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Accordi minilaterali per sciogliere i nodi della tassazione globale

L’Ocse al World Economic Forum di Davos ha ammesso che il previsto accordo di aumentare le imposte pagate dalle multinazionali non sarà implementato nel 2023

di Carlo Garbarino

(IMAGOECONOMICA)

4' di lettura

L’Ocse al World Economic Forum di Davos ha ammesso che il previsto accordo di aumentare le imposte pagate dalle multinazionali non sarà implementato nel 2023, come invece era stato annunciato. Una delle ragioni di questa impasse è certamente la notevole complessità delle guideline proposte dall’Ocse, ma vi è anche una ragione strutturale e cioè il fatto che l’organizzazione parigina sta cercando di raggiungere un consenso molto ampio (circa 130 Paesi) su una agenda estremamente dettagliata e, allo stesso tempo, non dispone di un’effettiva visione strategica: l’attenzione è focalizzata sui dettagli tecnici, ma vi è un reale problema di carenza di disegno istituzionale.

Gli Stati Uniti nell’aprile del 2021 avevano proposto un accordo per una global minimum tax in cui gli Stati in cui sono basate le multinazionali si sarebbero assunti l’obbligo etico e politico di tassare i profitti delle stesse su scala globale andando così a formare un’alleanza difensiva. Quando siffatta global minimum tax è oggetto di un accordo internazionale ogni Paese partecipante tassa in via unilaterale le proprie multinazionali a una aliquota minima (15% o superiore). Ne consegue che la global minimum tax non è un meccanismo sistemico internazionale per ripartire i profitti delle multinazionali tra i diversi Paesi, ma consta semplicemente dell’allineamento degli Stati in cui esse sono basate nel sottoporre a tassazione globale i profitti. In concreto, ogni Stato assume la responsabilità di tassare le proprie multinazionali.

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Questa è la “strada maestra“ per affrontare alla radice il problema di arbitraggi fiscali posti in essere dalle multinazionali le quali intermediano tra lo Stato nel quale sono basate e lo Stato o gli Stati nei quali conducono le loro attività, al fine di ridurre o eliminare la tassazione trasferendo artificialmente i profitti alle aliquote più basse possibili. In questo scenario la strategia dominante per uno Stato è tassare le proprie multinazionali a livello globale in quanto ciò assicura un payoff ottimale, indipendentemente dal posizionamento
fiscale degli altri Paesi.

In concreto se lo Stato in cui è basata una multinazionale tassa i profitti globali sia domestici che esteri di essa indipendentemente da ciò che gli altri Stati – quelli in cui la multinazionale opera – fanno in termini tassazione o esenzione di siffatti profitti, allora non vi sarà mai il fenomeno della doppia non-tassazione perché ci sarà tassazione almeno a una aliquota minima (15% o più) nello Stato in cui la multinazionale è basata, con la conseguenza che le strategie fiscali aggressive dirette a trasferire artificialmente profitti
non avranno più alcuna efficacia.

La proposta degli Stati Uniti basata su questa idea aveva inizialmente attivato negoziati internazionali a livello Ocse. Il problema però è che l’Ocse non ha pienamente adottato questa proposta di una global minimum tax, ma ha via via introdotto meccanismi assai complessi che possono pregiudicare l’obiettivo di ottenere un regime di fiscalità internazionale che implica un cambio di paradigma verso forme di multilateralismo cooperativo.

Quindi in sostanza la situazione non è realmente cambiata in quanto allo stato attuale non appare che in sede Ocse vi siano accordi sulla global minimum tax: il Pillar One contiene criteri di allocazione dei profitti per proteggere gli Stati in cui operano le multinazionali, mentre il Pillar Two si limita a proporre regole per tassare i profitti esteri soltanto nel caso di cui siano soggetti ad aliquote minori di quella dello Stato della residenza (la cosiddetta top-up tax), ma questa è una misura a cui i Paesi non sono obbligati, e non è previsto riguardo nessuno strumento internazionale.

La mancanza di una reale volontà dell’Ocse per l’adozione di un’effettiva global minimum tax rappresenta un fallimento delle iniziali proposte di tipo inclusivo. È tuttavia ancora possibile che diversi Paesi in via autonoma adottino lo standard della tassazione minima globale andando a formare “alleanze difensive“ nella forma di accordi geopolitici. Una forma di multilateralismo inclusivo non è necessaria al riguardo in quanto il «minilateralismo» (termine suggerito da Moses Naim nel 2009) sarebbe sufficiente. Quando è difficile raggiungere un ampio consenso, la mossa più efficace è l’inclusione del numero minimo possibile di Paesi richiesto per avere il più ampio possibile impatto riguardo alla soluzione del problema del trasferimento dei profitti.

I patti di tipo minilaterale sono una forma ben conosciuta di disegno istituzionale. Essi non presentano i problemi delle attuali proposte iper-inclusive dell’Ocse perché sono basati sugli incentivi reali
che ogni attore ha di partecipare. Essi nemmeno implicano l’adozione dei complessi meccanismi di allocazione attualmente proposti dall’Ocse in quanto richiedono in sostanza l’estensione della aliquota interna societaria ai profitti esteri – e quindi globali – delle multinazionali, una misura tecnica facilmente perseguibile
da ogni singolo Stato.

Inoltre i patti minilaterali presentano tre vantaggi. In primo luogo, la cooperazione sarebbe perseguita da Paesi che in maniera genuina condividono la comune politica di tassare le multinazionali sui profitti globali senza dovere perseguire difficili compromessi tra Paesi con interessi radicalmente contrastanti. In secondo luogo, è più probabile che si raggiunga un accordo per mutamenti effettivi su misure chiaramente identificate quando il numero degli attori partecipanti non è iper-inclusivo. Infine, patti minilaterali probabilmente andrebbero a facilitare in una fase successiva l’ottenimento di forme più inclusive di cooperazione.

Nei patti minilaterali gli Stati che hanno le maggiori capacità di sottoporre a tassazione le multinazionali sui profitti globali andrebbero ad agire di concerto con gli Stati che invece
sono più vulnerabili. È inoltre possibile che gli Stati si aggreghino in diversi accordi sulla base di criteri geopolitici in quella che può essere definita una “cooperazione policentrica“. In un ridimensionamento dell’attuale approccio iper-inclusivo,
l’Ocse potrebbe divenire la sede di uno o più patti minilaterali, agendo da facilitatore istituzionale.

I Paesi in via di sviluppo sono talvolta restii all’adozione di queste strategie, asserendo che esse sarebbero soltanto degli interessi dei Paesi Ocse esportatori di capitale. Tuttavia deve essere chiaro che queste strategie non limitano in alcun modo le prerogative di tali Paesi i quali ovviamente manterrebbero la loro potestà di tassare
le multinazionali in base ai criteri sanciti dal Pillar One Ocse, indipendentemente dal fatto che tali multinazionali siano anche tassate nei loro Paesi di origine.

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