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Addio a Gorbaciov, l’uomo della Perestroyka

Nel caos della disgregazione dell’Urss provocato da lui stesso, Gorbaciov si muoveva come un personaggio di Dostoevskij: prima ispirato dall'idea del bene, poi tradito dalla natura umana, infine rassegnato all'espiazione

di Ugo Tramballi

Putin all'Occidente: "La Russia non fara' la fine dell'Urss"

4' di lettura

Nella serata del 30 agosto Mikhail Sergeevich Gorbaciov, l’ultimo segretario generale del Partito comunista sovietico e ultimo Presidente dell’Urss, è morto all’età di 91 anni presso il Central Clinical Hospital di Mosca, dove era ricoverato. Lo riferisce l’Agenzia Tass.

Il culto della personalità di Stalin era ufficialmente vietato. Ma a Gori, in Georgia, la piazza centrale era ancora dominata dalla sua statua e, poco distante, il custode della casa natale di “Koba” apriva la porta a chiunque la volesse visitare. A Ulyanovsk il Museo Lenin era un enorme edificio quadrato, costruito attorno alla casa dove il fondatore dell'Unione Sovietica era nato. Perfino di Breznev si celebravano i luoghi in cui aveva soggiornato. E Krasnoyarsk continuava a ricordare il suo augusto cittadino: Konstantin Chernenko.

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In quel fatidico 1989 si commemorava il settantesimo dell'Urss. Solo Mikhail Gorbaciov, il segretario in carica, era ignorato. Perfino a Stavropol, dove pure era nato il 2 marzo del 1931 e aveva iniziato la sua carriera di segretario locale del partito. Da noi, in Occidente, era “l'Eroico Gorby”. “I like Mr. Gorbaciov, we can do business together”, sosteneva un'anticomunista come Margareth Thatcher.

Nel suo Paese, invece, Mikhail Sergeevich era detestato o guardato con diffidenza. Stava liberando i russi ma a loro non sfuggiva che per causa sua Velikaya Rossiya, il Grande Paese, perdeva il suo potere nel mondo. Lo avrebbe perso comunque: Gorbaciov constatava solo l'insostenibilità economica di quella potenza per un Paese che non produceva più nulla. Ma il senso di grandeur per i russi era più potente della realtà e della libertà che in cambio veniva loro offerta. Non è casuale che oggi la dittatura a-ideologica di Vladimir Putin non sia fondata sulla democrazia ma sulla volontà restauratrice di quella grandezza.

Giovane riformatore protetto da Andropov

Primo segretario del partito di Stavropol a 39 anni, a 40 membro del Comitato centrale del Pcus a Mosca e a 48 del Politburo. Nella gerontocrazia Brezneviana, Gorbaciov era di una giovinezza straordinaria. Il merito di una carriera così rapida fu la sua umanità ma soprattutto la protezione di Yuri Andropov. Del giovane, Andropov aveva colto le qualità riformatrici delle quali, pensava, il Paese aveva bisogno.

Sulla definizione di riforme bisogna intendersi. Il Kgb che Andropov dirigeva, non era solo il poliziotto del regime. Era anche il Censis e l'Istat, l'unico ente a sapere che l'invasione dell'Afghanistan e gli Euromissili avevano raschiato il fondo delle risorse economiche sovietiche. Servivano riforme: ma solo per migliorare il sistema, non per cambiarlo. Fu l'errore di Andropov che alla fine sarebbe costato il posto a Mikhail Gorbaciov: quel comunismo era irriformabile.

Quattro parole guida, ma nessuna di successo

Forse intuendolo, alla morte di Andropov il vecchio regime scelse ancora uno dei suoi, il morente Chernenko. Ma solo un anno dopo, nel marzo 1985, all'età di 54 anni Gorbaciov diventava Segretario generale del Pcus e “Guida della Costruzione del Socialismo” i cui nuovi strumenti sarebbero state quattro parole annunciate al 27° Congresso del Partito, nel 1986: Perestroyka (ristrutturazione), Glasnost (trasparenza), Demokratisatsiya e Uskoreniye (accelerazione).

Qualcuna si perse per strada; altre diventarono parte del lessico globale, come oggi lo spread; nessuna ebbe successo. Dopo aver dimesso decine di vecchi funzionari e tentata una spallata a un sistema produttivo inefficiente, alla Conferenza straordinaria del giugno 1988 Gorbaciov propose il sistema presidenziale: non sarebbe più stato il segretario del partito a governare l'Urss ma un presidente scelto dal Congresso del popolo, un parlamento.

L'illusione di guidare un sistema riformabile

Sempre nella convinzione che il sistema fosse riformabile, Gorbaciov intendeva che il nuovo presidente continuasse ad essere anche il segretario del partito; e che solo metà del Congresso dovesse essere eletto dal popolo. Ma fu comunque l'inizio della fine: niente sarebbe stato come lui aveva previsto. E nulla sarebbe rimasto come prima.

Per la Storia, Gorbaciov è un grande distruttore, anche se il tempo gli concederà che le sue furono macerie costruttive. Prima demolì il sistema sovietico poi quello internazionale. Ritirò i militari dall'Afghanistan, propose una Casa comune europea dall'Atlantico a Vladivostok, avendo capito che il Muro di Berlino non sarebbe rimasto in piedi per molto.

Al summit di Reykjavik del 1986 lui e Ronald Reagan arrivarono a un passo dall'eliminazione di tutte le armi nucleari strategiche. Poi pose fine alla Dottrina Breznev che prevedeva l'intervento armato sovietico per sostenere i regimi satelliti. Gorbaciov credeva che il Patto di Varsavia si sarebbe trasformato in un nuovo organismo socialista per cooptazione. Fu un'illusione della stessa natura della riformabilità sovietica: entro la fine del 1989 non sarebbe rimasto un solo Paese comunista in Europa.

La disgregazione incontrollabile dell’Urss

In quell'anno si accelerò anche la disgregazione dell'Urss, che nel 1990 divenne incontrollabile. L'economia restava stagnante, le aspirazioni della gente crescevano. Prima le repubbliche baltiche, poi le caucasiche e l'Ucraina dichiararono il loro diritto all'indipendenza. Anche il Congresso del popolo abrogò l'articolo 6 della costituzione, che garantiva il primato del Pc. Intanto Boris Eltsin era stato eletto segretario del partito russo: non ce n'era mai stato uno, perché nel profondo centralismo del sistema, L'Urss erano il Cremlino, Mosca e la Russia. Fu l'inizio della disgregazione da dentro, dal cuore del Paese, la Russia appunto. Il breve e quasi ridicolo golpe dei nostalgici dell'agosto 1991, accelerò la fine.

In questo caos provocato da lui stesso, Gorbaciov si muoveva come un personaggio di Dostoevskij: prima ispirato dall'idea del bene, poi tradito dalla natura umana, infine rassegnato all'espiazione. Disgregatasi l'Unione Sovietica senza che a lui, primo e ultimo presidente, fosse chiesto un parere, il 25 dicembre 1991 Gorbaciov diede le dimissioni. Ai russi e al mondo aveva offerto visioni impossibili: un'Unione Sovietica trasformata in Paese normale e un sistema internazionale fiducioso, liberato dall'incubo nucleare.Tuttavia, pur nella grande confusione, Gorby aveva dato a tutti un'opportunità. Non ne approfittò nessuno: i russi né noi occidentali. Forse un giorno sarà concesso anche a lui un monumento in una piazza di Mosca. Forse: comunque non prima che passino un paio di generazioni e che cambi l'anima russa.

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