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Aceto balsamico Igp: l’oro nero dell’Emilia vola in valore, ma è diviso al suo interno

di Ilaria Vesentini


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(barbamauro - stock.adobe.com)

4' di lettura

Serra i ranghi il giovane Consorzio di tutela dell’aceto balsamico Igp (la più globalizzata denominazione d’origine dell’agrifood italiano) e riconferma presidente e consiglieri in carica anche per il prossimo triennio per fronteggiare i colpi che arrivano dal mercato interno, dove il calo produttivo fa il paio con i consumi stagnanti, gli allarmi seguiti al maxi sequestro dei Nas di mosti falsi di due mesi fa e le incertezze sulla futura tutela del nome “balsamico” fuori dai confini nazionali dove frodi e italian sounding dilagano.
La conferma, alla quasi unanimità, degli otto consiglieri uscenti e della presidente del Consorzio Mariangela Grosoli, arrivata dall’assemblea dei soci riuniti a Modena, rafforza però anche le critiche del più grande produttore ed esportatore italiano di aceto, Acetifici Italiani di Modena del gruppo De Nigris, uscito dal Consorzio due anni fa in aperto contrasto con le scelte dell’ente, accusato di essere espressione sbilanciata degli interessi dei grandi marchi di proprietà estera e di non tutelare abbastanza la denominazione e i piccoli acetifici: nel Cda siedono Acetum, il big mondiale in mani inglesi, Carandini Emilio controllato da investitori tedeschi e Antichi Colli del colosso francese dei condimenti Charbonneaux Brabant, che da soli valgono oltre la metà del mercato espresso dall’organismo di governance.

Per il presidente di Acetifici Italiani di Modena, Armando De Nigris, «il Consorzio non fa abbastanza per tutelare la qualità dell’Igp, una produzione fondamentale per l’economia del territorio modenese e per la vita delle centinaia di famiglie che traggono il loro sostegno direttamente o indirettamente dal comparto, che rischiano di restare senza un posto di lavoro se la Corte di giustizia europea autorizzerà l’utilizzo generico del termine balsamico», sottolinea De Nigris, presidente dello storico gruppo di famiglia che festeggia quest’anno i 130 anni di attività e controlla quasi il 30% del mercato mondiale dell’aceto, con 4 siti produttivi tra la Campania e l’Emilia, oltre 80 milioni di euro di fatturato per oltre l’80% export.

Le 51 aziende associate al Consorzio dell’Igp balsamico – nato nell’attuale veste sei anni fa - rappresentano l’80% della produzione nazionale di Igp (circa 300 milioni di euro di valore alla produzione, che triplica al consumo) anche se nel settore si muovono complessivamente 119 piccole cantine, 61 concentratori, 72 acetaie e 177 confezionatori, per un migliaio di addetti.

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«Le aziende a partecipazione straniera non rappresentano il 50% del peso del Consiglio – ribatte Cesare Mazzetti, presidente di Acetum Spa e past president del Consorzio ancora prima del riconoscimento Igp arrivato nel 2009 – perché il voto del CdA avviene per testa, e considerato che i consiglieri sono 9, i rappresentanti delle tre aziende presenti a capitale straniero non possano imporre le proprie vedute, nel caso improbabile e mai avvenuto, esse differiscano da quelle delle società con capitale locale. E non va dimentincato che gli investimenti stranieri sono estremamente utili a rafforzare le strutture commerciali e aumentare l’export, senza il rischio che vengano “esportati” gli impianti, perché i rigidi disciplinari delle indicazioni geografiche stabiliscono le aree di produzione. Basti ricordare l’esempio del Brunello di Montalcino, che riconosce la propria notorietà mondiale all’intervento di un grande investitore americano, che ha acquistato e investito in Villa Banfi».

L’oro nero emiliano è già oggi da record sulle piazze globali: è il primo prodotto esportato tra le 822 denominazioni italiane Dop, Igp e Stg , con quasi 900 milioni di euro di vendite oltreconfine lo scorso anno, il 90% del fatturato complessivo. E il calo produttivo del 7% del 2018 - chiuso con 90,7 milioni di litri di balsamico Igp certificato, di cui 71,6 imbottigliati - a causa della scarsa vendemmia 2017 non preoccupa il Consorzio, anche perché in parallelo è salito (del 10%) il valore della produzione, di riflesso al rialzo dei costi della materia prima. «La conferma dell’attuale governance va letta come apprezzamento del lavoro fatto fin qui – rimarca invece il direttore del Consorzio dell’aceto balsamico di Modena, Federico Desimoni - e anche nel corso dell’assemblea è stata espressa grande condivisone dell’attività svolta, dei risultati raggiunti e dei prossimi impegni. Due i fronti su cui concentreremo i nostri sforzi: la valorizzazione del prodotto, soprattutto sul mercato americano (Usa e Canada assorbono da soli il 30% dei volumi, ndr), dove stiamo completando un progetto triennale, che contiamo di replicare il prossimo triennio, e la tutela della denominazione. Il consorzio non ha il ruolo di controllare la materia prima, compito che spetta all’ente di certificazione, il Csqa, ma la frode di marzo scoperta dai Nas ha spinto a inserire nuove norme nei piani di controllo per stringere ancora di più le maglie».

Approvato dai soci anche il bilancio 2018, circa 1,5 milioni di euro, «e di una analoga cifra si parla nel preventivo di quest’anno, per un terzo legato a finanziamenti Ue per sostenere azioni di promozione e tutela», precisa il direttore. L’attesa è ora per la decisione della Corte di giustizia europea sulla possibilità di tutelare il termine “balsamico” vietandone l’utilizzo generico ed evocativo, lasciandolo patrimonio del disciplinare italiano (la causa intentata dall’azienda tedesca Balema ha già passato i tre gradi di giudizio in Germania): in estate saranno ufficializzate le conclusioni dell’avvocato generale, per arrivare a sentenza entro fine anno. «Ed è proprio legata all’utilizzo generico del termine “balsamico” per alcuni prodotti, non ammessa dal nostro statuto, l’uscita di De Nigris dal Consorzio – spiega Mazzetti – ma è corale l’auspicio che le sue aziende rientrino nella compagine consortile per dare maggior forza a un’eccellenza tra le più importanti e imitate del food made in Italy».

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