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Addio al Weekly Standard: chiude il settimanale conservatore e anti-Trump

di Marco Valsania


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(EPA)

3' di lettura

NEW YORK - “Never Trump” ha perso la voce. Il Weekly Standard, per 23 anni bandiera di conservatori e neocon americani e piu’ di recente spina nel fianco intellettuale di Donald Trump nonostante la crescente emarginazione nel partito repubblicano caduto in mano al presidente, ha chiuso i battenti nel fine settimana. Definitivamente e senza cerimonie: l’ultima edizione settimanale, già pronta, sarà in edicola il 17 dicembre; i dipendenti saranno pagati fino a fine anno; poi riceveranno una buonuscita in base all’anzianità purché però prima sottoscrivano una rigida promessa di non-disclosure che di fatto gli vieta di parlare male del management della rivista. Tutto lo staff è stato accompagnato alla porta d’uscita lo stesso giorno dell’annuncio effettuato durante una assemblea e le e-mail di lavoro sono stati subito cancellate.

Quella scatenata da Trump dentro il partito repubblicano è, anche, una vera a propria rivoluzione culturale di cui la fine del Weekly Standard e l’ultima, eclatante dimostrazione. Trump stesso non ha mancato di celebrare apertamente la crisi, che ha visto la perdita del posto di lavoro dei dipendenti della rivista, con tipico entusiasmo per la disfatta dei suoi avversari in un tweet: «Il patetico e disonesto Weekly Standard gestito dal fallito pronosticatore Bill Kristol (che come altri non ha mai capito nulla), è in bancarotta e chiude. Che peccato. Riposi in pace!».

Non è il primo media conservatorie anti-Trump a fare una brutta fine, segno della polarizzazione estrema non solo nel Paese ma tra i repubblicani. Sono spariti della scena, spesso perseguitati da minacce e attaccati dalla base piu’ populista, intransigente o religiosa, anche numerosi conduttori radiofonici un tempo influenti ma con il peccato originale di non amare Trump. Mentre prosperano le voci che fiancheggiano o difendono a spada tratta il Presidente. Il caso di Charlie Sykes in Wisconsin è emblematico nell’universo radiofonico: un tempo popolare radio-host è stato costretto a lasciare la sua trasmissione ormai già da due anni a questa parte.

Il Weekly Standard e la sua saga si distinguono tuttavia per il prestigio che la rivista si era conquistata negli anni. Fino ancora a episodi recenti di giornalismo di qualità, oltre che di commento: aveva svelato per prima registrazione di un deputato repubblicano, Steve King, sorpreso a parlare dei cittadini messicani come “spazzatura”. Fondata da Bill Kristol, finora ancora editor at large, e da Fred Barnes, ha ospitato firme autorevoli quali John Podhoretz. Direttore era adesso Stephen Hayes. Kristol e Hayes hanno espresso ieri gratitudine allo staff e ai lettori, riaffermando la convinzione della necessità e spazio che tuttora esistono per un organo che si considera fedele espressione del movimento conservatore. Podhoretz, in una column, ha denunciato la proprietà accusandola d’un gesto criminale. «L’omicidio del Weekly Standard», l’ha intitolata.

L’editore, il Clarity Media Group controllato dal miliardario del Colorado Philip Anschutz, miliardario cristian-conservatore, ha replicato a distanza attribuendo formalmente la decisione di fermare la pubblicazione alla crisi generale dell’editoria dei periodici. Un annuncio subito messo in dubbio dai critici: se è vero che la copie cartacee erano in declino, anche in periodi di punta erano di poche decine di migliaia. E la diffusione online appariva secondo le indiscrezioni oggi in aumento. Tradizionalmente la rivista era sempre stata in perdita. Mentre vengono tagliate per il Weekly Standard, inoltre, risorse vengono dedicate da Anschutz ad un’altra testata del gruppo, il Washington Examiner, assai meno critica di Trump. E che verrà trasformata in settimanale prendendo automaticamente il posto della rivista cancellata tra chi vi era già abbonato. Presto anche il sito del Weekly Standard verrà chiuso.

Anschutz, che ha un patrimonio personale di oltre 10 miliardi di dollari, ha fatto fortuna nelle ferroviere e nel petrolio per poi investire nello sport (dalla pallacanestro al calcio), nello spettacolo e nei media. Il Weekly Standard era stato rilevato dalla sua Clarity nel 2009 per circa un milione di dollari, venduto da Rupert Murdoch che ne aveva patrocinato fino a quel momento nascita e sviluppo. Durante il periodo tra il 2001 e il 2009, quello dell’amministrazione di George W. Bush, aveva conosciuto il suo periodo d’oro, ribattezzato come rivista in-flight dell’aereo presidenziale Air Force One e con articoli di numerosi esponenti di spicco dei grandi think tank della destra. Davanti all’avvento del populismo di Trump, però, la rivista non aveva taciuto la sua avversione. Aveva giudicando il neopresidente un finto conservatore e non adatto alla Casa Bianca. Una nuova cessione era stata ventilata in questi ultimi mesi ma alla fine Clarity ha deciso per la chiusura della rivista, forse, secondo indiscrezioni, per mantenere lei stessa il controllo degli abbonati. È però difficile che la sua ingloriosa fine possa consentire ai conservatori di “riposare in pace”.

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