1927-2017

Addio a John Berger, implacabile osservatore del reale

di Alfredo Sessa

Afp

2' di lettura

John Berger, lo scrittore, saggista, disegnatore, sceneggiatore inglese, è morto ieri nel sobborgo di Antony, a pochi chilometri da Parigi. Aveva 90 anni. Berger era un alfiere della controcultura, libero come l’aria, e come tale difficile da inquadrare nelle tradizionali categorie che ruotano intorno alla letteratura e alle arti visive, che finiscono per essere, nei suoi confronti, del tutto riduttive.

Una delle sue opere più conosciute, il saggio “Ways of seeing”, del 1972, dal quale la Bbc ha tratto anche una serie televisiva (ampi stralci sono disponibili su youtube), fu infatti una sorta di dichiarazione di guerra al tradizionale modo di considerare l’arte. Berger amava sovvertire secoli di una tradizione critica di élite, che inquadrava le espressioni artistiche soprattutto da un punto di vista formale, ignorandone, il più delle volte, il contesto politico e sociale.

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John Berger,  osservatore del reale

John Berger, osservatore del reale

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La letteratura come atto di resistenza
L’autore inglese preferiva mollare gli ormeggi, rompere gli schemi e usare la letteratura come un atto di resistenza. Sapeva far risuonare tutte le note della scittura: il saggio, il romanzo, la critica d’arte, l’intervento politico, la drammaturgia. Un cittadino del mondo che si teneva lontano dai cenacoli degli artisti, dalle mode, e non si lasciava mai domare. Uno dei suoi romanzi, misteriosamente intitolato “G”, che gli valse il Booker Prize nel 1972, ruotava intorno a un personaggio che era, allo stesso tempo, un seduttore e un anarchico in bilico tra libertà e solitudine, sullo sfondo dell’Italia di inizio Novecento. Quando vinse il Booker Prize, Berger offrì la metà del premio alle Black Panthers, delle quali ammirava la capacità di resistere «sia in quanto neri, sia in quanto lavoratori, allo sfruttamento degli oppressi».
Nato a Londra nel 1927 in una famiglia di piccola estrazione borghese, il giovane John manifestò ben presto una grande insofferenza per la scuola, che abbandonò a 16 anni, e si dedicò con passione alla poesia, con qualche escursione nella pittura. Nel 1974, quando la sua fama di critico era probabilmente al massimo, si trasferì da Londra a Parigi, quindi a Ginevra. Succcessivamente decise di abbandonare i contesti urbani, e si trasferì in una remota comunità contadina, Quincy, nelle Alpi francesi, dove imparò ad allevare il bestiame e scrisse un saggio “Into their way”, nel quale esaminava il fenomeno della migrazione dei contadini verso le città.

Un eremita mondano
In questo contesto bucolico, fatto di trattori e di rondini, di rispetto della terra, ma anche di inquietudine, Berger ha condotto una vita da quasi-eremita, pur in continuo contatto con il mondo. Ha dipinto, disegnato, scritto articoli. Si è spostato per incontrare personaggi noti e meno noti. Ha lavorato per il cinema. Ha dato voce agli esclusi e ai dimenticati. È stato soprattutto un implacabile osservatore del reale, che ci ha spiegato che ciò che vediamo può essere spesso manipolato.

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