L’OCCUPAZIONE

Accordo sugli esuberi in Unicredit

di Cristina Casadei

3' di lettura

Il gruppo UniCredit si presenta all’aumento di capitale “alleggerito” del negoziato con i sindacati sui 3.900 esuberi, annunciati nel piano “Transform 2019”. Ieri è stato infatti raggiunto l’accordo con Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca, Unisin, Sinfub e Ugl credito per gestire le ricadute del piano - prevista anche la chiusura di circa 800 filiali - sulle persone. La trasformazione passa dalle uscite, che saranno tutte volontarie e incentivate, ma passa anche dalla motivazione, dall’engagement di chi resta e dovrà fare la sua parte per la realizzazione del piano. Per questo nella trattativa, durata fino ai tempi supplementari, si è parlato del premio, del welfare, degli inquadramenti, dei percorsi di carriera, delle pressioni commerciali e delle assunzioni. Con un costo notevole. Tutto il pacchetto della ristrutturazione aziendale pesa per 1,2 miliardi di euro, come indicato nelle perdite del 2016.

Per 3.900 bancari che usciranno di qui al 2024 con una permanenza massima sul Fondo di solidarietà di 54 mesi, ve ne sono 600 che verranno stabilizzati e 1.300 che verranno assunti. Un turn over che avrà anche un ulteriore margine nel caso si verifichino altre uscite. Il rapporto tra entrate e uscite alla fine del piano arriverà a uno a tre. L’organico arriverà invece a 38.500 persone e la banca, a fronte del raggiungimento degli obiettivi dell’accordo, si è impegnata a mantenere questo livello fino al 2019. Nelle scorse settimane i sindacati non hanno mancato di ricordare che a ogni piano industriale il gruppo ha annunciato uscite e che il conto totale degli ultimi tre piani rasenterà la soglia delle 10mila.

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Con tutto ciò che ne consegue sul piano organizzativo. Anche per questo le parti hanno deciso di istituire una nuova commissione bilaterale sull’organizzazione del lavoro che dovrà monitorare gli interventi organizzativi per il piano. Sempre a proposito di bilateralità è stata rafforzata la commissione sulle pressioni commerciali con l’individuazione di un referente aziendale che interverrà in maniera concreta, su segnalazione, in caso di comportamenti lesivi verso i lavoratori. Per motivare i giovani che hanno fatto il loro ingresso in maniera massiccia nel gruppo negli ultimi anni, sono stati ripristinati i percorsi inquadramentali (dopo la disdetta degli accordi di gruppo, era dal 2012 che non veniva più fatto un accordo sugli inquadramenti), collegati ad un’adeguata formazione al ruolo certificata. Con effetti visibili sul piano economico o sul grado.

Il capitolo welfare che da sempre è considerato una leva motivazionale fondamentale è stato rafforzato con la rivisitazione dei fondi pensione, il riequilibrio del contributo aziendale sulla cassa sanitaria di gruppo, con trattamenti uguali per tutti i lavoratori e il miglioramento dei Cral sul territorio. A questo proposito il premio (Vap, valore aggiunto pro capite) che il gruppo corrisponderà potrà essere fruito in welfare per un ammontare di 800 euro o in contanti per un ammontare di 600.

I sindacati sostengono di aver fatto muro contro l’approccio iniziale dell’azienda che «puntava solo alla drastica riduzione dell’occupazione», spiegano per la Fabi, il segretario nazionale, Mauro Morelli e il coordinatore di gruppo Stefano Cefaloni. L’accordo raggiunto «guarda al futuro e valorizza i lavoratori in un’ottica di netta discontinuità col passato - continuano -. Oggi possiamo dire che azienda e dipendenti scommettono insieme sul rilancio del gruppo». Elena Aiazzi, segretario nazionale della Fisac Cgil, dice che il gruppo «ha accettato la sfida di investire sui giovani, sulla professionalità e sul welfare. Il rafforzamento della commissione sulle pressioni commerciali è un aspetto centrale». Il segretario generale Agostino Megale aggiunge che «in mezzo alle difficoltà il piano assunzioni dei giovani guarda al futuro ed è un buon segnale di fiducia anche guardando alla ricapitalizzazione». L’esito del difficile negoziato, continua Pier Luigi Ledda, segretario nazionale di First Cisl, «è per molti versi innovativo. In un paese in cui la disoccupazione giovanile raggiunge il 40%, una priorità era creare nuovi spazi per un’occupazione buona e stabile, ma altrettanto rilevante, a fronte di quasi 10 mila colleghi che escono, era valorizzare i circa 40 mila che restano e che dovranno farsi carico del rilancio dell’azienda». «Riteniamo di aver portato un grande contributo al rilancio del gruppo alla vigilia del maxi aumento di capitale, ora ci aspettiamo che il management faccia la propria parte come i sindacati e i lavoratori», aggiunge Mariangela Verga, segretario nazionale della Uilca. Il segretario nazionale di Unisin Roberto Vitantonio si augura che «questo accordo sia finalmente propedeutico ad un improcrastinabile e serio rilancio del gruppo».

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