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Addio madame, benvenute rich girls! E la couture diventa guardaroba da disco club

di Angelo Flaccavento


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3' di lettura

Non c’è pace per il popolo della moda. Le sfilate del prêt-à-porter maschile si sono concluse da un dì appena e già inizia la tre giorni della haute couture. Il serrato avvicendamento dei calendari coincide con un drastico cambiamento di pubblico e di spirito. In tempi di fashion come entertainment, di inclusività - fasulla, il più delle volte - e di abbattimento di barriere a mezzo social, l’alta moda rimane l'ultimo bastione elitarista ancora eretto. Un fossile vivente. Un anacronismo di paradossale attualità.

La couture è infatti appannaggio esclusivo di una clientela dal potere di spesa faraonico che una volta era composto di aristocratiche, madame, mogli di e via ascendendo nella scala sociale e del lignaggio, e che invece oggi include anche, accanto all’ancient regime che persiste - ne sono testimonianza le prime file di ingioiellate e cofanate - fette sempre più grandi di giovanissime divenute da poco facoltose e spendaccione, di star alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, di celebrity e influencer con il caché a svariati zeri.

Un pubblico che vede la couture come mezzo di ulteriore distinzione dalle masse: il massimo dello status, da esibire come tale. Questo rinnovamento dell'utenza ha un effetto evidente sulle collezioni, che da un lato sono immaginate come un servizio per clienti esigentissime cui servono abiti per occasioni elevatissime e dall’altro hanno un tono sempre più rutilante e festaiolo.

Parigi, la sfilata Schiaparelli apre i giorni della couture

Parigi, la sfilata Schiaparelli apre i giorni della couture

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La kermesse che si è aperta lunedì mattina appare fin da subito particolarmente godereccia e teatrale, il che, per chi si è sorbito i sei noiosi giorni di sobrietà al maschile equivale un po’ al lauto pranzo ipercalorico dopo una settimana forzata di detox. L’apertura è alle dieci del mattino con Schiaparelli nei saloni sfarzosi dell'Opera, ma una volta dentro sembra di essere ripiombati nella notte fonda del disco club: finestre sbarrate e luci al neon.

In passerella si avvicenda un cast di ragazze giovanissime e glorie del passato - Erin O'Connor e Farida Kelfa - che marciano sui tacchi o che, a sorpresa, abbinano l'abito iperdecorato, la tunichetta da clown spaziale e la gabbia di piume a ruvidi stivali da cowboy. Esatto, stivali: visione incongrua, che diverte. L'impressione è che le ragazzine in questione abbiano trafugato i pezzi couture della mamma per andare al party underground - i capelli poco puliti confermano l'impressione.

È questa la collezione più gioisamente massimalista per il direttore creativo Betrand Guyon, che si ispira alla passione di Elsa Schiaparelli per fiori e astri e produce abiti che sono esplosioni di colori e di decori. Tutto fila, ma quel che manca dietro il glamour venato di camp è un disegno complessivo, la proposta coerente di quel che può essere Schiaparelli oggi.

Dior, un circo couture al Museo Rodin

Dior, un circo couture al Museo Rodin

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Che quello della moda sia un circo, e forse anche di più, è cosa risaputa. Da Dior, Maria Grazia Chiuri gioca con la metafora, la affronta da un punto di vista lirico con piglio femminista - che è poi il tratto più evidente del suo storytelling per la maison - e produce una intera collezione a tema circense, che presenta naturalmente sotto un tendone mentre sulla passerella si alternano modelle con la cuffietta paillettata e le acrobate dai corpi muscolosi e androgini della compagnia circense femminile Mimbre. Lo spettacolo è emozionalmente trascinante: il legame di recipraca fiducia delle acrobate nell'atto di prodursi in figure fisicamente quasi impossibili - pile di corpi che si inerpicano uno sull'altro verso l'alto - è espresso dall'intrecciarsi delle mani, dal tendersi dei muscoli, dal congiungersi di sguardi.

È una sorellanza tangibile, simile a quanto Rick Owens aveva fatto anni fa, che è il miglior messaggio di Chiuri fino a questo momento. E i vestiti? Camicie, pagliaccetti, marsine gallonate, gonne e poi cappotti ad astuccio e giacche impeccabili. Molto circo, una certa eleganza.

La collezione Automne di Miu Miu - che alta moda non è, ma si inserisce nel calendario - è un incastro molto pradesco di opposti: tirolo e trine, punk e militare, cucinati con il gusto per l'antigrazioso e la vena di sventatezza colta tipici della signora Miuccia.

Giambattista Valli, in fine, omaggia lo spirito dei salon de couture parigini che più di venti anni fa lo hanno portato nella Ville Lumière ad inseguire il sogno della moda con la M maiuscola. Lo fa con una collezione ricapitolativa di un immaginario inequivocabile. I fez, gli sbuffi, i fiocchi, gli scintillii da Sherazade di avenue Marceau rimandano all'epoca del deboscio extralusso e del libertinaggio glamour di Saint-Laurent, Helmut Newton e Guy Bourdin.

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