Visto da vicino

Addio a Demetrio Volcic, raccontò le trasformazioni dell’est europeo

Dall’amicizia con Gorbačëv all’attività saggistica. Ritratto di un fuoriclasse del giornalismo italiano del Novecento

di Marco lo Conte

4' di lettura

“Le lancette della storia sono vivacette”. Così Demetrio Volcic chiudeva il suo servizio del Tg delle 20 dell'11 marzo 1985 sulle riforme che l'homo novus dell'Unione Sovietica aveva annunciato in occasione del suo insediamento. Glastnost e perestrojka sarebbero diventate da quel giorno le parole chiave della politica di Michail Sergeevič Gorbačëv e per tutto l'occidente la speranza di chiudere una contrapposizione tra blocchi dolorosa e ormai sterile.

Grazie a quella chiosa anche il grande pubblico italiano capì che qualcosa di importante stava accadendo. Dopo aver pronunciato il suo discorso davanti al Parlamento russo, il futuro premio Nobel per la pace, uscito a piedi dal palazzo passò di lato alla selva di giornalisti, telecamere e microfoni che volevano da lui una dichiarazione, una battuta, un segno per capire se davvero la Russia di Lenin, Stalin, Bresnev, Andropov e Cernenko, avrebbe abbracciato con determinazione la strada delle riforme. Gorbačëv si avvicinò a salutare con calore un solo giornalista: l'allora corrispondente italiano della Rai Demetrio Volcic.

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Il professionista e l’uomo

Due particolari che fecero capire immediatamente a chi come me aspirava al lavoro di reporter, cosa significasse essere un fuoriclasse nel giornalismo. Lo avevo capito in precedenza nello sport, poi negli studi, ma per questa professione tanto idolatrata quanto bistrattata qual è tuttora, non avevo ancora conosciuto un punto di riferimento cui potersi ispirare. Demetrio Volcic ha lasciato questa terra, ma ci ha fatto tutti più ricchi di conoscenza: i telespettatori del servizio pubblico, cui ha spiegato per oltre trent'anni le vicende della Guerra Fredda fino al disfacimento dell'Urss, così come le persone che gli sono state vicine e i molti colleghi con cui ha lavorato. Elegante, colto, caustico, affezionato ai suoi difetti e pronto a non prendersi troppo sul serio, Volcic aveva uno straordinario sesto senso per cogliere il punto vero di ogni vicenda e spiegava ogni sera le vicende dell'est europeo con precisione, equilibrio e grande capacità di fotografare gli accadimenti spesso oscuri e convulsi di quel mondo oltre cortina, che negli anni ottanta si andava via via sgretolando, a un popolo come quello italiano che per decenni si è contrapposto per ideologismi, con esiti deteriori visibili tuttora. Quella che offriva con le sue corrispondenze era una visione d’insieme, che resta ancor oggi un modello di comunicazione giornalistica.

Il background

Figlio dei confini e delle frontiere, Demetrio Volcic era nato nel 1931 a Lubiana, in Slovenia, da una famiglia in cui si intrecciavano molte lingue (lui ne parlava correttamente sei), con diversi rappresentanti nella diplomazia e tra ufficiali militari. Il suo lavoro di giornalista, iniziato in Rai nel 1956, ne fu l'inevitabile conseguenza diretta. I suoi servizi, nella necessaria sintesi televisiva o radiofonica, erano il frutto di un ampio e intenso lavoro di documentazione, relazioni, scavo, conversazioni e conoscenze. Fatto spesso anche di convivialità e di partite a scacchi, attività (entrambe) in cui i funzionari comunisti si cimentavano continuamente, cercando di accrescere il proprio prestigio. Analogamente la sua attività di docente universitario e politico (fu senatore dal 1997 al 2001) rappresentarono il seguito naturale di questa propensione per raccontare i confini e le frontiere. Autore di numerosi libri sulle trasformazioni dell'est europeo, Volcic conclude la sua carriera come direttore del Tg1, per molti versi la carica più prestigiosa di tutto il servizio pubblico, dopo essere stato a lungo corrispondente da Praga, Bonn, Vienna e ovviamente Mosca.

Dal Tg1 ai ragazzi di Radio Cnr

L'ho conosciuto dopo l'uscita dal servizio pubblico, quando mi occupavo per l'emittente Radio Cnr di chiedere a commentatori di prestigio di analizzare per noi i temi dell'attualità. Il caso, o la fortuna, volle che una volta svincolato accettasse di collaborare con questo gruppo di giovani giornalisti radiofonici, animati da speranze, entusiasmo e gran voglia di mettersi alla prova. Si mise a disposizione con umiltà e curiosità per un’avventura ben diversa dalla precedente. Fu per noi l'occasione di trasformarsi in spugne e imparare: dalla lezione (tuttora) attualissima di Carlo Emilio Gadda sul linguaggio radiofonico, ai consigli sulle pronunce dei nomi esotici, fino all'organizzazione del lavoro e del palinsesto. Un giorno si presentò all'alba, stupendo i turnisti delle 6: ci teneva a scrivere un breve manuale con i capisaldi di ciò che intendeva per linguaggio giornalistico radiofonico e voleva fosse pronto per la riunione delle 9. A lungo nessuno arrivò più in ritardo in redazione.

Ma il meglio, almeno per me, erano i suoi racconti che riuscivo a strappargli davanti a un caffè. “Perché quel giorno Gorbačëv è venuto a salutare proprio me? Da anni frequentavo i giovani funzionari di partito più promettenti e non mi ci volle molto per capire che Michail Sergeevič era una spanna sopra tutti. Ci vedevamo spesso a Mosca, a volte anche con Raissa, sua moglie”.

Le beffe della storia

Testimone dei momenti chiave del secondo novecento, Volcic fu dalla storia stessa più volte beffato: quando questa segnava le sue date nei libri, lui non c'era. Mi raccontò che solo pochi giorni prima dell'ingresso dei carrarmati sovietici a Praga, nel 1968, per stroncare la rivoluzione gentile di Dubček, aveva lasciato la capitale cecoslovacca per sposarsi. E alla notizia della deposizione del presidente cecoslovacco, dirottò viaggio di nozze e moglie per rientrare avventurosamente nel paese attraverso il confine con l'Austria. Perché l'Austria, e Vienna in particolare, erano il punto di osservazione privilegiato per capire le relazioni tra Nato e Patto di Varsavia e nella capitale austriaca aveva vissuto a lungo, anche dopo la sua esperienza lavorativa e dove sono andato a trovarlo.

Quando l'11 settembre chiuse per davvero il Novecento e aprì una fase nuova della storia, Volcic non si fece trovare sorpreso: da anni seguiva la crescita del fondamentalismo islamico, il conflitto russo-afghano iniziato con l'invasione dell'80, la nascita di un nuovo orizzonte geopolitico, con dinamiche e contrapposizioni nuove: Al Qaeda, il conflitto tra sciiti e sunniti, l'emersione della Cina. Un nuovo mappamondo che a poche ora dagli attacchi alle torri gemelle Demetrio aveva già ben chiaro. Negli ultimi anni era tornato nella sua Gorizia, dove si faceva disturbare volentieri al telefono dai suoi ex allievi. Che gli sono debitori.

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