la cultura della legalitÀ

Ad Africo una summer school contro la ’ndrangheta

L’occasione è “Gente in Aspromonte”, una due giorni, tra Africo e Bova, aperta a giornalisti, scrittori, registi, uomini di cultura, sindaci e amministratori, organizzata dalla Regione Calabria, con l'intento di cambiare la narrazione di una terra che sta invertendo la rotta.

di Donata Marrazzo


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(courtesy Francesco Cuteri)

4' di lettura

Che ci fa tutta quella gente ad Africo, radunata sotto una quercia, neanche fosse una piazza? Come sono arrivati uomini e donne al Rifugio Carrà, Aspromonte estremo, collegato alla pianura da sentieri sconnessi che tagliano la montagna? E perché in mezzo a quel nulla (che poi sono pietre grandi e lucenti come monumenti, boschi fitti e mandrie allo stato brado) riecheggiano le parole di Corrado Alvaro, Saverio Strati, Fortunato Seminara, Mario La Cava, Leonida Repaci, Palma Comandè? Chi ripropone in quei luoghi il pensiero meridionalista di Pasquino Crupi, originario di Bova Marina, militante eretico del Pci? Chi sta rievocando Umberto Zanotti Bianco, filantropo e archeologo, che tanto si è dedicato alla Calabria?

(courtesy Francesco Cuteri)

“Gente in Aspromonte” con Luigi Lombardi Satriani

«Proprio qui in Calabria, nella zona dove hanno vissuto e vivono gli ultimi della storia, regione che nei primi decenni del Novecento il grande meridionalista Umberto Zanotti Bianco raggiungeva a fatica, a piedi e a dorso di asino, in giorni e giorni di logorante cammino, si rincorrono adesso una pluralità di voci per affermare la volontà di riscatto, la tenace volontà di non essere confinati nei pregiudizi e negli stereotipi razzisti che ancora perdurano in una parte della società italiana». Parla Luigi Lombardi Satriani, antropologo di fama internazionale, etnologo, studioso del folklore, della religiosità popolare e della cultura contadina, con incarichi in università italiane e internazionali. L'occasione è “Gente in Aspromonte”, una due giorni, tra Africo e Bova, aperta a giornalisti, scrittori, registi, uomini di cultura, sindaci e amministratori, organizzata dalla Regione Calabria, con l'intento di cambiare la narrazione di una terra che sta invertendo la rotta.

Una summer school contro la ‘ndrangheta
Originario di Briatico (in provincia di Vibo Valentia), Lombardi Satriani è arrivato da Roma, trasportato fin dentro la montagna da una navetta delle guide del Parco nazionale dell’Aspromonte. Sotto la quercia, presenta un progetto che da quelle parti è un'idea clamorosa: «Una summer school per andare oltre la ‘ndrangheta. Per combattere “culturalmente” il fenomeno criminale e quello che resta, condannandolo e marginalizzandolo attraverso una conoscenza approfondita e articolata di ogni suo aspetto. Il linguaggio, ad esempio, o i valori che esprime ma in maniera radicalmente distorta e che pure affondano le radici nell'antica cultura tradizionale calabrese: pensate all'onore, alla dignità, al rispetto della parola data, alla serietà nei gesti, nei comportamenti, nelle parole, al rispetto delle donne».

(courtesy Francesco Cuteri)

La valorizzazione dell'identità calabrese
Quello che propone l'antropologo, insieme all'architetto Francesco Calabrò, docente dell'università Mediterranea di Reggio Calabria, è di svuotare il concetto di ogni strategia criminale con l'ausilio di storici, sociologi, antropologi, giuristi, provenienti da ogni parte del mondo, selezionati da un comitato scientifico che è già in via di costituzione. Risalire, così, alle origini magno-greche della parola: ‘ndrangheta da “andròs”, uomo di valore. E disperderne le connessioni con il mondo criminale. Una proposta che formulata ad Africo– in cui gran parte della comunità si sta facendo baluardo alla malavita - ha un significato forte. Calabrò, reggino originario di Gerace, più volte minacciato dalla ‘ndrangheta, per alcuni suoi possedimenti confinanti con quelli di esponenti di alcune cosche locali, sa che il percorso è difficile e si presta a strumentalizzazioni ed equivoci: «La ‘ndrangheta non è un problema che possiamo ignorare. È un cancro per le nostre terre. E allora proviamo a modificarne il dna, utilizzando solo gli strumenti della cultura e della conoscenza, aprendoci al confronto, alle analisi, agli approfondimenti. Sarà il primo passo verso la costituzione di un centro studi permanente sulla valorizzazione dell'identità calabrese».

Scrittori sotto la quercia

Sotto la quercia di Africo parlano anche gli scrittori, quelli che la Calabria la raccontano da dentro e non danno nulla per scontato. Si alternano Mimmo Gangemi, Gioacchino Criaco, Giuseppe Aloe, Marisa Fasanella, Ilario Ammendolia che di recente ha pubblicato “La ‘ndrangeta come alibi” (Città del Sole edizioni), un libro sulla (e contro) la criminalizzazione del popolo calabrese, che contiene anche un'intervista a Mimmo Lucano. «La storia della Calabria è storia d'un popolo sconfitto piuttosto che una vicenda criminale. Di una regione “vittima” di un unico disegno repressivo che ha utilizzato la “legalità” come arma verso i più deboli e la 'ndrangheta come alibi per la progressiva colonizzazione e criminalizzazione del popolo calabrese», spiega Ammendolia. Così, nella ricostruzione dello scrittore, tutto è cominciato 70 anni fa: la “Repubblica rossa di Caulonia”, l'occupazione delle terre, il patto Stato - 'ndrangheta. E Africo era solo un puntino di fango, isolato dal resto mondo, come racconta con intensità “Aspromonte, la terra degli ultimi”, favola western di Mimmo Calopresti.

A Bova protagoniste le donne
Tra Africo e Bova, il giorno dopo, aleggia Pitagora, Gioacchino da Fiore, Telesio, Tommaso Campanella. Ma anche Teano da Crotone, Ciccilla, la brigantessa della Sila, le prime sindache del ‘46, le bagnarote, le gelsominaie, le sirene e la fata Morgana. Sul palco, nella piazza di Bova, sono protagoniste le donne: partecipano al talk “E Berta filava…” l'antropologa Patrizia Giancotti, la scienziata Amalia Bruni, direttrice del centro di Neurogenetica di Lamezia, la linguista Maria Olimpia Squillaci, la scrittrice Maria Franco, per 35 anni insegnante del carcere dei minori di Nisida, la coordinatrice dei forni sociali di Canolo Marinella Stilo, la filosofa dell'abitare Roberta Caruso e l'imprenditrice agricola Selene Rocco, che ha trasformato un pezzo di Calabria, tra Campotenese e Morano, in un angolo di Provenza: coltiva lavanda nel Parco Nazionale del Pollino, come 80 anni fa. In chiusura, l'intervista dei giornalisti Francesco Verderami (Corriere della Sera) e Gianfrancesco Turano (L'Espresso) al presidente della Regione Calabria Mario Oliverio e a monsignor Francesco Oliva, vescovo di Locri Gerace, per scoprire che oltre i pregiudizi, “le mani legate” e la retorica c'è una terra ancora tutta da raccontare.

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