l’allarme della società di chirurgia

Addio Italia: giovani chirurghi pronti a fuggire da bassi stipendi, contenziosi e burocrazia

Lo spaccato emerge dai risultati del questionario a cui hanno risposto i giovani medici della Scuola di specializzazione in Chirurgia dell'Università di Roma Tor Vergata. Il 60% degli iscritti per l’anno 2018/2019 ha come prospettiva di trovare un lavoro all’estero

di Barbara Gobbi


Sanità, cambia il ticket: si paga in base al reddito

2' di lettura

Sei futuri chirurghi su dieci pronti con la valigia in mano a lasciare l'Italia per cercare lavoro all'estero. Gravati dalla prospettiva di stipendi bassi, alto contenzioso e burocrazia battente. Non è un sondaggio ma lo spaccato che emerge dai risultati del questionario a cui hanno risposto i giovani medici della Scuola di specializzazione in Chirurgia dell'Università di Roma Tor Vergata.

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Si tratta di un test significativo e preoccupante: nel 2025 si stima che mancheranno all'appello 1.300 chirurghi a causa di un'errata programmazione dei fabbisogni di specialisti e dei pensionamenti massicci. Una cifra al netto delle “fughe” dettate dall'insoddisfazione professionale. I risultati del questionario sono stati presentati a Bologna al 121° Congresso della Società italiana di Chirurgia (Sic). A elaborare le domande, con risposte in forma anonima, il direttore della Scuola di specializzazione in Chirurgia di Tor Vergata e vice presidente della Sic, Giuseppe Petrella: il 60% degli iscritti per l'anno 2018/2019 ha come prospettiva di trovare un lavoro all'estero, il 30% dice che molto dipenderà dall'offerta economica e dalle prospettive di carriera, mentre solo il 10% si dice sicuro di rimanere in Italia. Non solo: l'80% degli intervistati si dice preoccupato per il numero crescente di contenziosi (il 40% delle denunce è contro chirurghi), mentre praticamente tutti sono insoddisfatti del trattamento economico.

Per gli specializzandi, ancora, l'eccessiva burocrazia è il maggior ostacolo da superare durante la vita quotidiana in corsia. «Il questionario - precisa Petrella - non ha ovviamente un fine statistico, ma è stato fatto per misurare la pressione dei nostri specializzandi e il dato che emerge da queste semplici domande è allarmante. I valori sono completamente sbilanciati. È chiaro che bisogna intervenire con rapidità e con soluzioni omogenee, occorre un piano su misura per dare risposte ai giovani professionisti». «Per formare gli specializzandi lo Stato italiano spende in media 350mila euro ciascuno – spiega il presidente della Società italiana di Chirurgia Paolo De Paolis –: i nostri giovani hanno grandi capacità e una preparazione qualificata di altissimo livello. In questo Paese però non li mettiamo nelle condizioni di poter esprimere il proprio talento. È un paradosso che deve essere risolto velocemente con un'azione politica decisa e chiara».

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