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Accordo Opec-Russia: tagli produttivi estesi a tutto il 2018

dalla nostra inviata Sissi Bellomo

(AFP)

4' di lettura

VIENNA - Tagli alla produzione di petrolio fino al termine del 2018, ma con una finestra per una possibile via d’uscita anticipata a giugno e un’inclusione nello sforzo collettivo di Libia e Nigeria, che finora per «motivi umanitari» erano state esentate da ogni sacrificio.

A prima vista il vertice di Vienna è andato secondo le attese. Ma il diavolo è nei dettagli: lo sanno bene anche i produttori di petrolio. È per questo che Opec e Russia hanno impiegato tanto tempo per mettere a punto il piano per proseguire i tagli . Ed è per questo che scavando nelle pieghe dell’accordo – annunciato con oltre due ore di ritardo sulla tabella di marcia prevista - si trovano parecchie ambiguità.

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La Russia in fin dei conti ha vinto, portandosi a casa un meccanismo più flessibile in cambio di un rinnovato impegno a collaborare con l’Arabia Saudita, più ancora che con l’Opec nel suo insieme. Il vecchio accordo, che sarebbe scaduto a fine marzo, è stato riscritto ex novo e adesso copre l’anno solare 2018, ma afferma a chiare lettere che «in vista delle incertezze associate principalmente con l’offerta e in una certa misura anche con la crescita della domanda, è inteso che a giugno 2018 verrà considerata l’opportunità di ulteriori azioni di aggiustamento».

Il ministro russo Alexander Novak assicura che Mosca resterà fedele agli impegni e che le compagnie petrolifere che operano nel Paese non faranno scherzi: «Ho incontri regolari con i ceo e vi assicuro che prima di venire qui ho ottenuto una posizione unitaria». Quanto ai rapporti con l’Arabia Saudita – che si dice abbia digerito a fatica la «clausola di revisione» – i rapporti vanno a gonfie vele: «Sono rimasto molto sorpreso di leggere che ci sarebbero tensioni solo perché stavolta Falih e io non siamo scesi dalla stessa automobile».

Lo stesso Khalid Al Falih ce la mette tutta per fare buon viso a cattivo gioco: «Con Novak siamo uniti, spalla a spalla, parliamo molto e siamo completamente allineati» , giura il ministro saudita, che però si è assicurato di avere il controllo in prima persona di quanto accadrà nei prossimi mesi. Il suo incarico di presidente dell’Opec scadrà a fine anno, ma gli è stata assegnata la co-presidenza del Comitato di monitoraggio sui tagli produttivi (insieme, neanche a dirlo all’«amico e collega Novak»).

La coalizione Opec-non Opec ha festeggiato in pompa magna il primo anniversario di quella che ha definito Dichiarazione di Cooperazione: l’accordo è stato rilegato con tanto di copertina di cartone, stile menù del ristorante, c’è stata una cena di gala con tutti i ministri, che hanno ricevuto come improbabile cadeau un martello di legno, e c’è stata anche la foto di gruppo, tutti schierati come a un matrimonio. Erano trenta in tutto, ma la coalizione non è riuscita ad allargarsi davvero: i sei Paesi che si sono aggiunti (tra cui l’Egitto e il Turkmenistan) l’hanno fatto solo in veste di osservatori, limitandosi a firmare una dichiarazione di sostegno.

Ai 24 membri originari della coalizione (di cui 10 esterni all’Opec) è stato invece richiesto più rigore nei tagli, ma con un linguaggio che non promette bene: continueranno ad «aggiustare la produzione volontariamente o attraverso la gestione del declino» dei giacimenti e rispetteranno gli impegni «pienamente», ma in modo «individuale e collettivo».

A tirare la carretta con tutta probabilità saranno sempre gli stessi, a cominciare dall’Arabia Saudita. Falih promette che Riad continuerà a «guidare gli altri con l’esempio» e assicura che «non ci sono motivi per aspettarsi un comportamento diverso da quello assunto finora».

Il saudita non si aspetta soprese sul mercato (anche se, aggiunge, «non si sa mai») e in particolare non teme lo shale oil, che «contribuisce a soddisfare la forte domanda di petrolio e il declino della produzione» in altre aree del mondo. Se anche le condizioni del mercato dovessero cambiare all’improvviso, comunque, l’Opec e i suoi alleati «non rimetteranno di botto sul mercato 1,8 milioni di barili di petrolio». Parlare di exit strategy è comunque «prematuro», ripete Falih, prendendosi una (piccola) rivincita sulla Russia, che da alleato cruciale si sta traformando sempre di più nel vero leader della coalizione.

L’Opec da sola non ce la fa più a influenzare il mercato. E a malapena riesce ad imbrigliare i suoi membri. Secondo indiscrezioni la questione delle quote di Nigeria e Libia si è rivelata uno scoglio difficile da superare. I libici soprattutto avrebbero puntato i piedi, contribuendo a far slittare la seconda parte del vertice, quella dedicata al confronto (che già si preannunciava spinoso) con gli alleati esterni all'Opec. Alla fine si è trovato un compromesso: i due Paesi parteciperanno allo sforzo collettivo, impegnandosi - ha spiegato Al Falih - «a non estrarre più di quanto hanno fatto quest'anno». Niente quote, insomma. E parametri di riferimento vaghi, perché l’Opec nel suo insieme mantiene l’impegno a tagliare 1,2 mbg, lo stesso che aveva assunto un anno fa.

Un po’ meno vaghi i parametri che potrebbero convincere l’Opec Plus a cambiare le politiche produttive: si guarderà a domanda e offerta, ma il «parametro chiave» saranno sempre le scorte petrolifere, che nell’Ocse devono tornare in linea con la media degli ultimi 5 anni, scendendo - sottolinea Al Falih – «almeno» di altri 150 milioni di barili.

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