aveva 84 anni

Addio al poeta Evgheni Evtushenko, immagine contrastata della Russia

di Serena Vitale

Evgenj Evtushenko (Epa)

2' di lettura

Evgenij Evtušenko (1932-2017) pubblicò la sua prima poesia nel '49 in «Sovetskij Sport» ( Lo sport sovietico), quando aveva sedici (o forse diciassette) anni. Nato in Siberia, in una cittadina della regione di Irkutsk, Evtušenko studiò a Mosca, all'Istituto di Letteratura “Gor'kij” da dove venne espulso per “indisciplina” – più probabilmente per avere appoggiato e difeso pubblicamente il romanzo di Dudincev Non di solo pane. Nel 1952 venne accolto nell'Unione Scrittori. Dopo il XX Congresso del PCUS divenne il poeta più famoso del Disgelo chruščeviano. Babij Jar (1961), il poema sul genocidio degli ebrei, è forse la sua opera più ispirata e riuscita, mentre il suo giudizio sull'epoca del culto si espresse in Gli eredi di Stalin, pubblicata dalla «Pravda» nell'ottobre 1962.

Era un grande, affascinante declamatore, e le sue esibizioni pubbliche gli assicurarono un enorme successo popolare. Ebbe posti di rilievo nell'Unione Scrittori per molti anni. Nel 1991 si trasferì con la quarta moglie (la prima era stata la poetessa Bella Achmadulina) negli Usa, dove insegnò all'università di Tulsa.

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La poesia è più necessaria alla gente proprio quando essa dimentica di averne bisogno

Il giudizio sull'opera di Evtušenko, che negli anni Sessanta e Settanta fu il poeta sovietico più famoso all'estero, quasi l'ambasciatore di un Paese che voleva dare di sé l'immagine più positiva e “ democratica”, non può oggi prescindere da alcuni difetti (superficialità, retorica, lunghezza) che spesso viziano un'opera vigorosa, capace talvolta di raccogliersi in momenti di sommessa intimità, caratterizzata da una scrittura fluida, fantasiosa, ricca di immagini, giochi di parole, suoni.

I detrattori di Evtušenko (il loro numero è cresciuto negli ultimi anni) gli rimproverano l'ambizione – quella, innanzitutto di diventare il secondo Majakovskij -, la volontà di misurarsi in generi a lui non congeniali come il romanzo, il costante lavoro di autopromozione. Iosif Brodskij, che sospettava in lui se non un collaboratore del KGB una certa flessibilità morale, così si espresse sul poeta: «È un'enorme fabbrica per la produzione di se stesso...». Con Evtušenko muore una figura altamente rappresentativa, nel bene e nel male, della seconda metà del Novecento russo.

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