MORTE PER SUICIDIO

Addio a Chester Bennington, leader fragile dei Linkin Park

di Francesco Prisco


Morto suicida il cantante dei Linkin Park, Chester Bennington

Morto suicida il cantante dei Linkin Park, Chester Bennington

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3' di lettura

Quando il rock era giovane, le rockstar maledette si iscrivevano al «Club of 27», se ne andavano nel fiore degli anni, con tutta la carriera davanti. Adesso che il genere musicale più popolare del Ventesimo secolo è un «prodotto maturo», ironia della sorte, le icone del genere ci lasciano compiuti i 40 anni. Forse per caso, forse estremo effetto collaterale di un insanabile conflitto con la maturità che sfocia nella depressione. L'ultimo della serie è Chester Bennington, 41 anni, front leader dei Linkin Park che si è tolto la vita ieri, impiccandosi nella sua residenza di Palos Verdes Estate, in California.

Come il suo idolo e amico Chris Cornell (52 anni), cantante dei Soundgarden uccisosi a maggio, al cui funerale Bennington aveva cantato «Hallelujah» di Leonard Cohen dopo avergli dedicato una commovente lettera d'addio. In circostanze tragiche, come quando un anno e mezzo fa se ne andò Scott Weiland (48 anni) che Bennington aveva «avuto l'onore» (parole sue) di rimpiazzare al microfono degli Stone Temple Pilots. Sembra il libro dei morti, ma è la storia del rock, col suo eterno ritorno al mito di Buddy Holly aggiornato al Terzo millennio. «Sono sotto shock e ho il cuore spezzato, ma è vero», ha scritto il compagno di band Mike Shinoda su Twitter.

Bennington con i Linkin Park ha avuto un merito oggettivo: rendere universale il genere nu metal, quel ritorno all'hard & heavy dei primi anni Duemila che metabolizzava la lezione del grunge e non disdegnava contaminazioni con la cultura della strada, divenuta ormai l'hip hop. Il tutto senza perdere di vista un certo gusto per la cantabilità. Roba da 60 milioni di copie vendute che, nel caso di Bennington, hanno contribuito alla costituzione di un patrimonio personale stimato in 30 milioni di dollari, adesso da dividere tra i sei figli, naturali e adottivi. Feeling speciale con il pubblico di mezzo mondo, compreso quello italiano: esattamente un mese fa, con i Linkin Park, Bennington era stato protagonista al parco di Monza della data di maggior successo degli «I-Days», con un sold out da 80mila paganti.

La parabola dell'artista non si discosta molto da quella del suo amico Cornell. Anche lui figlio della provincia americana - era nato a Phoenix, Arizona - da un poliziotto e un'infermiera che presto si separeranno, con Chester che va a vivere con il papà e cambia più di una volta residenza in giro per l'Arizona. Da bambino viene molestato da un amico adolescente: subisce ma, dopo aver scoperto che il suo molestatore era stato a sua volta vittima di violenze sessuali, sceglie di non denunciare. Si abbandona alle droghe, prima leggere e poi pesanti, si salva grazie alla musica, prima abbastanza leggera (Foreigner), poi sempre più pesante (Rush e gli stessi Stone Temple Pilots cui, tra le sue maggiori influenze, si affiancano i Depeche Mode). A metà anni Novanta, ancora giovanissimo, si fa notare con la band grunge Grey Daze con cui pubblica due album senza arrivare troppo lontano.

La chiave di volta è il provino telefonico che Bennington, su segnalazione del producer di Warner Music Jeff Blue, tiene con gli Xero, gruppo californiano che sembrava non riuscire ad arrivare da nessuna parte. L'audizione va bene, Chester si trasferisce sulla costa pacifica e comincia una nuova vita come frontleader della band che cambia due volte logo, prima in Hybrid Theory, poi in Linkin Park, nome che nel suono evoca Lincoln Park, la più frequente denominazione che negli Usa viene utilizzata per i parchi pubblici. È il big bang: esordio fulminante con l'album «Hybrid Theory» (2000), quello che contiene il brano «In the end», il vero marchio di fabbrica dei Linkin Park, cui faranno seguito altri sei dischi, da «Meteora» (2003) a «One More Light», l'opera del ritorno risalente allo scorso maggio. Un ritorno che suona oggi come un amaro addio. «Ci ho provato così tanto/ sono arrivato così lontano/ ma alla fine neanche importa».

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