ritardi storici

Acqua, quel 40% di perdite trentennali

di Giorgio Santilli

(Agf)

4' di lettura

L’ultimo a non aver resistito alla tentazione di “denunciare” una perdita del 40% dell’acqua immessa negli acquedotti italiani, rispondendo sulla crisi romana, è stato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, mentre in un documento pubblicato proprio ieri, l’Autorità di regolazione del settore idrico (Aeegsi) registra «perdite totali in distribuzione al 42% in Italia contro il 5% dell’Olanda, il 30% del Portogallo e meno del 20% in Israele». Un argomento “sempreverde” di politici, giornali, regolatori e istituti di ricerca che sembrano ignorare come la questione dei tubi colabrodo esista nella sua gravità da oltre mezzo secolo e sia un cavallo di battaglia “mediatico” fin dalla metà degli anni ’80 quando il tema fu lanciato dai rapporti della Cispel di Armando Sarti e dalla Federgasacqua di Germano Bulgarelli. Un parametro che come nessun altro rappresenta bene l’immobilismo italiano.

Immobilismo nella capacità di trovare soluzioni a problemi reali strutturali, come l’invecchiamento delle reti spessissimo prive di manutenzione adeguata; immobilismo (e superficialità) della denuncia che si ripete regolarmente, suonando come un disco rotto che evita analisi approfondite, alimentando retorica e una demagogia povera di argomenti.

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Il tema era partito all’inizio degli anni’80 come un’eredità dell’intervento straordinario del Mezzogiorno: la Cassa, che pure molto aveva programmato e costruito, aveva però seguito un criterio di spesa in conto capitale per grandi opere (invasi, dighe, acquedotti) finanziata a fondo perduto, con programmi totalmente svincolati dal servizio idrico (e dalla domanda dei cittadini). Con il passaggio all’Agenzia per il Mezzogiorno, a metà decennio, e una “gestione separata” ad hoc per il completamento dei vecchi piani, questo dualismo si era accentuato. Un soggetto forte che fa investimenti in un tessuto debole di gestioni frammentate in migliaia di enti pubblici governati non di rado da logiche clientelari. Poca manutenzione, molte cattedrali nel deserto. Il problema delle perdite e più in generale dell’invecchiamento e della carenza infrastrutturale nel Sud era stato soprattutto una legittimazione per un intervento pesante in grandi opere.

L’analisi cambia sostanzialmente quando, nella seconda metà degli anni ’80, le organizzazioni delle aziende municipalizzate che gestiscono i servizi idrici nelle città e nelle regioni, soprattutto del centro-nord e in particolare delle regioni rosse, cominciano a monitorare con più attenzione i settori di loro competenza e accendono un faro sulle maggiori criticità. In questo caso, lo scandaloso dato di perdite che oscillano fra il 30 e il 40% (ma si conferma che al Sud siamo fra il 40 e il 50%), risponde più sinceramente alla volontà di fotografare la situazione esistente, sia pure per lanciare e “controllare” i temi dominanti nel dibattito sulle economie locali. Anche in questo caso, però, il dato delle perdite vuole legittimare la richiesta di un apolitica per il settore che potenzi gli investimenti e rafforzi le gestioni. Non a caso, infatti, il dato delle perdite viaggia da allora parallelamente ad altri due dati ricorrenti: il basso livello tariffario e la frammentazione delle gestioni. I tre gruppi di dati saranno contenuti anche nella relazione al disegno di legge Galli e faranno da architrave al dibattito politico che porterà all’approvazione nel febbraio 1994, alla fine della legislatura di Tangentopoli, di una riforma di sistema che, se attuata con celerità e rigore, avrebbe portato a soluzione 20 anni fa molti dei problemi del settore idrico che ancora ci trasciniamo.

Da allora non c’è istituzione o ente di ricerca che non si sia occupato delle perdite idriche: l’Istat, in primis, che dal 2015 fornisce annualmente una «valutazione quantitativa delle risorse idriche naturali» che contiene anche il dato delle perdite. Nel 2015 (ultimo dato disponibile nel rapporto 2017) sono stati immessi 2,63 miliardi di metri cubi di acqua nelle reti e sono stati erogati 1,63 miliardi di metri cubi: le perdite totali sono il 38,2% di cui il 35,1% sono perdite reali (il resto è dato dalla mancata fatturazione per morosità). Della questione si sono occupati anche Bankitalia, Cdp, Bocconi, Censis, Nomisma, Istituto Bruno Leoni, solo per fare qualche nome autorevole. Il punto di riferimento di settore resta il «Blue book» promosso da Utilitalia (erede di Cispel-Federgasacqua) e realizzato dalla Fondazione Utilitatis con il contributo di Cdp. Le perdite sono calcolate al Nord al 26%, al Centro al 46% e al Sud al 45%. A fare l’informazione sul settore sono ancora prevalentemente le organizzazioni dei gestori idrici.

Mancano contrappesi autorevoli capaci di guardare a fondo nelle dinamiche della gestione idrica. Dal fronte della trasparenza dei dati manca, per esempio, l’Autorità di regolazione (Aeegsi) che pure dovrebbe essere l’unica titolata a dare dati tecnici ufficiali. Motivi di “riservatezza” verso i gestori danno il senso di una regolazione ancora debole (o timida). O forse si preferisce evitare clamori e dischi rotti per concentrarsi su fatti dagli effetti lenti ma duraturi. Molto l’Aeegsi sta facendo sulla regolazione tariffaria che ha consentito, a partire dal 2012, di stabilizzare gli andamenti delle tariffe e di far ripartire gli investimenti. Il documento pubblicato ieri affaccia anche una soluzione strutturale e di lungo periodo al problema italiano delle perdite: porterà a breve a una direttiva sul controllo di «qualità tecnica». Finalmente sarà fatto quel che si attende da trenta anni: fissare obiettivi e standard per i gestori idrici in termini di numerosi parametri (fra cui le perdite), costruendo un sistema di incentivi per chi li rispetta e di penalità per chi se ne allontana. L’occasione per passare dalle parole ai fatti.

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