METTERSI IN PROPRIO

Lavoro, addio al posto fisso per medici (e ingegneri)

In aumento i professionisti che lasciano il lavoro dipendente in ospedale o in cantiere. La ricetta per le start up, anche dopo i 50 anni

di Adriano Lovera

Al lavoro o a scuola? In media servono 52 minuti a Roma, 43 a Milano

In aumento i professionisti che lasciano il lavoro dipendente in ospedale o in cantiere. La ricetta per le start up, anche dopo i 50 anni


5' di lettura

Da dipendente ad autonomo, o perché no, imprenditore. I professionisti italiani sono sempre meno innamorati del posto fisso, almeno per chi ce l’ha. Seguono il mercato, esplorano le possibilità e se fiutano il percorso giusto si mettono in proprio. Oggi, su circa 1,9 milioni di lavoratori delle professioni regolamentate aderenti al Cup (Comitato unitario professioni), circa 442mila sono dipendenti pubblici (in gran parte nella sanità), 162mila nel privato, circa 700mila dipendenti di studi tra iscritti e non agli Ordini e 550mila liberi professionisti.

Italia, regno degli autonomi

La tendenza a mettersi in proprio è ancora difficile da misurare in cifre. Ma esiste. Anche perché l’Italia continua a essere il regno degli autonomi, il 21% degli occupati, contro una media europea del 14,3%. Chi e perché si mette in proprio? La spinta è sempre un mix tra necessità, motivazione e opportunità.

L’addio al posto fisso riguarda sempre di più anche i medici. «Diversi professionisti della sanità, anche quando non sono troppo lontani dalla pensione, preferiscono lasciare l’ospedale e proseguire come autonomi. Per una questione di soddisfazione personale e maggior guadagno», dice Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni.

«Sempre in prima fila anche gli ingegneri, a patto che abbiano le competenze giuste» aggiunge Stella. «Nel mercato c’è fame di servizi che hanno a che fare con la digitalizzazione, con i big data, il web design, ma anche di profili che si occupino di certificazione, risparmio energetico e di sicurezza. Tanti ingegneri si sono attrezzati per offrirli, sotto forma di libera professione o con carattere di impresa. Anche se, bisogna ammettere, inventare una nuova modalità di lavoro per alcuni è stata una necessità. Tanti sono stati espulsi dal settore dell’edilizia, che fatica ancora a riprendersi».

Su questi versanti possono spendersi anche tanti geometri. «Mentre molti consulenti del lavoro, che prima erano dipendenti d’azienda, adesso operano in autonomia su alcuni filoni sempre più richiesti, come la fornitura di servizi integrati di welfare», aggiunge Stella.

Le controtendenze

Più complicato, anzi generalmente inverso, il percorso per avvocati e commercialisti.

«In primo luogo, sono tantissimi e la concorrenza è forte», sottolinea Cetti Galante, amministratore delegato di Intoo, società del gruppo Gi Group specializzata in outplacement e percorsi di crescita personale.

«Tra queste professioni intellettuali, il trend era visibile alcuni anni fa, quando era frequente abbandonare lo studio di cui si era socio o collaboratore, per tentare la carriera in autonomia, dopo essersi specializzato su un versante particolare, ad esempio la finanza. Oggi, legali, tributaristi, giuslavoristi e altri professionisti del settore tendono a mettersi insieme, perché se l’attività resta su dimensioni troppo piccole si corre il rischio di sparire».

La strada dell’autonomia

Ma qual è la ricetta giusta per mettersi in proprio? «Distinguiamo due casi. Quello più frequente - specifica Stella - è il lavoratore iscritto a un Ordine professionale che diventa autonomo, ma per restare nel proprio campo di competenze. In questo caso, bisogna puntare innanzitutto su alcuni vantaggi della nuova condizione, come la flessibilità degli orari, la possibilità di operare da casa o in un coworking, senza spese folli per l’ufficio, e sulla convenienza fiscale della flat tax».

Le regole d’oro

Ma si può pensare anche più in grande, cioè dar vita a un’impresa, perché si è annusata una nicchia di mercato in cui infilarsi o, perché no, per dedicarsi completamente ad altro.

«Prima regola, non farsi spaventare dall’impegno economico. Anche 50mila euro bastano per partire. Seconda, oggi chi si occupa di sviluppare imprese, dagli incubatori ai venture capital agli acceleratori di qualsiasi forma, ha letteralmente fame di idee nuove. Le porte sono spalancate. Anche perché, al contrario di quanto si pensi, le start up hanno un grande tasso di mortalità ma quelle di successo e che resistono alla fase di partenza sono fatte da 50enni, non da ragazzini», dice Galante di Intoo.

«Allo stesso tempo, non bisogna innamorarsi dell’idea iniziale. Può fallire o modificarsi in corso d’opera: è necessario raccogliere quante più osservazioni e consigli possibile. Nessuno cada nell’illusione di avere l’intuizione del secolo, da sviluppare in segreto. È un atteggiamento che non porta da nessuna parte».

Dalla passione al business

E c’è un altro aspetto da considerare, cioè se sia possibile trasformare una semplice passione in un’attività, meglio se di nicchia, così da cambiare del tutto vita. «Nel corso della carriera ho collezionato una serie di casi straordinari», testimonia l’amministratore di Intoo. «Una manager, ex Olivetti, che adesso commercia sedie antiche, prodotte a mano da artigiani veneti. Ha l’agenda piena e si diverte. O professionisti che hanno trasformato il vigneto e la casa in campagna in una vera impresa vitivinicola, con annesso relais. Oppure un 55enne, uscito da una grande azienda, che aveva la passione per il restauro degli strumenti antichi. Si è specializzato e ne ha fatto un mestiere».

I numeri record dell’Italia

L'Italia è la patria europea del lavoro autonomo. Oltre 5 milioni di persone, il 21% degli occupati, un dato superato solo dal 29% della Grecia, a fronte di una media Ue del 14,3 per cento. Lo dice lo sudio “Il lavoro autonomo in Italia” redatto dalla Fondazione studi consulenti del lavoro. Di questi 5 milioni, circa 1,4 sono professionisti iscritti agli Ordini, cui vanno aggiunti altri 400mila lavoratori delle professioni non ordinistiche. E dire che prima erano anche di più, il 23,4% sul totale nel 2009, ma negli ultimi dieci anni in tutto il continente si è assistito a una contrazione (meno 5% circa) a favore di una crescita del lavoro dipendente (+7 per cento). Un dato, però, che riguarda anche artigiani e imprenditori. Perché nello specifico delle libere professioni, segnala il rapporto Confprofessioni 2019, i lavoratori invece sono aumentati del 17% tra 2011 e 2018, con autentiche esplosioni nell’area medico-sanitaria (+53%) e scientifica (+38 per cento).
Quali sono opportunità e limiti di questa modalità? Lo studio della Fondazione mette in luce un dato interessante: l'autonomia è una scelta. Infatti in Italia solo il 10,4%, in perfetta media europea, afferma di essere autonomo «perché non ha trovato un'alternativa da dipend carico burocraticoente». Piuttosto contano altri fattori: aver trovato una buona opportunità (39%) o proseguire un'attività di famiglia (24,2%), un dato, quest'ultimo, più alto della media Ue del 15,8%, e che conferma la tendenza italiana al passaggio generazionale, ben radicata tra gli studi legali o tributari. L'Italia, però, sempre dietro la Grecia, è il Paese dove più di tutti gli autonomi lamentano difficoltà: per il, i periodi prolungati di assenza di clienti e il ritardo dei pagamenti.

TUTTI  GLI AIUTI PER METTERSI IN PROPRIO
Nuove imprese a tasso zero

È gestita da Invitalia la misura Nuove imprese a tasso zero, riservata a uomini under 35 e donne di qualsiasi età che abbiano costituito una società di persone da non più di un anno o stiano per farlo. Copre fino al 75% delle spese, per un massimo di 1,5 milioni di investimento, a fronte della presentazione di un business plan, preventivamente valutato. Il progetto va realizzato entro 24 mesi dalla stipula del contratto di finanziamento erogato dalle banche convenzionate.
Smart&Start
Smart&Start sostiene la nascita di start up ad alto contenuto innovativo. Finanzia progetti compresi tra 100mila e 1,5 milioni di euro, con la copertura delle spese d’investimento e dei costi di gestione. Per le società neo costituite, si tratta di due tipi di intervento: un contributo in conto impianti per la realizzazione dei programmi di investimento, nella misura del 65% delle spese ammissibili, e un servizio di tutoring tecnico-gestionale a sostegno della fase di avvio dell’impresa, per un valore massimo di 5mila euro.
La domanda si presenta solo online sulla piattaforma di Invitalia
Fondo innovazione
A febbraio dovrebbe diventare operativo il Fondo innovazione annunciato lo scorso marzo dal ministero per lo Sviluppo economico. È composto da due veicoli distinti, di cui uno investe in fondi di venture capital privati che sostengono le start up, l’altro è dedicato agli acceleratori di impresa, per una dotazione complessiva iniziale di 200 milioni di euro.

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