Persone

Addio a Pablito, bomber fragile di un'impresa impossibile

di Giuseppe Lupo

(Action Images)

3' di lettura

Dicono che Enzo Bearzot conservasse l'abitudine, ricevuta dai tempi in cui frequenta-va il liceo, di leggere Plutarco, Strabone, Svetonio, Senofonte, Tacito e tanti altri storici greci e latini. Dicono che dalle pagine in cui si raccontavano le battaglie avesse tratto ispirazione per schierare la Nazionale italiana nei giorni gloriosi del Mondiale spagnolo nel 1982. Se è vera questa leggenda - che essendo tale, appunto, va accettata nella sua totalità, anche nel caso non fosse vera -, dobbiamo pensare alla celebre compagine che iniziava con Zoff e terminava con Graziani/Altobelli come a un'inedita compagnia di frombolieri, arcieri, fanti, cavalieri, manovratori di catapulte e altre macchine da guerra. C'erano tutti, ognuno con i compiti assegnati e non è difficile credere, visti i risultati ottenuti, che la fiducia, il rispetto, l'obbedienza concessa al loro supremo condottiero abbiano spinto all'impresa.

Così è stato e l'Italia che si svegliò all'alba del 12 luglio, dopo una notte in cui nessuno prese sonno, cominciò a camminare su una strada che neppure lontanamente immaginavamo di percorrere appena poche settimane prima, confortati dall'euforia del successo, voltando le spalle al peso degli anni di piombo in nome di quella disimpegnata leggerezza che accompagnò, nel bene e nel male, gli anni Ottanta. Era avvenuto qualcosa di inaspettato sul campo di Madrid, per chi visse i fatti in diretta e per chi li avrebbe ricordata di riflesso nei decenni a venire, e tuttavia ancora oggi i conti non tornano se si pensa al personaggio più emblematico, Paolo Rossi, figura chiave di quell'avventura, volto iconico del trionfo. Il problema non sta nei numeri, piuttosto nel paradosso della strategia studiata dal Vecio per fare di quel ragazzo dal piglio malinconico e l'aspetto dimesso, il meno appariscente degli undici, l'eroe di un'epopea omerica.

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Pablito - così il mondo lo identificherà per sempre, adesso che è scomparso all'età di 64 anni, troppo presto per consegnarsi all'elenco degli immortali - non aveva il fisico dell'ariete, le sue gambe non disegnavano l'ampia falcata della cavalleria e nel fragore di uno scontro non c'era da puntare sulla sua forza d'urto, eppure aveva il raro intuito di farsi trovare pronto all'appuntamento con il pallone unito all'eccezionale rapidità che lo spingeva anche solo di un palmo davanti agli avversari. I suoi gol non sono chimere memorabili, ma proprio a lui, nell'esilità della sagoma che ciascuno di noi avrebbe immaginato palleggiare in solitudine nei campetti di periferia, tanto appariva schivo e umile il suo sguardo, Bearzot assegnò quella zona di campo che scotta al solo pensiero di calpestarla, perché è il vertice conclusivo dello schieramento, a cui non si perdona nemmeno il più veniale degli errori, la finta andata male, il tiro storto, la cartuccia che fa cilecca. Sulle sue spalle poggiano le impalcature di un'impresa che già trentott'anni fa assunse valore strategico: non fu solo una sfida contro i giornalisti, i commentatori, gli esperti, perfino contro gli Dei che avrebbero sicuramente fatto il tifo per squadre dall'avvenire più luminoso come l'Argentina di Maradona, il Brasile di Zico, la Polonia di Boniek e la Germania di Rummenigge.

Fu soprattutto una scommessa morale, un esercizio di fiducia nell'umanità di una persona indifesa. Pochi all'epoca compresero la portata di un'operazione che alla pedagogia dell'attesa e della pazienza mescolava l'ostinazione di un teorema senza logica, fino a rischiare l'impossibile che poi però, nella profondità del tempo, acquista il valore della totalità. Paolo Rossi portò alla vittoria un'Italia data per spacciata, fragile come la sua figura e pur tuttavia figlia di una maniera d'essere tutta nostra, idealista e concreta. Sei gol valgono una vita lunga una settimana: quella che impiegò la Nazionale di calcio per scrivere il mondiale più epico della sua storia. Sei gol tracciano la parabola di un'estate che non tramonta e ci restituiscono il mito di un riscatto tanto clamoroso quanto inaspettato (tutti ricordiamo i gesti di Sandro Pertini sugli spalti), consegnando all'immaginario di una nazione un rettangolo d'erba dove ognuno ha diritto di entrare. E di abitarci da protagonisti, come a casa propria.

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