TRANSAZIONI FINANZIARIE

Addio Tobin Tax Ue: l’asse franco-tedesco la sacrifica per Brexit

di Morya Longo

4' di lettura

«Certo che voglio la tassa, dico solo che bisogna tenere in considerazione l’impatto che Brexit avrà sull’Unione europea». Parla in politichese. Ma tra le righe il ministro delle Finanze della Francia Bruno Le Maire ha probabilmente suonato il De Profundis della Tobin Tax europea, cioè la tassa sulle transazioni finanziarie continentale di cui si parla da 6 anni. Pur dicendo «certo che la voglio», Le Maire di fatto afferma l’opposto: Brexit potrebbe infatti spingere molte attività finanziarie da Londra all’Europa, per cui una tassa sulle transazioni finanziarie rischia a suo avviso di diventare un boomerang. Cioè di far scappare gli investitori, invece che attrarli. Dunque Le Maire dice «la voglio», ma la sensazione è che non la voglia affatto. Teme anzi che possa far perdere posti di lavoro a Parigi. E il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble sembra pensarla allo stesso modo: «Meglio guardare prima come si evolve il negoziato su Brexit». Come dire: meglio lasciare perdere.

Dato che la politica si fa con le parole e con i sassi gettati nello stagno, Le Maire e Schaeuble sembrano aver messo una pietra tombale sulle discussioni - che vanno avanti dal settembre 2011 - sulla Tobin Tax europea. Cioè su quella tassa che affascina l’elettorato (perché la politica l’ha sempre venduta come un’imposizione sugli speculatori finanziari), ma che nella realtà produce più effetti collaterali che benefici. Nel 2011, anno in cui la speculazione finanziaria imperversava in Europa e la classe politica aveva bisogno di dare ai tartassati contribuenti la sensazione di «farla pagare» anche agli avvoltoi dei mercati, la Commissione europea ha avviato l’iter per varare una Direttiva che imponesse una tassa sulle transazioni finanziarie nell’intera Unione. Naufragata la possibilità di una direttiva, Bruxelles ha iniziato a lavorare su una semplice cooperazione rafforzata (solo chi vuole introduce la tassa). Ora anche questa sembra naufragare. Nel frattempo solo due Paesi, in via autonoma, hanno introdotto la Tobin Tax: la Francia (che però ha varato una versione molto annacquata e che ora pensa probabilmente di eliminarla) e l’Italia. Proprio ora che le banche, i fondi e la finanza londinese devono trasferirsi in Europa, proprio ora che Milano cerca di attirare un po’ di questa industria nel suo territorio, l’Italia rischia dunque i restare l’unico Paese con la tassa più odiata proprio da coloro che vorremmo attrarre.

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EFFETTO TOBIN TAX SUI COSTI DI BORSA

Costi di trading in Europa in punti base (Nota: La Security Transaction Tax sposta l'Italia dal sesto al terzo posto per costi di trading - Fonte: Credit Suisse Trading Strategy)

EFFETTO TOBIN TAX SUI COSTI DI BORSA

Una tassa controversa
La Tobin Tax è - nella teoria - la più giusta delle tasse. Perché, come un moderno Robin Hood fiscale, si propone di prelevare gettito tra chi muove miliardi e specula sui mercati, per coprire di fatto i costi sociali delle crisi finanziarie. E perché mira a ridurre la volatilità dei mercati, la speculazione, le bolle e tutti quegli eccessi di cui solo il mondo della finanza è capace. Se però in teoria la Tobin Tax è una gran bella cosa, nella pratica storicamente non ha mai raggiunto i risultati sperati. Anzi: molto spesso - come dimostrano molteplici studi empirici - le varie versioni di Tobin Tax hanno ottenuto effetti opposti.

Innanzitutto il gettito fiscale è sempre stato deludente. «In Italia il Governo Monti che la introdusse nel 2013 si aspettava introiti annui per un miliardo, ma la realtà si è fermata a 400 milioni», spiega Gianluigi Gugliotta, direttore generale di Assosim. In Francia, dove la Tobin Tax è stata introdotta nell’agosto 2012, secondo uno studio di PwC ci si attendeva un gettito di 530 milioni nei primi 4 mesi contro i 200 effettivi. In Ungheria, Paese che nel 2013 ha preso la stessa decisione, il Governo si aspettava 82 miliardi di fiorini nei primi 4 mesi ma si è dovuto accontentare di 38,8. E tutti i casi del passato sono uguali: gettito deludente.

PwC dimostra poi che la Tobin Tax non riduce la volatilità dei mercati, dunque gli effetti più negativi della speculazione finanziaria: la maggior parte degli studi realizzati nella storia dimostra infatti che la volatilità aumenta o al massimo resta neutrale. La Tobin Tax inoltre riduce i volumi di scambio sulle Borse (clamoroso il caso della Svezia, dove il raddoppio della tassa ha dimezzato i volumi di Borsa) e fa perdere valore alle aziende quotate (in Europa Oliver Wyman stima una perdita potenziale di capitalizzazione pari a 230-301 miliardi di euro nel caso venisse varata una tassa continentale). Ma questa imposta - secondo vari studi - ha anche l’effetto di ridurre il Pil e di pesare sui fondi pensione. «Dal momento che l’Europa ha la necessità di essere competitiva con i mercati Usa e asiatici, e di attrarre investitori istituzionali, la Tobin Tax è un vero boomerang - osserva Bepi Pezzulli, avvocato d’affari e presidente del Comitato Select Milano che cerca di promuovere la piazza milanese per i mercati finanziari in uscita dalla Gran Bretagna -. La Tobin Tax è una misura che rende l’economia di un Paese meno competitiva». «È un’imposta masochistica, che fa scappare gli investitori», chiosa Francesco Perilli, presidente di Equita.

La frenata europea
Per questo in Europa la Tobin Tax è sempre stata sbandierata dai Governi, ma pochi l’hanno introdotta. L’ha fatto l’Italia nel 2013, applicando un’aliquota dello 0,12% (poi ridotta a 0,10%) solo alle transazioni su azioni di aziende con una capitalizzazione superiore a 500 milioni. L’ha fatto la Francia, ma all’acqua di rose. Ma la Germania, che ai tempi la chiedeva a gran voce, non l’ha mai introdotta. E, a giudicare dalle parole del suo ministro, non ha intenzione di farlo neppure adesso.

Anche la tassa europea, che nell’idea originaria doveva essere uniforme in tutto il continente, sta naufragando. «Non avendo trovato il consenso per una direttiva, la Commissione ha optato per una cooperazione rafforzata - spiega Gugliotta -. Questa strada ha però bisogno che un terzo dei Paesi membri introduca la tassa, altrimenti il progetto decade. Attualmente si rischia di non arrivare al numero sufficiente, dato che già Belgio e Austria sembrano ripensarci». «Dopo la defezione dei Paesi baltici, si era capito subito che la Tobin Tax europea non si sarebbe mai fatta», aggiunge Bepi Pezzulli. A maggior ragione se ora a esprimere dubbi sono anche «pesi massimi» del calibro di Francia e Germania: ora che le grandi capitali europee stanno facendo la gara per attrarre le aziende del settore finanziario in uscita da Londra, nessuno vuole introdurre un tassa che li farebbe scappare. Tranne l’Italia.

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