1952-2019

Addio a Francesco Durante, scrittore dei napoletani d’America

di Giuseppe Lupo

3' di lettura

Esisteva un legame particolare tra Francesco Durante e la città di Napoli, intorno a cui egli gravitava da sempre (pur essendo cresciuto in Friuli ed essendosi laureato all'Università di Padova) e alla cui storia culturale aveva contribuito con la sua intelligenza. Certo non era la Napoli che la tradizione aveva reso una cartolina a volte sguaiata, a volte di maniera. Piuttosto una città che sentiva il valore di un passato ambizioso e cercava la via migliore per ricordarlo ai suoi abitanti.

Io non so se Francesco Durante avesse mai osservato questa città con gli occhi di uno che guarda alla capitale di un mondo abituato a trovare nell' allegria di un vissuto quotidiano la ragione per sorridere. Credo lo avesse fatto più d'una volta e adesso che ci ha lasciati all'improvviso, all'età di 66 anni, a noi mancherà per sempre l'occasione per tornare a discutere della “sua” Napoli, città dai mille volti ma, nel suo caso, luogo a metà fra l'aristocratica percezione di un Raffaele La Capria e la popolana bellezza di un Domenico Rea, della cui opera, radunata nei Meridiani Mondadori, egli è stato il curatore. Francesco Durante ha guardato a Napoli (e alla vita, più in generale) con la convinzione che la letteratura fosse il miglior punto di osservazione per comprendere gli uomini. E lo ha fatto coltivando numerose scrivanie: del narratore, del critico letterario, del saggista, del docente universitario, dell'editore, dell'organizzatore di eventi.

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Il mestiere di vivere nei libri, che egli attraversava con un sorriso mai sguaiato e il nitore di uno stile sempre elegante, è stato il punto in cui fermarsi a guardare tanto lo skyline dei palazzi lungo via Caracciolo quanto i muri fatiscenti dei quartieri spagnoli, cercando sempre una linea mediana tra gli estremi, una formula d'equilibrio, quasi a sottolineare che Napoli avesse bisogno del folklore e del dialetto, come un certo stereotipo chiedeva, ma non poteva fare a meno di quella ragione che stava nell'epoca dei Lumi e di cui si conservava vivo, qua e là, qualche rivolo.

Quando si avviava una conversazione con Francesco Durante, accadeva di trovarsi in un procedere d'idee che non solo per ragioni geografiche assumeva coloriture meridionali, ma era un'incursione dentro un Meridione eclettico, fortemente tentato di scavalcare il mare che circondava Capri, l'isola dov'era nato nel 1952, e di rincorrere il vento che portava a occidente, nei luoghi di una memoria che non poteva non coinvolgerci tutti, là dove erano sbarcati i nostri nonni, i nostri bisnonni partiti sui piroscafi e approdati a Ellis Island, l'isola della libertà.

Francesco Durante aveva capito che non poteva esserci identità meridionale trascurando il fenomeno dell'emigrazione d'oltreoceano, come se emigrare non fosse stato semplicisticamente un dire addio alla terra nell'infinita liturgia della lacrime, ma un guadagnarsi un posto nel mondo, il diritto di esistere come uomini e non più come servi.

Potrà sembrare paradossale, ma i due volumi di Italoamericana, che sono stati pubblicati nel 2001 e nel 2005 e costituiscono la prima storia e antologia della letteratura italiana negli Stati Uniti, rappresenta l'ideale risposta a Americana di Elio Vittorini, uscita sessant'anni prima, nel 1942. Come Vittorini elevò un monumento di parole al mito degli scrittori d'oltreoceano, Durante ricostruì un'epopea culturale che ha riverberato sull'identità della nostra nazione, negli anni che segnarono la fine dell'Ottocento e poi anche dopo, nei venti del nuovo secolo. Una letteratura umile, certo, magari composta da nomi meno rilevanti di tanti premi Nobel, ma pur sempre uno spaccato di umanità che ha cercato nel viaggio di Cristoforo Colombo il modo di sentirsi nei tanti perchè del suo e nostro tempo.

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