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Addio grossisti largo ai servizi, così è cambiata via Paolo Sarpi

Il quartiere milanese è ora zona cool nota per lo street food e i prezzi proibitivi delle case. Gli imprenditori cinesi sono ormai oltre 6mila

di Rita Fatiguso

Le radici degli Hu. Questo scatto del 1975 immortala cinque generazioni della famiglia Hu, a Yuhu, il centro dello Zheijiang dal quale provengono gli avi di Stefan Hu, presidente dell'Uniic, l'associazione dei giovani imprenditori cinesi in Italia. La foto fa parte della sezione Cina curata dall'Istituto italocinese per Vicino/Lontano, progetto sulle migrazioni realizzato a ottobre dalla Commissione nazionale italiana per l'Unesco di Roma nel Palazzo delle Esposizioni

4' di lettura

Da storico borg di scigulatt (borgo degli ortolani) a tàngrénjie (casa dei cinesi), quartiere di tendenza nel cuore di Milano: il cambio di pelle di via Paolo Sarpi non poteva essere più drastico.

Una via lunga e stretta, spina dorsale dell’area un tempo nota per le botteghe storiche di qualità, poi diventata cassa di risonanza di svolte economiche globali, per trasformarsi, infine, nella più grande e affluente Chinatown europea, ma viva non da cartolina, con gli italiani mescolati ai turisti e ai creativi, tutti in fila in strada per assaggiare specialità come i panini alla piastra di Xi’an (mo) o ripieni cotti al vapore (baozi) o gli spaghetti (ramen) fatti a mano, sotto i tuoi occhi, come a Lanzhou, nel Gansu.

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Una zona cool, vibrante, giovane, dove aspirare a vivere ma, anche, off limits per molti, dati i costi proibitivi delle case al metro quadro. Vent’anni fa non era affatto così.

Cruciale è stato l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio, l’11 dicembre del 2011. Da allora il made in China ha invaso i mercati mondiali, via Paolo Sarpi e dintorni è diventata un’enorme negozio all’ingrosso incastrato in un quartiere residenziale. Un imbuto stretto dove i negozi vecchia Milano di qualità hanno ceduto il passo a magazzini improvvisati, ovunque. Cantine, sottoscala, garage. Il numero degli imprenditori di origine cinese è lievitato, come pure i loro fatturati.

Quanti sono oggi? Francesco Wu, consigliere dell’Unione Confcommercio con delega all’imprenditorialità straniera, ipotizza: «Circa 8-9mila a Milano e provincia, in città le imprese a gestione cinese si aggirano sulle 5-6mila. Ma è cambiata molto la loro qualità». Nei ristoranti cinesi oggi lavora il mondo intero, anche tanti italiani. E gli imprenditori sono sempre più globalizzati, affrancati dalle logiche dei prestiti informali interni alla cerchia migratoria dei primi arrivi dalla madrepatria, come testimoniano i nuovi giovani imprenditori dell’Uniic, che ha appena festeggiato i dieci anni di vita.

Con la filosofia di chi le ha viste tutte Remo Vaccaro, presidente dell’Ales, Associazione liberi esercenti Sarpi che organizza nella via “Ottobre Doc”, profetizza: «Paolo Sarpi ha vissuto almeno tre vite, dai laboratori di accessori, all’ingrosso, ai ristoranti dello street food, ma la sua forza è che non è mai finita, non si arrende mai».

Nel 2007 lo scontro tra polizia e negozianti cinesi innescato dalla scintilla di una multa lascia il quartiere per ore in preda a una guerriglia urbana che porterà alla riqualificazione drastica dell’area. È un altro giro di boa importante per la comunità cinese, sempre più influente, sempre più connessa alle reti globali e all’economia rampante di Pechino: le autorità cinesi locali intervengono a loro fianco, tra la folla spuntano le bandiere rosse.

«È una comunità molto calorosa, amichevole, laboriosa, premurosa - dice al Sole 24 Ore il console Liu Kan. Le associazioni cinesi hanno fatto un buon lavoro nel riunirli, nel promuovere il meglio della cultura cinese, nel sostenere lo sviluppo e la riunificazione del loro Paese di origine e nell’aiutare i loro compatrioti in difficoltà. Allo stesso tempo vivono in armonia con la comunità locale e si aiutano a vicenda, come è successo durante il difficile periodo della pandemia donando denaro e materiali per aiutare i Governi e la popolazione a far fronte al virus, cosa pienamente riconosciuta dalla Cina e dall’Italia. Le comunità hanno svolto un ruolo attivo nel promuovere l’amicizia, lo scambio e la cooperazione tra Italia e Cina e nel migliorare la comprensione degli amici italiani verso la Cina».

La pedonalizzazione decisa dalla giunta Moratti è stata essenziale per eliminare i disagi del carico e scarico e spingere i grossisti a trasferirsi altrove, al Girasole, centro commerciale fuori Milano. «L’area di Paolo Sarpi negli ultimi decenni è molto cambiata, per tre ragioni: si trova a Milano città, la veloce e dinamica innovazione tecnologica ha subìto un’accelerazione e, soprattutto, la laboriosità e l’intraprendenza cinesi hanno trovato qui terreno fertile per svilupparsi», commenta Mario Boselli, presidente dell’Italy China council foundation e dell’Istituto italocinese, che vent’anni fa, da presidente della Camera della Moda, accese un faro sui fatti e misfatti della globalizzazione indotta dalla Cina. «Anche l’aspetto estetico della via è decisamente migliorato - prosegue -, ma tutto ciò è ben poca cosa rispetto alla grande evoluzione delle nuove generazioni di manager e di imprenditori che hanno avviato con successo imprese in svariati campi, spesso laureati alla Bocconi, parlano più l’inglese del cinese. Così in Paolo Sarpi si è sviluppato un laboratorio di innovazione e creatività assolutamente virtuoso che fa bene al loro sistema, ma anche a Milano». Detto, fatto: in via Bramante ora c’è l’Adi il Museo del Design, il palazzo della Fondazione Feltrinelli di Herzog & de Meuron è in via Pasubio, la Fabbrica del Vapore in Procaccini, il cimitero Monumentale è stato rimesso a nuovo. Chinatown è ora il fulcro di passato e futuro della città, in cui più giovani riscoprono i luoghi da cui tutto partì, lo Zheijiang, l’area di origine migratoria con la quale misurarsi. Nella terribile prima fase della pandemìa lo slancio dello street food sembrava svanito, la comunità decise di autoisolarsi. La riapertura, possibile grazie anche ai dehors diventati ormai stabili, rende oggi Paolo Sarpi troppo stretta e piccola per festeggiare, come da tradizione, il Capodanno cinese. L’ultima volta è stata nel 2019, a gennaio, per l’anno del coniglio, drago e leoni danzeranno all’Arco della Pace.

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