la scomparsa

Addio a Cesare De Michelis, maestro dell’editoria corsara con Marsilio

di Giuseppe Lupo

Addio a Cesare De Michelis, editore «corsaro» alla guida di Marsilio

3' di lettura

Ho conosciuto Cesare De Michelis – scomparso nella notte tra giovedì e venerdì, a Cortina, all’età di quasi settantacinque anni – prima ancora che diventasse il mio editore, in una stagione in cui, da studente, la mia generazione desiderava trovare punti di riferimento e imparare il linguaggio con cui provare a raccontare il nostro tempo.
Cesare cercava di scansare l’equivoco di sentirsi maestro, rimaneva in un territorio agli antipodi dell’accademico sul piedistallo, eppure maestro lo era nel senso vero del termine: qualcuno che non corregge, non bacchetta, non sottolinea con la matita rossoblu, piuttosto si limita a suggerire indicazioni, a proporre varianti, ma sempre nel rispetto della libertà. Era raro che un testo sottoposto alla sua attenzione finisse smontato e capovolto, eppure egli era stato tra i primi ad aver studiato i modi editoriali con cui Vittorini allevava gli scrittori negli anni Cinquanta: un procedere invasivo e persuasivo, caparbio nell’imporre una sua linea, tutto il contrario di quel che sarebbe accaduto alla Marsilio.

Il paradosso è che più Cesare si allontanava da questo procedimento maieutico e più cresceva il paradigma di una ricerca narrativa svincolata da strategie e scuole, spregiudicata nel ripercorrere i fantasmi del contemporaneo e fortemente protesa nel tentativo di dare corpo a quell’antico bisogno di individuare, dentro la letteratura, gli strumenti per comprendere e riorganizzare la vita.

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Il grande enigma che Cesare indagava assumeva le fattezze di una modernità problematica e contraddittoria, da affrontare a viso aperto, senza gli infingimenti della retorica, come duello a cui ogni scrittore e l’editore con lui non poteva sottrarsi, se non altro per avvalorare l’ipotesi che ciascun libro è una battaglia da vincere e anche nei dattiloscritti che non sarebbero finiti in libreria sopravvivono pur sempre tracce di una tradizione, da Omero alle epopee più recenti.

Cesare era sempre al confine di ogni ragionamento, un passo avanti a tutti, pronto a smontare le opinioni più consolidate e a rimettere il discorso sul piano delle ipotesi, magari anche frequentando l’azzardo di agire contromano o di adottare un’insegna corsara per una materia di sogni e di avventure com’è l’idea di letteratura che egli ha coltivato nei decenni. Credo fosse questa la cifra in cui, come editore, si riconoscesse di più. Io almeno voglio ricordarlo dentro una dimensione che si nutriva di parentele con il Secolo dei Lumi e, prima ancora, con il formidabile Cinquecento in cui il nome di Venezia coincideva con quello di Aldo Manuzio.

Nessun luogo migliore poteva ospitare Marsilio, se non l’antica capitale dei libri e nella famosa casa rossa della zona portuale, dove fino a pochi mesi fa risiedeva la sigla editoriale che Cesare aveva cominciato a costruire dal 1961, al confine tra canali d’acqua e marciapiedi, accadeva di scorgere il senso di una civiltà fatta di inchiostri, sacra e profana, un oriente non ancora finito, un occidente non ancora cominciato. Cesare ha abitato su quel ponte, si è posto al crocevia di una storia gloriosa e di un sentimento che l’intelligenza del cuore assimilerebbe a quell’attesa paziente con cui un editore si mette sulla riva del mare e aspetta manoscritti in bottiglia.

L’immagine è stato egli stesso a usarla in una conferenza all’Università di Firenze: l’ennesima delle sue provocazioni, ma anche una dichiarazione d’amore a un mestiere delicato e profondo com’è l’arte di pubblicare libri. Un esercizio che Cesare ha vissuto come viaggio nella creatività, come opportunità di aggiungere qualcosa di nuovo alle impalcature del mondo.

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