Il piano

Addio campi di mais, è scoppiata la moda di coltivare le nocciole

In regione dal 2018 è triplicata la produzione: ai primi posti Pavia, Lodi, Milano e Brescia. Sono 300 le aziende del territorio che riforniscono la filiera dolciaria. L’assessore Rolfi: serve una filiera

di Raffaella Ciceri

3' di lettura

I numeri sono ancora da Pollicino: 347 ettari, niente rispetto ai 26mila del Piemonte e ai quasi 90mila coltivati in Italia. Ma la strada sembra tracciata e per i noccioleti è proprio il caso di dire che sta dando buoni frutti. In Lombardia tra il 2018 ed oggi sono triplicati gli ettari coltivati a nocciole, dai 127 di tre anni fa ai 347 di giugno 2021. Una crescita che sta coinvolgendo tutte le province lombarde e che vede ai primi posti Pavia, Lodi, Milano e Brescia. In regione sono circa trecento le aziende agricole che oggi riforniscono di nocciole la filiera dolciaria e che hanno scelto di riconvertire anche soltanto qualche ettaro di terreno da mais e foraggio alla corilicoltura, dal latino corylus che un tempo indicava appunto il nocciolo.

Alla base della scelta di puntare sulle nocciole stanno motivazioni diverse e convergenti: innanzitutto la redditività dei noccioleti, garantita dall’aumento costante della domanda mondiale da parte dell’industria agroalimentare per produrre gelati, creme spalmabili, torte, farine e snack. Coltivare nocciole rende bene, richiede costi bassi di avviamento (a patto di possedere già il terreno) e può rispondere alle sfide dell’agricoltura sostenibile, visto che gli alberi di nocciolo non richiedono molta acqua e si adattano a condizioni ambientali e terreni differenti, principalmente collinari. Fattore non secondario, oggi la coltivazione di noccioleti è sostenuta sia dagli enti pubblici sia dalle multinazionali private: Ferrero Hazelnut Company, con il Progetto Nocciola Italia, dal 2018 punta a far crescere del 30% la superficie agricola italiana dedicata alle nocciole recuperando 20mila ettari di nuovi noccioleti in tutto il paese, e sta raggiungendo l’obiettivo sottoscrivendo accordi di filiera in diverse regioni italiane tra le quali anche la Lombardia. L’unico freno possono essere i tempi d’attesa: dalla piantumazione al primo raccolto passano mediamente sei anni. «Da tempo abbiamo dichiarato l’intenzione di creare una vera e propria filiera della nocciola lombarda, dialogando con agricoltori diversi nei territori più vocati – dice l’assessore all’agricoltura di Regione Lombardia Fabio Rolfi -. Ci stiamo rapportando con players importanti attivi nell’industria della trasformazione della nocciola, interessati in modo particolare alla materia prima prodotta nella nostra regione».

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La produzione mondiale di nocciole è cresciuta del 35% dal 2000 ad oggi. La Turchia da sola fornisce il 70%, seguita dall’Italia (10/15%) e dagli Stati Uniti. Solo l’anno scorso in Italia ne sono state raccolte 140mila tonnellate, per lo più nelle Langhe e nelle zone di Viterbo, Avellino, Messina. La Lombardia con i suoi 347 ettari si affaccia timidamente sulla scena: la provincia di Pavia è passata in tre anni da 62 a 154 ettari, quella di Lodi da 17 a 39, Milano ha moltiplicato i noccioleti da 8 ettari a 37 e Brescia è salita da 19 a 34.

Monza ha quasi decuplicato, ma su numeri limitatissimi: da 2 ettari a 15. Tra questi spiccano gli 8 ettari dell’azienda agricola di Giacomo Carlo Citterio sulle colline di Besana Brianza, al confine col Lecchese. «Diciamo che la mia è stata una scelta etica e allo stesso tempo economica». Agronomo paesaggista, Citterio ha studiato il settore per un paio d’anni prima di decidersi a riconvertire i campi in noccioleti. «I terreni li avevamo ma non sapevamo più cosa farne. Prima nella nostra zona c’erano solo mais e foraggio per le stalle, oggi quel mondo è cambiato. Il nocciolo è una bella coltivazione anche dal punto di vista paesaggistico, la richiesta è in aumento e così ci siamo decisi». Il primo raccolto è arrivato a settembre 2020, supervisionato dallo stesso assessore Rolfi e dai tecnici dell’Ersaf (l’ente regionale per i servizi all'agricoltura e alle foreste): 30 quintali di nocciole delle tre principali varietà richieste sul mercato, la nocciola romana, la campana e la piemontese, tutte coltivate secondo i disciplinari dell’agricoltura biologica. «Evitiamo i diserbanti chimici, gestiamo l’acqua in modo oculato, impieghiamo concimi naturali e non usiamo pesticidi», spiega Citterio.

Le nocciole, una volta colte, vengono pulite e vendute a organizzazioni di produttori piemontesi o a qualche industria dolciaria. Il nemico numero uno è la famigerata cimice asiatica. Si prova a combatterla con l’introduzione delle vespe samurai: parassitano le uova di cimice e impediscono che si schiudano. Non bastano certo per debellare le cimici, ma gli amanti del gelato alla nocciola ringraziano.

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