Milano

Addio al poeta Franco Loi

Nato a Genova nel 1930, da molti anni collaborava alle pagine della Domenica

di Niccolò Nisivoccia

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(Getty Images)

2' di lettura

È morto Franco Loi, grande poeta e non solo. Era un maestro. Aveva novant'anni. Era nato a Genova nel 1930 ma da Genova era arrivato a Milano ad appena sette anni, e Milano è stata il suo destino, umano e poetico. Umano, perché poi a Milano ha sempre vissuto e perché tutta la sua vita è stata fortemente radicata nella città; poetico, perché la città a sua volta è stata una cosa viva nelle sue poesie e perché il dialetto milanese era la lingua dei suoi versi.

Era cresciuto nel quartiere del Casoretto, tra Lambrate e viale Padova; nel dopoguerra era stato tra gli animatori della Casa della Cultura; nel 1956 era stato assunto dalla Rinascente, come addetto alle relazioni pubbliche presso l'ufficio pubblicità, e nel 1965 dalla Mondadori, dove lavorò presso l'ufficio stampa e dove conobbe Vittorio Sereni. Fu proprio Sereni, alcuni anni più tardi, a scoprirlo come poeta, ma risalgono solo agli settanta i primi libri (cui ne seguirono moltissimi altri): I cart, dalle Edizioni Trentadue, nel 1973; Poesie d'amore, dalle Edizioni Il ponte, nel 1974; e Strolegh, la sua consacrazione, da Einaudi nel 1975.

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“Ho scritto Strolegh tra la fine di giugno e la seconda metà di luglio”, raccontava, “perché ero da solo in casa. Giravo per le stanze e recitavo quello che sentivo, quello che veniva fuori da me. Quando la mia mente non ce la faceva più a ricordare, mi sedevo e scrivevo”.

Il teatro e la politica

Prima di allora, le passioni di Loi erano state il teatro e soprattutto la politica, se è vero che fin da giovanissimo si era iscritto alla Federazione giovanile comunista. Ma la politica lo deluse (negli anni sessanta era entrato in contatto con Renato Curcio e con i rappresentanti di quello che sarebbe diventato il nucleo storico delle Brigate rosse, ma se ne allontanò con forza prima del passaggio verso la clandestinità e la lotta armata); ed è probabile che la poesia fosse derivata anche da questa delusione e da questa disillusione, oltre che da una crisi personale. Quasi come il rivelarsi o il sublimarsi, ha scritto Umberto Fiori, “di una vocazione a lungo evitata”.

Lirismo e intimismo

Ma tutto si teneva, nella vita e nella poesia di Franco Loi: il lirismo e l'intimismo insieme alla passione, all'impegno, al senso di partecipazione ai destini collettivi. Lo stesso uso del dialetto milanese, ha scritto ancora Umberto Fiori, forse non era in fondo che questo, nella sua mescolanza di elementi alti, bassi, colti, popolari e perfino inventati: il desiderio di una lingua fraterna, “di una comunità più autentica”. La parola era suono, per Loi, e nel suono era il suo senso, aperto alla vita in tutto il suo darsi, senza preclusioni. Non stupisce quindi che anche la religione e Dio siano tanto presenti nelle sue opere, non essendo possibile avere “coscienza di se stessi” (sono ancora parole sue) senza “ammettere che ci sia qualcosa di inconoscibile”.

Per tutto questo Franco Loi è stato un maestro: perché è stato un poeta civile nell'accezione più vera, vale a dire un poeta che ha saputo incarnare e testimoniare il valore inclusivo e quasi salvifico della poesia.


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