Ricordi

Addio a Virgil Abloh, geniale creativo della moda e del design

E' morto a 41 anni lo stilista di Louis Vuitton e creatore di Off-White. Vogliamo ricordarlo con l'ultima intervista pubblicata su How to Spend it.

di Mark C. O'Flaherty

Virgil Abloh. Foto di Jonathan Frantini.

8' di lettura

Sarà affascinante vedere la risposta culturale a quello che è successo quest'anno (il riferimento è al 2020 e alla pandemia, ndr). I sistemi della moda e del design cambieranno, rifletteranno sulle conseguenze della crisi attuale e reagiranno. Il modo in cui Virgil Abloh, designer, autore e deejay, elaborerà questi eventi sarà sicuramente radicale. Da sempre, nel suo lavoro, fa incontrare provocazione e humour, nel suo brand di culto Off-White, come nelle collezioni uomo per Louis Vuitton, di cui, dal 2018, è direttore artistico.

Non fanno eccezione le incursioni di Abloh nel campo dell'arredamento. I suoi pezzi creano narrazioni forti del mondo che le circonda e testimoniano la sua visione democratica del design. Quando ci siamo incontrati, all'inizio dell'anno (si parla sempre del 2020, ndr), Abloh aveva appena inaugurato Efflorescence, due mostre realizzate in tandem alla Galerie Kreo di Parigi e di Londra, con pezzi unici ed edizioni limitate. I lavori in cemento grigio racchiudono gran parte dell'estetica di Abloh: impreziositi da colorati graffiti dipinti a mano, riflettono la sua ossessione per l'architettura modernista, vista attraverso la lente della contemporaneità urbana. «Quei pezzi – una panca, una consolle, dei vasi – sono forme astratte di oggetti di uso quotidiano», spiega il designer. «Essendo in cemento sono per natura brutalisti, ma, invece di lasciarli così, come semplici forme, li ho dipinti come accadrebbe per strada. Mi ha sempre intrigato come l'architettura urbana, per esempio un sottopasso o lo skatepark di South Bank a Londra, possa diventare una calamita per i graffiti. È un'esplosione di colore, un'azione naturale: sono i geroglifici della nostra epoca».

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Galerie Kreo rappresenta il lato più esclusivo del design d'arredo: il suo fondatore, Didier Krzentowski, ha promosso le carriere di nomi come Barber & Osgerby, i fratelli Bouroullec e Marc Newson. «Ho conosciuto Virgil nel 2018 e mi ha subito colpito la sua visione», racconta. «Adoro il suo approccio senza compromessi, che esplora nuovi territori, combinando la precisione dell'architettura all'istintività della street culture». Krzentowski vede un parallelismo tra la ruvida personalità delle creazioni di Abloh (prezzi che vanno dai 12 ai 220mila euro a pezzo) e le opere moderniste di Le Corbusier. «Mi ricordano l'architettura anni Cinquanta della città modernista di Chandigarh, in India, e il contrasto tra il grigio del cemento grezzo di Le Corbusier e il suo uso di colori brillanti».

Definire street art l'opera di Abloh sarebbe riduttivo, ma è soprattutto dalla strada che trae ispirazione. In passato, ha collaborato ad alcuni progetti insieme a Ben Kelly – il designer che, negli anni Ottanta, realizzò il pionieristico nightclub postmoderno The Haçienda – e nel 2019 ha dato vita a un'installazione, per La Biennale di Venezia, immersa in un contesto urbano completamente differente. La sua collezione di arredi Acqua Alta, in edizione limitata dai 42 ai 95mila euro, è stata allestita in una terrazza sul Canal Grande, alla Ca' d'Oro, come parte della mostra Dysfunctional, presentata da Carpenters Workshop Gallery. Era un'idea visivamente semplice: sedie, panche e lampade in bronzo che, con l'aiuto di spessori e zeppe, apparivano inclinate. «Sembravano sul punto di affondare», spiega Loïc Le Gaillard, co-fondatore di Carpenters Workshop Gallery. «Proprio come la Serenissima». Quando, alla fine dell'anno scorso, Venezia si è allagata, l'installazione è apparsa ancora più preveggente.

«È stata una di quelle coincidenze che ti dice che sei sulla strada giusta», commenta Abloh. «Volevo raccontare una storia sulla mia esperienza in quella città, l'atmosfera surreale dell'acqua e delle strade, e che cosa succede quando Venezia si allaga. È un momento storico in cui stiamo realizzando l'importanza del rapporto tra uomo e natura, e quanto il cambiamento climatico sia una realtà». Mentre il suo lavoro era esposto a Venezia, pezzi molto simili venivano prodotti – sebbene in faggio e al prezzo di 120 euro – per Markerad, la sua collezione in collaborazione con Ikea, il che è tipico di Abloh. Markerad include anche oggetti molto ironici, come, ad esempio, il tappeto-scontrino dell'azienda svedese. «Il design senza ironia non ha umanità», spiega Abloh. «Se disegno un tappeto in una bella tonalità di grigio, perché mai vorresti comprarlo? Probabilmente ne hai già uno simile. Ma se creo qualcosa che ha anima, ironia e un punto di vista, avrà motivo di esistere».

Virgil Abloh nel suo studio a Parigi. Foto di Jonathan Frantini.

La scelta di produrre lo stesso pezzo, in due materiali completamente diversi, e con prezzi molto distanti, rende Abloh un personaggio insolito nel mondo del design. Benjamin Paulin, che realizza le ultime creazioni del padre Pierre col brand Paulin Paulin Paulin®, ha conosciuto Abloh nel 2015, quando gli è stato chiesto di arredare lo showroom di Kanye West. L'amicizia tra i due è nata proprio sulle sedie e sui divani futuristici di Pierre. «Sono rimasto molto colpito da Virgil», racconta Paulin. «Fa parte di una generazione che mette in discussione il rapporto tra prodotto industriale e arte concettuale. È un approccio molto intellettuale. Mio padre non metteva in discussione niente: realizzava sedie, oggetti funzionali che risultavano anche belli da vedere. Virgil è qualcosa di più di uno stilista a cui una maison chiede di seguire una certa tendenza: lui è la tendenza».

Abloh usa lo stesso sguardo e la stessa mano sia nell'arte sia nel design, ma fa una distinzione tra i due. «Il design di arredo è qualcosa di uso quotidiano», spiega. «I pezzi in edizione limitata, invece, sono oggetti che, in un ambiente, portano energia, a prescindere che se ne faccia un uso funzionale o no. Per me sono come un quadro o una scultura».

È lo spirito con cui mischia alto e basso, e la sua sensibilità grafica, a rendere Abloh tanto interessante. Eppure queste sono le stesse ragioni per cui, fino a poco tempo fa, non veniva capito. Le critiche non sono mancate. C'è stato, per esempio, chi ha giudicato cinica la scelta di uno stilista di streetwear per uno dei ruoli creativi più prestigiosi di Louis Vuitton: Abloh era solo uno stilista che, interpretando lo zeitgeist, vendeva sneakers e felpe con cappuccio; era un tizio con vari milioni di follower (a fine novembre 2021 erano 6,9) su Instagram, paracadutato su Parigi per il suo valore sui social media. Alcune critiche sono state ancora più inquietanti: era il primo afro-americano a ricoprire la carica di direttore artistico di una maison francese, e l'implicita allusione razzista era che “streetwear” significasse “il tipo sbagliato di strada”. Chi l'ha considerato un dilettante del design ha del tutto trascurato il fatto che, alla base di Off-White, il brand e l'estetica da lui creati, ci sono una laurea in ingegneria civile, un master in architettura all'Illinois Institute of Technology e un periodo di collaborazione da Fendi. I riferimenti presenti nei pezzi in cemento di quest'anno non sono un caso: uno degli oggetti a cui Abloh tiene di più è una lampada vintage di Le Corbusier che viene da Chandigarh, e i suoi primi lavori – presentati nel 2015 con il nome di Grey Area – erano tavoli e sedie con un design molto grafico, ispirati a Mies van der Rohe.

Le sfilate uomo di Louis Vuitton disegnate da Abloh hanno sempre una narrazione molto dettagliata e sono un palcoscenico potente per la sua creatività. Per l'autunno/inverno 2020 ha creato Heaven On Earth, una collezione in cui, all'interpretazione personale dei codici sartoriali fanno da contrappunto immagini surreali. La passerella era di un acceso azzurro cielo, con soffici nuvole bianche. «La sfilata è il mio prototipo», spiega. «È il mio Cybertruck. Non è solo qualcosa che dà continuità al nome del brand, mi tiene ispirato e mostra il mio lavoro nella sua forma più pura».

Anche se i confini sono diventati più fluidi, resta una tensione fra lo streetwear e alcuni fondamentali dell'abbigliamento di lusso. Da Vuitton non ci possono essere solo capi iconici, c'è bisogno anche di capi da vendere tutti i giorni. Come fa uno stilista, famoso per la sua forte impronta grafica, a fare un passo indietro e lasciare che un pezzo basic semplicemente rimanga tale? «Per me è come quell'opera di Duchamp», risponde Abloh. «È una fontana o un orinatoio? È tutte e due le cose, dipende dal contesto. Se faccio un golf di cashmere semplicissimo per Off-White, non c'è nessun twist. Il brand non ha dietro una storia. Ma se lo faccio per Louis Vuitton, l'etichetta cucita all'interno sul collo è così piena di significati e di emozioni che il capo diventa un enigma – hanno due forze differenti».

Quando, nel 2019, è stato invitato al Campus di Vitra per dare forma a un'installazione, Abloh ha scelto di inserire una serie di elementi molto grafici, nel suo prediletto colore arancio. Sempre in quella tonalità di arancione, c'erano anche le sue reinterpretazioni della poltrona Antony e delle lampade da parete Petite Potence di Prouvé. Come il graphic designer Peter Saville, che cita come suo mentore e come una delle persone che più lo hanno influenzato, Abloh dà il meglio di sé quando prende un classico e lo ricontestualizza.

Nei panni del provocatore si trova benissimo. Dopo aver tenuto, nel 2017, una lezione a Harvard – finita con gli studenti che lanciavano scarpe sul palco, perché lui ci disegnasse sopra qualcosa – la trascrizione riveduta e corretta di quella conferenza è diventata un libro, Insert Complicated Title Here, in cui elenca i suoi trucchi per avere successo. All'inizio del 2019 ha lanciato il sito Canary---yellow.com, che offre una panoramica sempre aggiornata di tutte le sue creazioni. Qualche mese dopo, il Museum of Contemporary Art di Chicago gli ha dedicato la sua prima personale, Figures of Speech, che ha definito Abloh un uomo rinascimentale del 21esimo secolo. Proprio le sue recenti incursioni nell'arredo hanno contribuito a cambiare la percezione che il mondo del design aveva di lui. «Le persone non avevano colto l'ironia presente nel mio lavoro, perché non conoscevano la mia storia. È stato utile poter mostrare da dove viene la mia arte. L'esposizione ha fatto vedere cosa facevo a 17 anni, che tipo di mano avevo e come erano i miei schizzi, che cosa pensavo e che cosa stavo imparando».

«La sua formazione di architetto si rivela nell'interesse che ha verso i sistemi e il modo in cui combina gli elementi per creare un insieme dinamico», dice Michael Darling, curatore del Museum of Contemporary Art di Chicago. «È anche interessato a mostrare la struttura dell'insieme – si tratti di una collezione di vestiti, di un singolo capo, di una scarpa o di un oggetto di design – proprio come farebbe un architetto, e gli elementi che lo costituiscono». Per Darling, gli ultimi arredi firmati da Abloh sono la naturale estensione di quello che ha fatto fin qui. «È cresciuto con la passione dello skateboard e dei graffiti: sono riferimenti che si trovano nei suoi pezzi, ma ricordano anche le infrastrutture urbane che lo appassionano e hanno ispirato le frecce direzionali del logo di Off-White, insieme ad altri elementi della sua estetica».

Arte, design, moda, libri. Abloh è una dinamo inarrestabile. «Sono un creativo. Mi piace creare», dice. «Sono ossessionato dal lavoro, ma mantengo un certo distacco. Tutto quello che faccio è come un diario che mi sento obbligato a scrivere, è la testimonianza dei miei pensieri. Ma sono sempre disposto a chiuderlo e lasciarlo sul comodino». Il mondo del design non vede l'ora che arrivino molti altri volumi.

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