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Addio a Pelè, mito intramontabile del calcio brasiliano e mondiale

Pelè - scomparso a 82 anni dopo una lunga malattia - è un mito da tempo immemorabile

di Dario Ceccarelli

Pelé, il calcio piange la morte di 'O Rey'

6' di lettura

È morto Pelè. La notizia era nell'aria, ma fa impressione solo a dirlo, e a scriverlo. Perché Pelè - scomparso a 82 anni dopo una lunga malattia - è un mito da tempo immemorabile. Perché Pelè, perfino per i millennial che giocano su Tik Tok, è sempre esistito. Come Garibaldi, Michelangelo, Carlo Magno, Leonardo da Vinci, Giulio Cesare, Mozart, Tolstoji e pochi altri magnifici della storia. Un Dio omerico, un pezzo pregiato di umanità, il riscatto dei poveri, il talento che non ha prezzo ma solo valore.

Da quando siamo nati ci siamo sentiti dire che nessuno è bravo come Pelè, forte come Pelè, grande come Pelè. Neppure Maradona, sempre a lui paragonato, regge il confronto. Perché Diego, oltre che nello splendore, l’abbiamo visto precipitare nel gorgo più buio della droga e della solitudine. Pelè mai. Anche in vecchiaia, anche malato, Pelè è sempre stato Pelè, il bisillabo più famoso del calcio e dello sport. E lo sarà anche dopo. A esequie e lacrime esaurite. Quando finiremo tutti di celebrarlo e di rimpiangerlo perché un cancro a 82 anni se l'è portato via fregandosene che lui fosse O Rei.
Non importa. Pelè resterà sempre Pelè, il Migliore di sempre e per sempre.

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Un soprannome inviso

La vita è curiosa. Ad Edson Arantes do Nascimento, nato il 23 ottobre 1940 a Très Coracoes in Brasile, quel soprannome, Pelè, non era mai piaciuto. Soprattutto quando era un ragazzo ed era magro come un chiodo e coi vermi nella pancia. La mamma faceva la lavandaia. Lui l’aiutava stendendo la biancheria e come lustrascarpe, ma poi scappava in strada a giocare a calcio con gli altri ragazzi. Era timido ma già bravissimo con quei palloni fatti di carta, stracci e calzini. «Mi chiamavano Pelè e io non ne capivo il motivo. Non capivo se mi prendevano in giro o volessero dire qualcos'altro. Non lo so, però mi dava fastidio. Solo dopo, quando sono diventato ricco e famoso, ho cominciato ad accettarlo…».

Pelè era povero. E anche nero. Doppia sfortuna in una nazione povera, molto povera, dove ai neri non è che aprissero le porte, anzi; negli Anni Cinquanta il razzismo in Brasile era legge praticata. Al punto che non stava bene fare entrar in nazionale un giocatore di colore. Al Santos, quando arrivò a 16 anni, l'avevano accettato perché avevano capito subito che era un fenomeno. Magro, spennacchiato, cogli occhi persi e scappato dalla miseria. L'avevano nutrito, curato, pulito e ingrassato. Perfino i denti erano guasti. Mangiava schifezze, caramelle, frutta marcia. Quello che c'era in casa o nella strada. Al Santos lo fanno rinascere per la seconda volta. Ma quando, ormai famoso per le sue prodezze, viene mandato ai Mondiali in Svezia del 1958, molti brasiliani della buona borghesia storcono la bocca.

Il riscatto dei neri brasiliani

«Non si è mai visto un negro rappresentare la nostra bandiera…», malignano con sussiego dopo aver viaggiato in prima classe sull'oceano per godersi lo spettacolo dei mondiali in Europa. Gia c'era Garrincha, definito dallo psichiatra «carente e infantile sul piano intellettuale», figurarsi questo nuovo arrivato. Così Pelè all'inizio non gioca. Viene lasciato fuori. Ma i carioca non ingranano. E allora, per dare una scossa, contro l'Unione Sovietica, viene inserito Pelè.

«Sembra un bambino contro gli adulti», scrivono i cronisti in tribuna. «Ma Pelè è un bambino irriverente che non si fa problemi a giocare come sa. E infatti il Brasile, grazie anche alle sue magie (e ai 2 gol di Vavà) passa il turno e poi vola fino alla finale di Stoccolma, il 29 giugno 1958. Con la “camiseta” blu al posto della tradizionale divisa verdeoro, il Brasile travolge la Svezia di Liedhollm e Sokglund. Finisce 5-2 con tre reti di Pelè, Vavà e Zagalo. Pelè diventa O Rey e i radiocronisti brasiliani con i loro ululati scatenano una sarabanda irresistibile nelle grandi città e nei piccoli villaggi dell'Interno. L'entusiasmo delle torcida si rovescia per le strade. L'incubo del Maracanà, tragedia di un popolo, quando nel 1950 il Brasile fu beffato per 2-1 dall'Uruguay, è dissolto.

Campione a soli 18 anni

Pelè non ha ancora 18 anni. Ma è già una stella, il simbolo di quel calcio brasiliano che, coi suoi alti e bassi, splende ancora oggi. O Rey diventa un mito e la sua ascesa fa cadere per sempre la restrizione sui giocatori di colore. La sua firma, la sua cifra, è il terzo gol, dove in una sorta di fermo immagine Pelè beffa con un pallonetto il difensore avversario trafiggendo al volo il portiere svedese. «Aveva la consapevolezza e l'arroganza di chi sa che può fare tutto», scriverà Patrick Colllins del Daily Mail.

Un eroe, Pelè. Tanto che il governo nazionale, dopo le pressioni dei club europei ed Italiani, lo proclamerà un incedibile “tesoro nazionale”. E il Santos non lo venderà mai dicendo di no pure alle sontuose offerte dell'Inter.
Quel ragazzo è una miniera d'oro. Che permette alla società di girare il mondo di tournée in tournée. Una macchina da soldi non facile da gestire. Nella sua vita Pelè verrà spesso accusato di avidità, ma fu derubato dal suo manager. Per recuperare il suo patrimonio, dovrà giocare quasi gratis per due stagioni. Anche la sua enorme bravura, darà fastidio. «Per fermarlo c'era solo un modo - racconterà Bobby Charlton, carismatico capitano inglese - l'unico modo era buttarlo giù, stenderlo. Ai mondiali del 1962 praticamente non giocherà e a quelli del 1966, In Inghilterra, fu picchiato duramente. Gli arbitri lasciavano correre, non erano fiscali come adesso».

Pelé, vita e carriera di una leggenda del calcio

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Il padre dei calciatori moderni

È stato un grande talento calcistico del Novecento, ma anche un campione della modernità. È stato lui ad aprire la strada, con i suoi contratti pubblicitari, a Maradona, Zico, Ronaldo, Messi, Neymar e a tutti i grandi divi successivi del calcio e dello sport. Pelè ha fatto di tutto: film, tv, sponsorizzazioni milionarie, dischi, video. Un attore, anzi un mattatore. Chi non ricorda la sua fantastica rovesciata in “Fuga per la vittoria?” Nella sua lunghissima seconda vita ha fatto anche il ministro dello sport.

Nel Santos ha giocato per 19 anni fino al 1974. Un ritiro temporaneo perché l'anno dopo fu ingaggiato dai Cosmos di New York. La Warner gli fece firmare un contratto da 5 milioni di dollari per tre anni. Non solo per le sue doti tecniche, ma soprattutto per promuovere il calcio negli Stati Uniti. Un fatto epocale, quel trasferimento dal Brasile all'America. Su cui interverrà con le sue armi persuasive anche il segretario di Stato Henry Kissinger.

Un testimonial formidabile, O Rei, che capitalizzerà tutto. E infatti, se vogliamo trovargli un neo, ma dipende dai punti di vista, fu sempre dalla parte del potere e delle istituzioni. E non solo calcistiche. A differenza di Maradona, più vicino al pueblo, al bario, a Cuba e a Fidel Castro, Pelè è sempre stato prezioso sacerdote delle sacre chiese calcistiche, a partire dalla Fifa, particolarmente invisa invece a Diego Armando.

La sfida infinita (a distanza) con Maradona

Parlando di questa sfida infinita tra due giganti, non si può non notare che Pelè, a differenza dell'argentino, non provò mai a uscire dalla sua comfort zone. Rimase insomma ben accucciato nel suo dorato Santos, evitando di cimentarsi nei più agguerriti campionati europei. Mancanza di coraggio? Freddo calcolo? Orgoglio carioca? La controprova non c'è. Maradona, andando in Europa, si è invece esposto di più. Anche se a Napoli, mai si è sentito straniero. Forse addirittura più Masaniello a Napoli che profeta a Buenos Aieres.

Chi è stato il Migliore, in senso più calcistico, rimane un dibattito ancora aperto. Il ventennio che li separa è molto di più di un ventennio. Per velocità, allenamenti, tecnologie, alimentazione, medicina e investimenti. Impossibile il confronto. Anche la percezione è diversa. Pelè è stato sempre lontano, un santino da rivedere nei vecchi filmati sbiaditi in bianconero. Diego lo abbiamo visto quasi ogni giorno, nei pregi e nei difetti. Nei talenti e nei vizi. Maradona forse è stato più trascinatore, un capitano populista e popolare. Pelè ha gestito se stesso con più oculatezza, da povero che non vuole tornare ad essere povero e preferisce stare coi ricchi. Giocava alla perfezione con entrambi i piedi, mentre Diego ne aveva uno solo, ma che valeva il doppio. Forse il triplo.

Numeri da capogiro

Pelè lascia dei numeri spaventosi: 1281 gol ufficiali, approvati dalla Fifa. Ha attraversato 4 mondiali e ben ricordiamo quello del 1970 quando, nella finale con l'Italia (4-1), con quel suo iconico gol di testa, sovrastò Burgnich spianando la strada al trionfo del Brasile. In una partita contro il Botafogo (11-0) battendo otto volte il portiere Machado stabilirà il nuovo record di marcature in una sola partita. L'apice fu quando firmò il millesimo gol. Andrada, il portiere che lo prese, se lo fece stampare sul biglietto da visita. Mica male presentarsi così, vero?

Finisce in gloria la vita di Pelè, campione senza tempo. Anche nella vita privata (tre matrimoni e un sacco di figli più o meno famosi) non si è fatto mancar niente. Speriamo che ora non ci siano i soliti pettegolezzi, le soliti liti sul patrimonio.

«Spero che lassù Dio mi accolga bene come avete fatto quaggiù, dove il calcio mi ha aperto tutte le porte», ha detto Pelè come auspicio. Le porte gli verranno sicuramente aperte. Ma qualche palleggio, per far contenti tutti i suoi santi in Paradiso, dovrà farli anche lassù.

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