aveva 78 anni

Addio a Pasquale Squitieri, il regista dei Guappi e del Prefetto di ferro

di Goffredo Fofi

(Olycom)

2' di lettura

Da molto tempo non si sentiva più parlare di Pasquale Squitieri, personaggio che fu di punta nella stampa degli anni settanta e ottanta dello scorso secolo non soltanto per il suo cinema e per le sue spavalde prese di posizione, anche per la sua lunga storia d'amore con Claudia Cardinale, spesso interprete dei suoi film. Napoletano, veniva dall'avvocatura e non dal Centro Sperimentale, e all'ambiente della criminalità partenopea ha dedicato i suoi film più interessanti, quantomeno i più curiosi, come I guappi (1974) d'ambiente ottocentesco, scritto con Ugo Pirro e con Michele Prisco, che resta probabilmente il suo titolo migliore, per le coloriture ambientali quasi pop e per la virulenza della storia e dei personaggi (era la storia di un avvocato che entra a far parte della camorra).

Pasquale Squitieri, una storia fra cinema e impegno politico

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I suoi esordi erano stati nel western, in un'ottica debitamente “di sinistra”, peraltro assai conformista in quegli anni, che erano anche gli anni del trionfo di Sergio Leone (Django sfida Sartana e La vendetta è un piatto che si serve freddo, con un sanguigno Klaus Kinski, diretti con lo pseudonimo William Redford) e un sapore di western ebbe anche il suo film di pretesto storico Il prefetto di ferro sull'azione del prefetto Mori, mandato da Mussolini a sgominare la mafia, rivale del fascismo nella Sicilia degli anni venti (a impersonare Mori era non per caso un attore di western, Giuliano Gemma).

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Altri temi portanti dei suoi non numerosi lavori furono la droga, cui tornò più volte con piglio avvocatesco e retorico, e la contestazione giovanile degli anni sessanta, cui dedicò un lavoro teatrale, La battaglia, che fu presentato al festival di Spoleto, e la battaglia era quella di Valle Giulia del '68 tra studenti e polizia, e un film tratto da Gli invisibili di Balestrini, che lo aiutò a sceneggiarlo, una storia di una rivolta carceraria di giovani militanti, d'impronta toninegriana. E la storia recente tramutata in grandiloquente fotoromanzo (oltre Il prefetto, la Claretta, cioè la Petacci amante del Duce, che venne egregiamente interpretata dalla Cardinale).

Il western all'italiana, il poliziesco o poliziottesco, il cinema detto politico e quello desunto dalla cronaca furono il campo d'azione di questo regista non privo di qualità, che nelle sue prove migliori seppe mettere a frutto una tradizione popolare o popolaresca ancora vitale negli anni in cui operò, e che prima di lui aveva dato nella sua Napoli opere colorite e talora appassionanti in teatro (Di Giacomo), in poesia (Ferdinando Russo), in letteratura (Mastriani, la sceneggiata), nell'opera dei pupi (col personaggio di Tore 'e Crescenzo), e ovviamente in cinema, con i film di Zampa, Rosi e tanti altri di minor peso. Nel suo ultimo film, L'avvocato De Gregorio (2003, interpretato da Giorgio Albertazzi) tentò di tornare alle sue origini narrando un ambiente che ben conosceva, quello del tribunale di Napoli, ma ormai con poca convinzione e con una stanchezza da televisione.

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