Approvvigionamento idrico

La Puglia rischia la sete. Acquedotto a caccia di acqua in Abruzzo o in Albania

Le acque del fiume Sele, del Calore, del Fortore, del Pertusillo deviati da montagne remote verso la Puglia siccitosa non bastano più e si cerca quindi acqua fresca, almeno il 40% in più entro il 2050. Le possibili soluzioni

di Jacopo Giliberto

Agricoltura, tecnologia e sostenibilità per combattere la siccità

Le acque del fiume Sele, del Calore, del Fortore, del Pertusillo deviati da montagne remote verso la Puglia siccitosa non bastano più e si cerca quindi acqua fresca, almeno il 40% in più entro il 2050. Le possibili soluzioni


4' di lettura

Il clima cambia, le sorgenti si impoveriscono e i consumi d’acqua crescono. Le acque del fiume Sele, del Calore, del Fortore, del Pertusillo deviati da montagne remote verso la Puglia siccitosa non bastano più e l’Acquedotto Pugliese cerca acqua fresca, almeno il 40% in più entro il 2050. Per esempio, una conduttura potrebbe far arrivare a Bari quell’acqua che un’ottantina di chilometri più a levante l’Albania lascia scorrere nell’Adriatico. Dopotutto, la parte turca di Cipro potrebbe essere dissetata con una tubatura sospesa a mezzo mare, come si potrebbe fare fra Albania e Puglia. Oppure il fiume Pescara, in Abruzzo: «Ogni secondo getta in mare dai 30 ai 40 metri cubi di acqua», avverte Simeone di Cagno Abbrescia, presidente dell’Acquedotto Pugliese.

L’Albania, di cui si parla da qualche anno, oppure le sorgenti dell’Aterno e del Pescara in Abruzzo sono progetti ancora da impostare. Ma sono sottesi nel piano industriale e nell’assemblea degli azionisti dell’Acquedotto Pugliese (la Regione Puglia) in programma nella giornata di venerdì 24 luglio per l’approvazione del bilancio e per la nomina del quinto consigliere d’amministrazione, Massimo Inguscio del Cnr, in sostituzione dell’amministratore delegato Nicola De Sanctis che s’era dimesso alcuni mesi fa dopo alcuni anni in cui aveva dato all’infrastruttura pubblica una gestione fortemente manageriale.

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I dati di bilancio

Il rinnovo della concessione per i prossimi anni, l’impegno di 200 milioni concesso dalla Bei e l’avere evitato il campo minato delle crisi bancarie pugliesi sono alcuni degli elementi di soddisfazione del presidente di Cagno. Nel 2019 l’acquedotto ha chiuso un bilancio in forte miglioramento di tutti i principali indicatori economici e un utile netto in crescita a 29,5 milioni di euro (+31% sul 2018). Il valore della produzione ha raggiunto i 563,6 milioni di euro, segnando un +3% rispetto al 2018. Sono il risultato di anni di efficientamento con le tariffe tra le tra le più basse d’Europa. «L’utile viene reinvestito al 90%», aggiunge di Cagno.

Gli investimenti rappresentano una voce importante per il Mezzogiorno d’Italia, di cui l’Acquedotto Pugliese è la principale stazione appaltante. Nel 2019 l’acquedotto ha impegnato 160 milioni di euro (rispetto ai 148 milioni del 2018) e i maggiori investimenti hanno riguardato i depuratori (circa 65 milioni di euro), in particolare la realizzazione di interventi finalizzati al potenziamento dei 134 impianti gestiti. La suddivisone è di 54 milioni per interventi infrastrutturali, 80 per investimenti di manutenzione straordinaria e 26 per collegare i consumatori con le condotte e le fognature.

Serve più acqua

Lo scenario cambia velocemente e il cambiamento del clima si legge in modo evidente attraverso la rete dell’acquedotto. Le piogge si sono rarefatte e quando piove sono tempeste, quelle che molti chiamano in modo approssimativo “bombe d’acqua”.

«Quelle piogge fortissime concentrate in poche ore non impregnano il terreno e non ricaricano le sorgenti, e defluiscono subito con la furia delle piene e degli allagamenti», aggiunge il presidente. I dati sono chiarissimi. Negli ultimi tre anni le sorgenti si sono impoverite del 21% e i bacini si sono vuotati del 39%.

Il Salento è dissetato anche dalle acque estratte dal suo sottosuolo, e i mari che lo circondano da ogni lato cominciano a infiltrare le loro acque salate.

Ecco il fabbisogno di nuove disponibilità. Potranno essere realizzati dissalatori e nuove linee di adduzione dell’acqua.

Ma — è naturale — un eventuale processo di realizzazione di nuove condotte che vengono da lontano chiede la solidarietà fra Regioni e anche fra Paesi, sfiora il tema della regolazione delle tariffe, tocca l’argomento dell’accettabilità sociale in una società che si è fatta più scorbutica e reattiva e impone di condividere anche fuori dalla Puglia i vantaggi di un’opera così rilevante che per esempio potrebbe arricchire di risorse gli acquedotti dell’Abruzzo meridionale e del Molise.

Capacità progettuale

L’Acquedotto Pugliese in questi anni si è arricchito anche di una notevole capacità ingegneristica, tecnica e progettuale. Ciò consente a Simeone di Cagno Abbrescia di forzare sui tre obiettivi della sua presidente. «Il primo è riuscire ad assicurare la disponibilità di nuova acqua. Ma abbiamo impegnato una nuova attività, per la quale stiamo ricercando partner pubblici o privati, per il secondo obiettivo che ci siamo delineati, cioè ridurre in 94 comuni le perdite d’acqua dalle reti più antiche e vetuste, che hanno più di un secolo d’attività, dove si registrano inefficienze dovute al decadimento dei materiali. Il terzo obiettivo è l’energia e il riutilizzo dei fanghi prodotti dai depuratori», ricorda il presidente di Cagno.

Nel 2019 i fanghi prodotti sono stati 189.569 tonnellate di cui 156mila riutilizzate anche come concime (rispetto alle 148 mila del 2018) e solo 33 mila destinate a discarica. L’impianto sperimentale di Monopoli ha fatto fermentare i fanghi per ottenere metano di alta qualità con cui alimentare i fabbisogno dell’azienda e le reti del gas.

E questo obiettivo energetico delinea una diversificazione dell’attività che potrebbe sorprendere: la gestione dei rifiuti. L’ente di regolazione è lo stesso (l’autorità dell’energia Arera governa anche le tariffe idriche e le tariffe ambientali), la tipologia di servizio e di capacità ingegneristica è contigua, la presenza è capillare in buona parte del Mezzogiorno.

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