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Addio al nucleare: così chiude la centrale atomica di Latina

La centrale fu costruita negli anni 50 dall’Eni quando l’Italia era leader mondiale del settore. I lavori dureranno 7 anni e costeranno 270 milioni

di Jacopo Giliberto

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La centrale fu costruita negli anni 50 dall’Eni quando l’Italia era leader mondiale del settore. I lavori dureranno 7 anni e costeranno 270 milioni


3' di lettura

Con una spesa di 270 milioni, in sette anni sarà smantellata la più vecchia centrale nucleare italiana, quella di Borgo Sabotino a Latina. L’ispettorato sulla sicurezza nucleare Isin ha espresso parere positivo al progetto presentato dalla Sogin, la spa pubblica che gestisce l’eredità atomica, e di conseguenza il ministero dello Sviluppo economico ha emanato il decreto che autorizza i lavori di disattivazione dell’impianto.

Il deposito delle scorie nucleari che non c’è

Ma il progetto non arriva fino a demolire ogni ricordo della centrale atomica: c’è il problema che manca il deposito nazionale in cui conservare sotto controllo le scorie nucleari.

È stata autorizzata la sola Fase Uno e la grafite radioattiva rimarrà in un edificio temporaneo sul luogo dell’attuale reattore, così come le scorie accumulate in decenni di attività nucleari sono parcheggiate in più di 20 stoccaggi temporanei distribuiti in tutt’Italia, dal Piemonte alla Sicilia.
E sempre alla sola Fase Uno si fermano gli smantellamenti delle altre centrali atomiche ereditate dal passato.

Quando finalmente l’Italia si doterà del deposito nazionale, allora il progetto di smantellamento sarà completato con la Fase Due e gli abitanti di Latina e degli altri impianti atomici non avranno più quel fastidioso vicino di casa.

Un impianto da primato

L’Italia di Galileo Galilei e di Enrico Fermi ha sempre conservato un primato internazionale nella fisica. Pochi lo sanno, ma negli anni 50-60 l’Italia era al mondo il più importante Paese del nucleare civile per produrre corrente elettrica.

La prima centrale fu quella di Latina, costruita dal 1958 dalla Simea, società al 75% dell’Agip Nucleare, quando l’Eni di Enrico Mattei cercava nuova energia. Ha un reattore da 210 megawatt elettrici e fino al referendum sul nucleare del 1987 – che aveva spento le centrali atomiche – ha prodotto circa 26 miliardi di chilowattora. Nel 1958 era la più grande d’Europa; usava una tecnologia sperimentale a uranio naturale, moderato con grafite, raffreddato a gas con anidride carbonica.

Poco dopo l’Edison e la Fiat avviarono la centrale di Trino Vercellese e l’Iri costruiva la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca (Caserta). Nel 1962 furono nazionalizzate dalla neonata Enel che negli anni 70, sull’argine del Po, costruì anche la centrale piacentina di Caorso. Con la liberalizzazione elettrica tutto è passato alla Sogin guidata dall’amministratore delegato Emanuele Fontani.

Il lavoro di smantellamento

La Sogin dice: «La conclusione della prima fase del decommissioning è prevista nel 2027». Specifica l’Isin, l’ispettorato per la sicurezza nucleare guidato da Maurizio Pernice cui è affidata la vigilanza di tutti i lavori: «Tutte le operazioni dovranno svolgersi nel rispetto del criterio di non rilevanza radiologica per la popolazione e per la protezione dell’ambiente».

Saranno smantellate le sei colossali caldaie da oltre 3.600 tonnellate. L’edificio centrale del reattore sarà demolito in parte e scenderà da 53 a 38 metri di altezza. La grafite e gli altri rifiuti contaminari resteranno in un edificio temporaneo e nell’edificio del reattore.

Il deposito che non c’è

Da anni i governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi hanno annunciato la prossima pubblicazione della Cnapi, sigla impronunciabile di Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee, cioè la mappa di tutti i luoghi che hanno le caratteristiche – basso rischio sismico, al riparo da alluvioni, poca popolazione – per poter ospitare lo stoccaggio atomico in sostituzione della ventina di depositi oggi distribuiti in tutt’Italia.

La mappa esiste ma non viene resa nota perché il terrore dei politici di perdere il consenso è più forte del bisogno di mettere il sicurezza le scorie della medicina nucleare, le radiografie industriali e i materiali delle centrali. Nel frattempo l’Unione Europea ha completato l’altr’anno un modernissimo e sicuro deposito di scorie radioattive nel suo centro ricerche di Ispra, tra Varese e Sesto Calende.

Riproduzione riservata ©
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    Jacopo Gilibertogiornalista

    Lingue parlate: italiano, inglese

    Argomenti: ambiente, energia, fonti rinnovabili, ecologia, energia eolica, storia, chimica, trasporti, inquinamento, cambiamenti climatici, imballaggi, riciclo, scienza, medicina, risparmio energetico, industria farmaceutica, alimentazione, sostenibilità, petrolio, venezia, gas

    Premi: premio enea energia e ambiente 1998, premio federchimica 1991 sezione quotidiani, premio assovetro 1993 sezione quotidiani, premio bolsena ambiente 1994, premio federchimica 1995 sezione quotidiani,

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