Persone

Addio Maradona, dio del pallone e simbolo di riscatti impossibili

Il Pibe de Oro ha sempre sentito di appartenere al popolo dei senza voce

di Marco Bellinazzo

(ANSA)

3' di lettura

Diego Armando Maradona è morto ieri nella sua casa di Tigres, nella periferia di Buenos Aires, lontano, troppo lontano, daVilla Fiorito, il quartiere malfamato dov’era nato il 30 ottobre del 1960. Maradona affrontava la convalescenza dopo il delicato intervento chirurgico alla testa di qualche settimana fa. Un arresto cardiocircolatorio però non gli ha dato scampo.

La notizia filtrata sui media argentini è rimbalzata istantaneamente sui siti e le televisioni di tutto il mondo, scatenando prima incredulità e poi un cordoglio senza confini. Perché Diego Armando Maradona non è stato solo il più grande calciatore di ogni epoca, ma con la sua vita sempre fuori dai binari dell’ordinarietà, i suoi alti e bassi, le sue dipendenze, i malanni che lo avevano messo in pericolo di vita più di una volta, demolendone a poco a poco il fisico e la psiche, è diventato un’icona planetaria. El Diez, la Mano de Dios, il Pibe de Oro, quei soprannomi che ne hanno elevato la mitologia, sfociando talvolta in una sorta di venerazione, sono diventati essi stessi dei marchi globali, i brand di un leader sempre controcorrente, mai banale, che ha denunciato prima di tutti la corruzione che annidava nella Fifa, che si è schierato con i poveri e derelitti del pianeta, perché al popolo dei senza diritti e dei senza voce ha sentito di appartenere fino all’ultimo, e quelli di un uomo che per questo non ha mai accettato compromessi e ha pagato a caro prezzo le conseguenze dei suoi sbagli.

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Un uomo che ha amato e si è fatto amare da due popoli, affini e pure così diversi. Perché Diego Armando Maradona non è stato solo il calciatore che con le sue straordinarie prodezze ha regalato all’Argentina la Coppa del Mondo del 1986 e l’anno seguente a Napoli il primo scudetto della sua sessantennale storia. Maradona, propiziando quelle incredibili vittorie, ha riscattato nel contempo il disonore di un’intera nazione umiliata e ferita dal Regno Unito nella guerra delle Falkland-Malvinas, e le vergogne di una città martoriata da colera, terremoto e decenni di pessime amministrazioni. Ecco, se non si capisce questa dimensione politica, quasi rivoluzionaria di Maradona, non si può comprendere la spiritualità del calcio e quella di uno dei suoi massimi profeti. Né il perché i suoi innumerevoli tifosi, che lo hanno apprezzato come fuoriclasse e come compagno di viaggio, ne hanno tollerato i difetti e perdonato le colpe.

Il corpo di Maradona si è trasformato in mille corpi, tanti che le più variegate bibliografie e cinematografie faranno fatica a catturare. Ci sono stati tanti, troppi Maradona dentro quel corpo tatuato con il volto di Fidel Castro e quello di Ernesto “Che” Guevara. C’è stato il corpo di quel ragazzino di sette, otto anni, mezzo indio e già mezzo scugnizzo partenopeo, che inchiodando gli occhi in una telecamera confessava di avere due sogni: «Il primo è giocare un Mondiale, il secondo è vincerlo». Il corpo funambolico che orchestrava e dipingeva sprazzi di azioni calcistiche impensabili ai più sui prati spelacchiati d’Argentina, e poi nei campi d’erba vera, da Barcellona a Napoli, crescendo, e dimostrandosi via via più refrattario alle regole della gravità e a quelle del buoncostume. Il corpo che librava come un colibrì, che accelerava e cascava, quasi senza gemere, neppure quando in Spagna gli fratturarono una gamba per bloccarlo. Il corpo riccioluto di un giovane Masaniello che palleggiava in un San Paolo gremito (lo stadio di Napoli, palcoscenico delle sue gesta, che molti adesso vorrebbero gli fosse intitolato), acquistato da una squadra squattrinata con l’intervento di politici e generosissime banche pubbliche, per compiere qualcosa che assomigliava al miracolo. Un corpo, circondato spesso da persone sbagliate, approfittatori intenti a esibirlo o a spremerlo, un corpo paterno, dedito alle frenesia, avvelenato da droghe e alcool, bandito, fuggitivo, sempre più gonfio, incontrollabile, claudicante, fragile. Il corpo che ieri ha ceduto improvvisamente dopo sessant’anni di palleggi e dribbling alle leggi della natura. Quelle che nemmeno un genio del calcio e un ribelle possono permettersi il lusso di sfidare troppo a lungo.

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