il ricordo

Addio Ennio Morricone: l’arte come dovere e servizio

Il dubbio come scuola di vita, l'umiltà di ripartire ogni volta da zero, l'esigente disponibilità a scavare dentro di sé per attingere ispirazione: il nostro saluto al maestro Ennio Morricone è rileggere le sue parole, scelte con il cesello preciso di una composizione sinfonica. Questo è il racconto del nostro ultimo incontro, poco dopo la vittoria dell'Oscar

di Nicoletta Polla-Mattiot

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(EPA)

Il dubbio come scuola di vita, l'umiltà di ripartire ogni volta da zero, l'esigente disponibilità a scavare dentro di sé per attingere ispirazione: il nostro saluto al maestro Ennio Morricone è rileggere le sue parole, scelte con il cesello preciso di una composizione sinfonica. Questo è il racconto del nostro ultimo incontro, poco dopo la vittoria dell'Oscar


4' di lettura

Il segreto del successo è non credere di meritarselo, arrivarci sempre con la paura di deludere, se stessi, prima degli altri. Se c'è un'attitudine controcorrente è la certezza di poter fallire da un momento all'altro, anche dopo centinaia di premi. È forse il tratto che più m'incanta di Ennio Morricone, acclamato premio Oscar all'età di 87 anni. In mezzo alla grancassa dei trionfalismi mediatici, la sua asciutta, persino austera, soddisfazione, è nuda di ogni compiacimento, quasi meditativa.

Quest'incontro mi regala due scoperte alquanto rare: l'onestà severa di chi riconosce il suo valore, ma non se ne fa un merito e la pacata testimonianza che l'artè genio, è servizio. Se la eserciti al punto da diventare famoso in tutto il mondo, hai solo fatto il tuo dovere.

«Io devo rispondere prima di tutto a me stesso - comincia -. Rischiare, mettermi in gioco, cercare di fare sempre qualcosa di nuovo. Poi, metto in conto che la mia musica possa anche non piacere. Oggi sono ancora più preoccupato di un tempo. È come se il passato, la maturità, dessero una dimensione di continuità al mio senso di responsabilità. Una volta ero più incosciente. Questo è un mestiere complicato: non basta che sia contento io, da solo. Devo capire la personalità del regista e trovare, di volta in volta, un linguaggio diverso, in cui possa riconoscersi. Poi c'è il pubblico, che ascolta, a cui la musica deve raccontare quello che non si dice e quello che non si vede nel film. Una responsabilità triplice. Un bel brano può dare molto a una bella storia e viceversa, ma a volte una musica pessima o mediocre è indifferente e non ne compromette la riuscita. Parimenti, un'ottima musica non può fare niente per migliorare un cattivo film e questa è una specie di tragedia professionale. Quando però si è fatto il meglio di cui siamo capaci, quando si è lavorato con tutto l'impegno professionale e tecnico, l'apprezzamento non è la cosa principale. Tant'è vero che arriva sempre in ritardo. Qualche volta ho scritto cose buonissime, che almeno io pensavo fossero buonissime, e lo pensava anche il regista e il pubblico, ma non ho avuto nessun riconoscimento, neanche verbale.

L'Oscar è stato un bel momento, ma le soddisfazioni sono provvisorie perché si può sempre fare peggio al prossimo appuntamento. Proprio come il tour di concerti che mi sta portando in giro per il mondo. Se penso a uno dei piaceri della mia vita, in questo momento, è quello di eseguire le mie musiche, dirette da me, strumentate da me, davanti a un pubblico che le vuole ascoltare. E ne vorrebbe anche altre, se solo i concerti potessero durare tre ore e più. Quando dirigo, ho davanti 90- 95 persone di orchestra e 70 di coro. Io adoro la voce umana, è lo strumento principe che abbiamo a disposizione, il più duttile, e viene dall'interno del nostro corpo. Eppure la bellezza è unita inevitabilmente al timore che qualcosa non vada come deve. E quest'ansia me la porto dentro fino a che il concerto non finisce. Solo allora tiro il fiato e penso: “Meno male, è andata”.

Questo capita a tutti i grandi direttori e capita a me, che non sono un grande direttore, ma solo un compositore che ha la fortuna di poter dirigere la propria musica. Qualche anno fa, ho fatto un'analisi dei classici, Mozart, Bach, Mahler, applicati al cinema: composizioni che esistevano molto prima di essere legate a un racconto della cinepresa e che, proprio in virtù della loro autonomia, hanno arricchito il registro narrativo.

Da quando ho preso coscienza di quest'aspetto, mi sforzo di scrivere brani che siano di aiuto al film, ma che abbiano un senso da soli. La constatazione di esserci riuscito ce l'ho solo durante i concerti, quando il pubblico riconosce alla musica una validità indipendente, una consistenza che non prescinde dal film che ha accompagnato, ma sussiste anche senza di esso.

Tutt'altro discorso è comporre musica assoluta. Quello è il mio lusso e anche il mio vero tempo libero. Quando ho una buona idea - e solo allora perché non mi piace mettermi a tavolino se non ho una cosa precisa da trasferire sulla carta - mi dedico a scrivere. L'ispirazione non viene mai da fuori, ma scavando in sé. Cerco qualcosa che risuoni intimamente e piano piano maturi dentro, nella testa. Se diventerà chiara, la scriverò. Sarà qualcosa che riguarda solo me, il tentativo di comporre un pezzo interessante, nato non in relazione a un regista, a un film, agli spettatori. Quello è già il mio lavoro, da tanti anni.

Quando mi chiedono se c'è un brano a cui sono legato più che ad altri, non posso rispondere. Sono contento di tutto quello che ho fatto, ma con i dubbi che lo hanno accompagnato. Ogni volta si ricomincia da zero, dallo sforzo dell'invenzione e della diversità. Con Tarantino, ad esempio: ho trattato The Hateful Eight come non ho mai trattato nessun regista in senso musicale. Una preoccupazione nella preoccupazione: entrare dentro emozioni, che non necessariamente sono le tue. Esprimere la violenza, ma in quella, cogliere anche ciò che non si vede, la pietas, quasi il punto di vista dolente della vittima.

In tanti hanno parlato di orgoglio italiano per questa mia vittoria agli Oscar. Io sono romano e non mi sono mai voluto trasferire altrove. Tant'è vero che, quando mi è stata offerta una bella villa a Los Angeles, non ho accettato. Ho detto semplicemente che preferivo stare dove vivo bene e da sempre, nella mia Roma. Dunque mi fa piacere l'apprezzamento del mio Paese e sono contento dei tanti messaggi, della felicità che l'Italia abbia vinto. Ma tutto questo viene dopo. Prima c'è la responsabilità di quello che scrivo e che sia scritto bene. Ogni singola volta. Anche se tutte le altre sono andate bene, la successiva dev'essere meglio.

Adesso però non ho impegni per il cinema e voglio dedicarmi al piacere e privilegio di scrivere per me. Lo dicevo prima: la musica assoluta è ricerca pura, espressione interiore, personale. Bisogna frugare dentro se stessi e cercare qualcosa, cercare, cercare. Poi se si trova, meno male».

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