aveva 89 anni

Addio a Carlo Giuffré, una vita per la commedia (da Eduardo a Benigni)

di Francesco Prisco

Carlo Giuffré, attore della grande scuola napoletana è morto l’1 novembre a 89 anni (Ansa)

4' di lettura

Se sei napoletano, speri di morire il più tardi possibile, ma speri di morire il 2 di novembre, sentitissima festa della commemorazione dei defunti, giorno dell’indimenticabile Livella di Totò. Se sei napoletano e attore, morire il 2 di novembre è un capolavoro. Ci è andato molto vicino Carlo Giuffré, napoletano, attore icona della commedia all’italiana che con Totò ci aveva pure lavorato: se n’è andato il giorno di Ognissanti a 89 anni e 11 mesi, perché per pagare e morire - ci insegnano ai piedi del Vesuvio - c’è sempre tempo. Lunga malattia alle spalle, l’ultima sua interpretazione risaliva a due anni fa. Ultima di 110 interpretazioni.

Carlo Giuffré, da De Filippo a Benigni: una vita in commedia

Carlo Giuffré, da De Filippo a Benigni: una vita in commedia

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Il debutto nel segno di De Filippo
Perché era attore di razza e, nel suo caso, l’espressione non suona retorica: fratello minore di Aldo - fuoriclasse capace di muoversi tra Strehler, Visconti, Leone e l’Inferno della poesia napoletana - Carlo era nato tra le due guerre e aveva fatto in tempo a vivere da protagonista le stagioni auree del teatro napoletano e della commedia all’italiana. Non ancora ventenne si diploma all’Accademia di arte drammatica e, insieme con il fratello, entra in pianta stabile nella compagnia del grande Eduardo De Filippo, interpretandone l’opera. Si farebbe presto a dire comico, se non fosse che Carlo è qualcosa di più: conosce alla perfezione i registri del grottesco e se ne serve con grande disinvoltura.

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C’era una volta «Napoli milionaria»
Sempre con De Filippo, nel 1950, debutta sul grande schermo: la pellicola è Napoli Milionaria e per l’occasione Eduardo, regista e autore di teatro prestato al cinema, mette assieme una specie di «dream team» di attori nati in riva al Golfo che, oltre ai fratelli Giuffré, comprende la sorella Titina e soprattutto Totò. Un debutto che vale un passaggio al Festival di Cannes. Il ragazzo è versatile e, siccome la Cinecittà degli anni Cinquanta è un’industria che non dorme mai, infila un titolo dopo l’altro, lavorando con maestri assoluti come Roberto Rossellini (La macchina ammazzacattivi, 1952) e Pietro Germi (Il ferroviere, 1956), abili artigiani come Anton Giulio Majano (La domenica della buona gente, 1953) e pazzi scatenati come Dino Risi (Belle ma povere, 1957).

Con Monica Vitti in una scena de «La ragazza con la pistola»

L’exploit de «La ragazza con la pistola»
Gli anni Sessanta sono molto stimolanti, soprattutto sopra le tavole del palcoscenico: Giuffré junior entra infatti nella Compagnia dei giovani con Giorgio De Lullo, Romolo Valli e Rossella Falk, cimentandosi con classici come Pirandello (l’allestimento dei Sei personaggi in cerca d’autore sarà un successo) e Checov. Sono gli anni degli sceneggiati televisivi che, per un attore consumato, rappresentano un’importante fonte di reddito e Carlo dà il proprio contributo al filone su titoli come Tom Jones (1960) e I giacobini (1962). Ma sono sprattutto gli anni in cui Giuffré il giovane ci regala la sua migliore interpretazione cinematografica di sempre: ne La ragazza con la pistola di Mario Monicelli (1968) è Vincenzo Macaluso, il siciliano bollente che seduce (per errore) e abbandona (a ragion vedura) una straordinaria Monica Vitti, prima di riparare nella Gran Bretagna degli Swinging Sixties. Il guaio è che la ragazza ci mette poco a inseguirlo oltre Manica. Dove scoprirà che là fuori è tutto un altro mondo. E soprattutto che lei, là fuori, è tutta un’altra donna.

Tra commedia all’italiana e cinema d’autore
A teatro gli anni Settanta sono contrassegnati dal grande successo in coppia con il fratello Aldo, con la critica acclama i nuovi De Filippo. Ma il passo tra la commedia all’italiana e la commedia cosiddetta «pecoreccia» può essere molto breve ed ecco Carlo Giuffré alle prese sul grande schermo con Basta guardarla (1971) di Luciano Salce, La signora è stata violentata! di Vittorio Sindoni (1973) oppure La signora gioca bene a scopa? di Giuliano Carnimeo (1974) con una esuberante Edwige Fenech. Non saranno titoli destinati a passare alla storia, ma danno grande popolarità e a Carlo nel 1971 tocca pure presentare un’edizone del Festival di Sanremo. Spunta qua e là qualche pellicola d’autore, come La pelle (1981), adattamento dell’omonimo romanzo di Cruzio Malaparte a opera di Liliana Cavani, mentre fa molto discutere la fiction L’ombra nera del Vesuvio diretta da Steno (1987), sul potere della camorra negli anni della guerra tra Nco e Nf.

Carlo Giuffré è Geppetto nel «Pinocchio» di Roberto Benigni

Commedia dell’arte: ieri, oggi e domani
Poi arriva il Pinocchio di Roberto Benigni (2002), con l’attore toscano che lo vuole nei panni di Geppetto, ruolo che lui stesso vestirà nel prossimo film di Matteo Garrone. L’ultimo film è Se mi lasci non vale (2016), una concessione al collega, amico e per certi versi erede Vincenzo Salemme. Alla morte del fratello Aldo, datata 2010, Carlo ricorderà gli anni d’oro del loro sodalizio: «Eravamo gli unici a fare teatro italiano, la commedia dell’arte, perché da quando nacque il melodramma nel Settecento non abbiamo più avuto teatro di prosa e autori teatrali. Da Goldoni si aspettano due secoli per Pirandello. E 50 anni dopo per De Filippo». E altri venti, aggiungiamo noi, per i fratelli Giuffré.

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