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Addio a Borrelli, padre e guida del pool Mani pulite

Al vertice della Procura di Milano negli anni delle inchieste che hanno cambiato la storia del Paese Mattarella: «Ha servito con fedeltà la Repubblica»

di Angelo Mincuzzi


Giustizia in lutto, morto Francesco Saverio Borrelli

4' di lettura

Francesco Saverio Borrelli, procuratore della Repubblica di Milano all’epoca di Mani pulite, si è spento all’età di 89 anni. Esattamente 25 anni dopo quel 14 luglio del 1994 quando nel Palazzo di giustizia il clima si era fatto improvvisamente torrido. L’inchiesta Mani pulite dilagava da due anni, la Prima Repubblica era morta con i suoi vecchi partiti e il 28 marzo le elezioni politiche avevano portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi.

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Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Francesco Greco entrarono concitati nell’ufficio di Borrelli per comunicargli una decisione drammatica. Toccò a Di Pietro annunciarla agli italiani davanti alle telecamere poche ore dopo: «Quando la legge, per le evidenti disparità di trattamento, contrasta con i sentimenti di giustizia e di equità, diviene molto difficile compiere il proprio dovere senza sentirsi strumento di ingiustizia. Abbiamo pertanto informato il Procuratore della Repubblica della nostra determinazione a chiedere al più presto l'assegnazione ad altro e diverso incarico nel cui espletamento non sia stridente il contrasto tra ciò che la coscienza avverte e ciò che la legge impone».

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Mani pulite era a un bivio. I magistrati del pool minacciavano di abbandonare l’inchiesta dopo l’approvazione del decreto che portava la firma del ministro della Giustizia Alfredo Biondi e che limitava la possibilità di effettuare arresti nei processi di corruzione: il decreto “salva-ladri”.

Addio a Francesco Saverio Borrelli: guidò il Pool contro Tangentopoli

Addio a Francesco Saverio Borrelli: guidò il Pool contro Tangentopoli

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Difficile pensare che Di Pietro, Colombo, Davigo e Greco non avessero la benedizione del loro capo. Francesco Saverio Borrelli era stato l’inventore del pool Mani pulite, il difensore dell’inchiesta nei momenti più difficili, indistruttibile nonostante il fisico esile e asciutto, il sorriso stampato sul volto incorniciato dalla montatura metallica degli occhiali.

Borrelli era nato a Napoli il 12 aprile 1930, figlio e nipote di magistrati. Trasferitosi da giovane a Firenze, aveva studiato al conservatorio e si era laureato in legge con una tesi su “Sentimento e sentenza”. Il suo relatore fu Piero Calamandrei.

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Era entrato in magistratura nel 1955 ed era stato assegnato a Milano come giudice civile proprio nel palazzo dove il padre ricopriva la carica di presidente della Corte d’Appello. Aveva svolto il ruolo di giudice fallimentare prima di passare al penale e nel 1988 era succeduto a Mauro Gresti alla guida della Procura della Repubblica, dove dal 1983 era procuratore aggiunto. Quattro anni dopo l’insediamento al vertice della procura, Di Pietro scopre la mazzetta pagata a Mario Chiesa, esponente socialista e presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano. All’inizio nessuno immagina che quell’indagine possa deflagrare nel più grande e pervasivo scandalo della Prima Repubblica. Il terremoto, infatti, si scatena solo un mese dopo, quando Chiesa ammette le tangenti e si vendica del segretario del Psi, Bettino Craxi, che solo alcuni giorni prima lo aveva definito un «mariuolo».

Le onde sismiche di Tangentopoli si propagano e Borrelli ha un’intuizione che cambierà la storia del paese consentendo all’inchiesta di decollare. Affianca a Di Pietro altri due magistrati, Colombo e Davigo e crea il primo embrione del pool Mani pulite, affidandone il coordinamento al suo aggiunto Gerardo D’Ambrosio.

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Borrelli segue l’esempio di Rocco Chinnici, capo dell’Ufficio istruzione della Procura di Palermo, che aveva deciso di creare il pool Antimafia, coordinando indagini fino ad allora in ordine sparso. Chinnici non ebbe il tempo di attuare il progetto. Saltò in aria nell’estate 1983. Fu il suo successore, Antonino Caponnetto, a realizzarlo chiamando Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello nel pool che portò al primo maxiprocesso contro Cosa Nostra. A Milano l’idea di Borrelli si dimostra vincente e il pool si allarga presto ad altri magistrati, tra i quali l’attuale capo della procura Francesco Greco. Senza Borrelli l’inchiesta Mani pulite sarebbe stata bloccata dopo i primi mesi. Nel settembre 1992 il socialista Sergio Moroni si suicida e Craxi accusa i pm di aver «creato un clima infame». Poi arriva la minaccia del “poker d’assi” contro i magistrati di Mani pulite. Borrelli fa quadrato attorno ai suoi uomini. E li difende ancora quando alla fine di luglio 1994 a distanza di pochi giorni si suicidano il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari e l’ex dominus del gruppo Ferruzzi, Raul Gardini. E poi quando i pm inviano un avviso di garanzia al neo premier Berlusconi. Borrelli c’è sempre insieme ai suoi uomini e difende la gestione collegiale di Mani pulite.

Nel 1999 diventa procuratore generale di Milano e vi resta fino alla pensione nel 2002. Proprio quell’anno, all’apertura dell’attività giudiziaria, pronuncia la frase che lo pone suo malgrado al centro della polemica politica. Di fronte alle leggi ad personam e alle norme che tentano di imbavagliare la magistratura invita a «resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave». Non è una novità. Anni prima, alla vigilia delle elezioni del '93, aveva esortato i candidati: «Se hanno scheletri nell’armadio li tirino fuori, prima che li troviamo noi. Si candidi solo chi ha le mani pulite». È anche per questo suo interventismo che Borrelli ha avuto in vita molti estimatori ma anche parecchi avversari. «Magistrato di altissimo valore, impegnato per l’affermazione della supremazia e del rispetto della legge, che ha servito con fedeltà la Repubblica» è il saluto del capo dello Stato, Sergio Mattarella. La camera ardente si aprirà lunedì mattina, 22 luglio, nell’atrio del Palazzo di giustizia, dove Borrelli ritroverà gli uomini del suo pool. Per l’ultima volta al suo fianco.

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