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Ad Art Basel Miami Beach i primi scricchiolii di una fiera

di Nicola Zanella

Galleria Thomas Shulte, Allan McCollum 325.000 dollari

4' di lettura

Dal 4 al 9 dicembre il Miami Beach Convention Center ha ospitato la 17ª edizione di ArtBasel Miami Beach , spin-off nordamericano della fiera multinazionale ArtBasel. Se i 268 espositori sono nel numero più o meno gli stessi dell'anno scorso, dopo la ristrutturazione del Convention Center la superficie espositiva è aumentata di circa il 10%, vedendo quindi aumentare la metratura media degli stand. L'entrata principale, quella di fronte al Botanical Garden era presidiata da Helly Nahmad , galleria newyorkese il cui proprietario è l'unico tra i galleristi ad essere incluso da Forbes nella lista dei miliardari globali con tanto di pedigree non poteva che essere accompagnato dall'opera più cara esposta in fiera, un field-painting del 1955 («Untitled (Yellow, Orange, Yellow, Light Orange)») di Mark Rohtko. Il dipinto acquistato dallo stesso Nahmad nel 2014 ad un'asta di Sotheby's per 34 milioni di dollari era in vendita per 50. Sull'opera che campeggiava su una sorta di altare, presentata in maniera sacrale (un tributo al dio-artista o al dio-denaro? ) sono girati vari rumors se sia stato venduta oppure no. Misteri divini.

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Le gallerie leader nel contemporaneo. Da Hauser & Wirth a David Zwirner , da Marian Goodman a Sprueth Magers , erano tutte affacciate sulla Central Plaza,
un'area centrale del Convention Center da cui in modo più o meno gerarchico si diramavano poi tutti gli altri espositori. Queste maga-gallerie fin dalla preview hanno astutamente comunicato vendite sfavillanti, dai 7,5 milioni di dollari per un dipinto di Philip Guston da Hauser & Wirth ad un trittico di Carmen Herrera venduto da Lisson per 600.000 dollari, a svariate opere oltre i 100.000 dollari piazzate da Lehmann Maupin : da Nari Ward, Nicholas Hlobo a MCArthur Binion ed altri. La powerhouse newyorkese, non così popolare in Europa, è radicatissima tra i collezionisti e gli art advisor americani per la capacità di far lievitare i prezzi dei propri artisti in breve tempo.
Man mano che ci si innoltrava nella fiera sterminata, che include le sezioni speciali Nova, Positions e Survey avvantaggiate dai prezzi agevolati e da una riconoscibilità tematica, gli umori cambiavano, soprattutto tra le gallerie mid-size provenienti dall'Europa, che hanno pagato più di altre l'assenza dei collezionisti europei (anche alcuni italiani noti sono mancati all'appello rispetto all'anno scorso) da questa edizione e fatto sottolineato anche da Thaddeus Ropac che ha osservato: «una vera e propria sparizione di massa». Impressione confermata da molti galleristi del vecchio continente.

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Arte black. Tra i trend che emersi in fiera, spiccava una forte attenzione per i black-figurative painters, che hanno beneficiato tra gli altri del recente record d'asta per «Past Times» del 1997 di Kerry James Marhall, venduto in maggio a New York da Sotheby's per 21 milioni di dollari. Black-figurative painters soprattutto afro-americani, ma non solo, tra le rivelazioni della fiera infatti l'artista sudafricana Billie Zangewa, rappresentata da Blank Projects , ha fatto sold-out il giorno d'apertura con opere vendute dai 20 ai 65.000 dollari. Artisti appartenenti a questa variegata corrente puntellavano vari stand: un richiamo seducente per i collezionisti americani sempre molto sensibili ai fenomeni speculativi.

Sopravvivere nel mare magnum. Tre galleristi, appartenenti alla larga schiera di gallerie così dette di medie dimensioni, e che comunque tra stand, trasporti, annessi e connessi dovevano affrontare spese fisse fino a 150.000 dollari, hanno raccontato le loro strategie di sopravvivenza per resistere in un contesto così competitivo. Marcio Botner co-fondatore di A Gentil Carioca , nonchè membro del committee di selezione della fiera, ha affermato che ad ArtBasel Miami punta sulla qualità: obiettivo portare il meglio della produzione dei propri artisti cercando di proporre, soprattutto, opere che incontrino il gusto di collezionisti americani, europei e latini, per rafforzare il suo network locale. Peter Kilchmann dell'omonima galleria di Zurigo, invece, ha fatto leva sull'appealing di artisti come Hernan Bas e Francis Alys per trainare anche il resto della scuderia, affermando che la preparazione della fiera dura tutto l'anno con vari viaggi negli Stati Uniti. Infine Luigi Nerone direttore della galleria Thomas Schulte ha ammesso che in ogni fiera c'è una componente di imprevedibilità, soprattutto per quelle gallerie che non puntano tutto su artisti blue chip, anche se un minimo di sicurezza l'ha trovata esponendo lavori importanti di un'artista fondamentale per l'arte americana come Allan McCollum.
A partire da ArtBasel a Basilea del prossimo giugno le gallerie più piccole potranno beneficiare di uno sconto sul prezzo dello stand dell'8%, le gallerie maggiori verseranno, invece, un sovrapprezzo del 9%. L'iniziativa di una ridistribuzione dei costi delle fiere tra i più grandi player e quelli minori suggerita da David Zwirner e tanto sbandierata, rischia di essere poco più che simbolica visto la differenza dei valori in campo, ma dimostra la consapevolezza che qualcosa non va, e che il gioco dei ruoli che vede pochi protagonisti e molti comprimari non può avere vita lunga. Le mega-gallerie danno lustro ad una fiera ma brillano di luce propria (come potrebbe essere diversamente?), un gigante come Van de Weghe che ha annunciato la vendita di un lavoro di Pablo Picasso a 17 milioni di dollari già i giorni dell'opening, difficilmente ha venduto quell'opera ad un ignaro passante che per sbaglio è inciampato nel suo stand. Molto più probabile che la vendita sia avvenuta o quanto meno preparata altrove e che la fiera sia servita più che altro come cassa di risonanza, poco più di un buon investimento pubblicitario.
E così tra una guerra commerciale perpetua con la Cina, Trump che sbraita e minaccia muri e dazi contro paesi vicini e lontani, l'ostracismo verso i paesi arabi, la Brexit e la sterlina debole debole, crisi politiche in Brasile e valutarie in Argentina, Venezuela e i suoi petroldollari al collasso e gli europei che in fondo giudicano Miami un po' cafona, tutto questo ha svegliato di colpo ArtBasel Miami Beach ritrovandosi meno globale di quello che credeva di essere, ma ora troppo grande per poter essere solo americana.

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