1935-2019

Addio allo scrittore Nanni Balestrini, la poesia come opposizione

di Gino Ruozzi


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Nanni Balestrini (1935-2019) - Agf

4' di lettura

È morto stamattina a Roma Nanni Balestrini, uno dei protagonisti della cultura e della letteratura italiana del secondo Novecento. Nato a Milano nel 1935, dall'età di vent'anni è stato tra i più attivi, originali e polemici intellettuali italiani. Nella metà degli anni Cinquanta si forma a Milano intorno all'ambiente della rivista «Il Verri» fondata e diretta da Luciano Anceschi, di cui è tra i principali collaboratori insieme a Giuseppe Pontiggia, Antonio Porta, Giulia Niccolai, Lucia Magnocavallo.

Sono gli anni del boom economico, della rivoluzione industriale italiana, del trasferimento di milioni di lavoratori dal sud al nord dell'Italia e dell'Europa, oltre la «linea gotica» degli appennini; il nostro paese si sta trasformando molto rapidamente da nazione agricola a stato industriale contemporaneo, si sviluppa la società di massa e nasce quell'uomo «medio» e «mediocre» raccontato da Ennio Flaiano e Luciano Bianciardi, l'operaio dai «tempi stretti» e alienato raffigurato da Ottiero Ottieri e Paolo Volponi.

Sono anche gli anni in cui la riflessione diaristica del primo neorealismo sta cercando con Italo Calvino le strade dell'allegoria e con Beppe Fenoglio, Elsa Morante e Giorgio Bassani di interpretare quelle vertigini della storia documentate da Primo Levi ma non ancora prese davvero in considerazione nella loro abissale drammaticità e responsabilità. Anni fervidi eppure per tanti aspetti ancora ingabbiati, avrebbe detto De Sanctis, in involucri troppo rigidi che andavano spezzati.

È in quest'ottica che si muovono prima «Il Verri» e poi i poeti dei Novissimi (1961), Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta e appunto Nanni Balestrini. Portare ossigeno all'interno di una letteratura e di una società spesso ancora troppo sacralizzata (sia sul piano religioso che su quello politico) o eccessivamente appiattita su una lettura meccanica della realtà. In questo contesto all'affermazione «io mi oppongo» del protagonista della Vita agra (1962) di Luciano Bianciardi si affianca l'esplicita opposizione di Nanni Balestrini.

Nel saggio Linguaggio e opposizione del 1961 Balestrini dichiara apertamente il proprio essere di «parte», carattere e peculiarità che lo distinguerà per tutta la vita, coniugando in modo inscindibile arte ed esistenza. Balestrini, che esordisce nello stesso anno con la raccolta di poesie Il sasso appeso e nell'antologia dei Novissimi, propugna una «poesia dunque come opposizione . Opposizione al dogma e al conformismo che minaccia il nostro cammino, che solidifica le orme alle spalle, che ci avvinghia i piedi, tentando di immobilizzarne i passi. Oggi più che mai questa è la ragione dello scrivere poesia. Oggi infatti il muro contro cui scagliamo le nostre opere rifiuta l'urto, molle e cedevole si schiude senza resistere ai colpi – ma per invischiarli e assorbirli, e spesso ottiene di trattenerli e di incorporarli. È perciò necessario essere molto più furbi, più duttili e più abili, in certi casi più spietati, e avere presente che una diretta violenza è del tutto inefficace in un'età tappezzata di viscide sabbie mobili».

    Questo è il compito che ha perseguito con coerente fedeltà Balestrini anche nei decenni successivi, non derogando mai a questo spirito agonistico e alla volontà tellurica delle proprie opere e delle proprie azioni, passando biograficamente da Milano a Roma, mantenendo ed estendendo le fertili amicizie (Umberto Eco, Angelo Guglielmi, Luigi Malerba, Carla Vasio, Alberto Arbasino), scegliendo percorsi più direttamente e rischiosamente militanti. Del Gruppo 63 credo sia stata l'anima più forte e cosciente, ricca di invidiabile carisma, grande negli affetti e anche nelle durezze, sempre concentrato nell'invenzione e nella volontà di sperimentare.

    Se si guarda la folta biblioteca che ci ha lasciato non si può non osservare la notevole capacità di movimento e di approfondimento di tanti generi diversi, l'incessante desiderio di rompere steccati formali e rispecchiare mimeticamente il magma della realtà in evoluzione. Il titolo del romanzo operaio Vogliamo tutto (1971) suona ancora come una sfida al potere e un contributo alla comprensione di quel ventennio fondamentale 1968-1977 al quale insieme a Primo Moroni dedicò nel 1988 il grande saggio inchiesta L'orda d'oro. Lo studio narrativo della violenza espresso in libri potenti come Gli invisibili (1988), I furiosi (1994), Sandokan. Storia di camorra (2004). La poesia come inesauribile indagine e prova, combinazione di linguaggi verbali, artistici, grafici, elettronici e di ogni tipo. Seguendo una fiducia scalfita ma mai sopita nelle possibilità di cambiamento.

    Nella premessa datata 2013 di Vogliamo tutto questa tensione utopica non è ancora venuta meno. Balestrini afferma che «una nuova epoca attende l'umanità, quando si sarà liberata dal ricatto e dalla sofferenza di un lavoro coatto superfluo e dalla schiavitù del denaro, che impediscono il libero svolgimento delle attività secondo le attitudini e i desideri di ciascuno, rubano e degradano il tempo della vita, mentre esistono le possibilità reali per un benessere diffuso e generale. Questo ha significato e potrà significare ancora oggi e domani l'antico grido di lotta “Vogliamo tutto!”».Importante anche il suo contributo di “poesia totale” nel campo dell'arte visiva.

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