Da Vogue a WWD

Addio ad Andrè-Leon Talley, narratore di successo della moda come cultura

Scompare a 73 anni il gigante nero leggendario a livello internazionale, pur in un ambiente in prevalenza bianco, che ha lavorato con Anna Wintour e Diana Vreeland

di Angelo Flaccavento

Andrè-Leon Talley (Afp)

2' di lettura

È scomparso all'età di settantatre anni Andrè-Leon Talley, figura imponente e leggendaria di quello che ormai - se si esclude l'inamovibile Anna Wintour - è il vecchio establishment della moda internazionale. Vecchio per sopraggiunti limiti di età ma anche per un cambio di scena verrebbe da dire brutale, istigato da una interpretazione alquanto insidiosa e utilitarista di temi importanti quali inclusione e multiculturalità. Talley, nero e fiero delle proprie origini, ebbe un successo stellare in un ambiente in prevalenza bianco, in anni in cui peró talento e, certo, connessioni, ma anche il saper fare, portavano lontano.

André Leon Talley, addio a una delle voci più autorevoli della moda internazionale

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Giornalista della carta e direttore creativo

Affamato di bellezza - come prova su Google si trova un’esilarante sequenza video - si espresse dal giornalismo scritto - eloquente e vivace - per Wwd, alla direzione creativa di Vogue, ruolo immateriale ma determinante. Negli anni migliori della Wintour, lui che aveva lavorato con Diana Vreeland, portò cultura, humor e, si stenta a dirlo oggi che è una bestemmia, elitarismo. Interprete del miglior pensiero americano, ovvero della auto-determinazione per capacità, era solito dire: «Si può essere aristocratici anche senza esserci nati». Una affermazione potente, in barba alle chiusure di casta che lui per primo ruppe, mantenendo però il gusto alto, fiammeggiante, aristocratico, invero elitario.

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Confidente degli stilisti e amico di Karl Lagerfeld

Con Talley se ne va un grande narratore dello stile, confidente e istigatore di infiniti designer - molto stretto fu il suo rapporto con Karl Lagerfeld. La nostalgia paralizza, ma della figura e dell'opera di Talley, larger than life in ogni senso, risuona nitido il senso del bello e dell'eccesso, l'idea che ci si possa esprimere con la moda anche solo per ispirare, far godere l'occhio, stimolare il pensiero, non necessariamente per vendere. Perché la moda è commercio almeno quanto è cultura, ma questo secondo aspetto oggi è sovente trascurato o, peggio, distorto.

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