La commedia censurata

«Adda venì Baffone» al cinema: Putin blocca il film di Iannucci su Stalin

di Francesco Prisco

Una statua di Stalin portata a Berlino per una mostra sul dittatore (Afp)

2' di lettura

C’erano un napoletano per metà scozzese, un film di produzione anglo-francese e il ministero della Cultura russa. Sembra una barzelletta, ma è una delicata faccenda che incrocia diplomazia e libera espressione artistica: il napoletano per metà scozzese è il regista Armando Iannucci, autore della commedia grottesca a carattere storico Morto Stalin, se ne fa un altro (The Death of Stalin, 2017), sui fatidici due giorni che nel marzo del 1953 fecero seguito alla morte del capo supremo dell’Unione Sovietica, sulla lotta di potere che vide Nikita Kruščëv (interpretato da un magistrale Steve Buscemi) spuntarla su un’agguerritissima concorrenza che andava dall’infido Berija all’esplosivo compagno Molotov. Cosa c’entra il ministero della Cultura russa, oggi espressione della politica di Vladimir Putin, qualcosa di idealmente molto lontano dai personaggi ritratti nel film?

C’entra eccome, perché ha bloccato la distribuzione della pellicola nei cinema di Russia che era stata prevista per giovedì. Una decisione che «si basa sul parere degli esperti», secondo quanto spiegato Dmitri Peskov, portavoce del Cremlino. «Qui siamo nell’area di competenza del ministero della Cultura, c’è un consiglio di esperti», ha detto. «Un numero piuttosto elevato di esperti ha visionato il film ed è giunto a determinate conclusioni: il ministero della Cultura non può non prendere in considerazione le opinioni degli esperti, perché è questo il motivo per cui gli esperti si incontrano. Ma spetta al ministero prendere decisioni», ha aggiunto Peskov. L’opera, nell’originale intitolata The Death of Stalin, è stata giudicata «offensiva» dai nostaglici dell’Urss come gli iscritti al locale partito comunista, ma anche da insospettabili intellettuali che di settima arte ne masticano, come il regista Nikita Mikhalkov, tra i firmatari di una lettera aperta che definisce il lavoro di Iannucci «uno sputo in faccia» nel 75esimo anniversario della battaglia di Stalingrado «a quanti morirono per difendere quella città». Tanto più che tra i personaggi della pellicola - a non fare esattamente una bella figura - c’è il generale Žukov, eroe della vittoria sui nazisti.

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Lo storico Vladislav Kononov, a capo della società russa storico-militare è andato oltre: nel film «tutti i personaggi sono dipinti come degli idioti. Possono essere stati tiranni - ha sottolineato Kononov -, ma non erano certo idioti. È così che l’Occidente vede la nostra gente». L’Occidente avrà pure tanti problemi ma con la (sua) storia ci scherza ecc0me: vedi il successo del tedesco Lui è tornato (2015), su un improbabile ritorno, nella Germania di oggi, di Adolf Hitler, cui sta per fare seguito il remake italiano Sono tornato di Luca Miniero, in uscita la settimana prossima, con Mussolini che spopola nella pochezza del dibattito televisivo contemporaneo. La satira sui nostri dittatori passati, da questa parte della cortina di ferro, ce la facciamo da soli. Bello sarebbe se facessero altrettanto i russi che una volta di cinema se ne intendevano eccome, almeno prima che quel geniaccio di Ejzenštejn venisse costretto all’esilio da Stalin e tutto il resto del «cast» del film di Iannucci. Che da mezzo napoletano probabilmente conoscerà il motto apocalittico con cui ai piedi del Vesuvio, nel dopoguerra, invocavano il dittatore georgiano perché risolvesse tutti i problemi: «Adda venì Baffone».

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