle, dalle aree di crisi ai produttori da forno elettrico Rotaie, banda stagnata, refrattari e cilindri di laminazione sono tra le competenze da preservare

di Matteo Meneghello

(Reuters)

4' di lettura

Un progetto per difendere la filiera dell’acciaio, a partire dai tre poli nazionali come ex Ilva, ex Lucchini, Acciai speciali Terni, ma senza tralasciare altre componenti fondamentali, come per esempio i produttori da forno elettrico della Lombardia e del Triveneto e i trasformatori. Il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, è pronto a lavorare alla tutela della siderurgia italiana in un’ottica di salvaguardia delle produzioni a monte e a valle della catena, a stretto contatto con i comparti utilizzatori e l’indotto, nel tentativo di impedire che il patrimonio produttivo venga depauperato e soprattutto nella consapevolezza che i casi di Taranto e Piombino vadano inseriti in un contesto più ampio, nell’ambito di un piano di ricostituzione di una filiera nazionale, con missione e vocazione precise. La volontà è costruire una sorta di puzzle mettendo insieme tutti i pezzi: dal momento che lo Stato è chiamato in causa - questo in sintesi il ragionamento - è necessario avere una visione d’insieme.

Steel cord e lamierino a rischio

L’azione del Governo punta a impedire, in primis, che l’industria siderurgica italiana perda questi pezzi per strada, come già avvenuto in passato, per esempio, con il lamierino elettromagnetico o con lo steel cord. Due produzioni - legate all’industria meccanica e all’automotive - che per cause diverse l’Italia non presidia più. Il lamierino, componente fondamentale nei motori elettrici (dall’elettrodomestico fino alle recenti frontiere della mobilità), era una delle produzioni nel portafoglio di Ast, ma dopo la cessione dell’acciaieria a ThyssenKrupp la linea di produzione è stata fermata; in tempi recenti il gruppo Arvedi ha provato a riavviare questo tipo di produzione a Trieste. Destino simile per lo steel cord, particolare tipo di filo di acciaio necessario all’industria degli pneumatici. In Italia era rimasta solo la belga Bekaert a produrlo, nello stabilimento di Figline Valdarno, ma la multinazionale ha deciso di abbandonare l’Italia.

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Presidi produttivi strategici

Per due produzioni perse ci sono una serie di presidi produttivi che, se non governati a dovere, rischiano a loro volta di scomparire. È il caso della banda stagnata, fiore all’occhiello dell’ex Ilva di Cornigliano, che richiede adeguati investimenti non favoriti dalle incertezze sul rilancio del nuovo assetto pubblico-privato del gigante con sede a Taranto. O dell’acciaio al titanio, che oggi non è la priorità di un’Ast proiettata verso un bando di vendita che la vedrà uscire dall’orbita tedesca.

Un presidio da difendere riguarda in particolare le rotaie, di cui l’ex Lucchini di Piombino è l’unico produttore italiano. È una componente strategica (lo è per ogni industria ferroviaria nazionale), legata a Rfi e bisognosa di investimenti che oggi Jindal non sembra in grado di garantire. E, ancora, preoccupa lo sfilacciarsi del legame dell’ex Ilva con i suoi fornitori, come Sanac (refrattari) e Innse (cilindri da laminazione), oggi in amministrazione straordinaria e in attesa di un compratore. E, sempre sul fronte dei fattori produttivi, la lezione degli elettrodi della ex Elettrocarbonium di Narni è ancora viva: l’azienda, oggi di proprietà dei cinesi di GoSource, è vitale per l’attività dei forni elettrici e in passato le difficoltà produttive precedenti al cambio di proprietà hanno creato più di un grattacapo.

Il nodo dei costi energetici

«Ragionare su un piano per l’acciaio ampio - spiega Antonio Gozzi, past president di Federacciai - significa affrontare il tema dei fattori produttivi, come l’approvvigionamento di rottame, che con l’avvento in Europa di cicli produttivi rischia di diventare critico soprattutto per la produzione italiana, già per l’80% legata all’elettrosiderurgia. Altro tema fondamentale è il prezzo dell'energia, che va mantenuto agli stessi livelli dei concorrenti stranieri. Non dobbiamo commettere errori che facciano perdere competitività al settore. La siderurgia privata è oggi competitiva grazie alle scelte strategiche degli imprenditori, a differenza dei punti di crisi, che pagano i mancati investimenti, come testimoniano gli interrogativi su alcune produzioni, come banda stagnata e rotaie».

Pesa la mancanza di un market leader

A valle della filiera, il legame tra lo shortage di materiale (in particolare i piani) e le difficoltà operative della nuova Ilva gestita in coabitazione dallo Stato e da ArcelorMittal rischia di minare ulteriormente il rapporto tra il player italiano e i grandi compratori, come per esempio l’industria dell’auto, dell’elettrodomestico e della cantieristica. «C’è un enorme shortage di materiale che non è corretto imputare a una singola causa, ma il ruolo di Ilva e i suoi 4-5 milioni di tonnellate in meno sul mercato rispetto agli anni d’oro è sicuramente tra queste - spiega Tommaso Sandrini, presidente del sindacato Acciai di Assofermet -. Un’attività a pieno regime avrebbe calmierato un po’ la situazione: si sente la mancanza di un market leader che fa il prezzo, che non dice mai no ai clienti, a differenza magari dei player esteri che oggi si sono presi qualche fetta di mercato».

Sandrini conferma difficoltà lungo la filiera degli utilizzatori: «tutti - spiega - faticano ad alimentare correttamente la produzione. È una situazione che non si risolverà in pochi mesi, ma anche grazie agli interventi del dl Sviluppo, non vedo eccessivi stress finanziari o rischi di default lungo la filiera».

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