motori della vita

Adesso ci vuole fegato

La storia medica, psicologica, mitologica, simbolica e letteraria della ghiandola più grande del nostro organismo

di Vittorio Lingiardi

Il

5' di lettura

Prima che nella medicina il fegato compare nella mitologia greca. Prometeo aveva rivelato agli uomini il segreto del fuoco e gli dei per punirlo lo fecero incatenare su una rupe. Un’aquila, in altre versioni un avvoltoio, gli divorava il fegato che ogni notte si rigenerava rinnovando così il supplizio diurno: «E quando il fegato prima divorato», racconta Eschilo nella tragedia dedicata al titano, «torna a gonfiarsi di rinnovata crescita, eccola tornare avida al suo pasto infame». Gli antichi ancora non sapevano che una delle caratteristiche mirabili del fegato è la sua capacità di rigenerarsi, ma lo tenevano comunque in grande considerazione. Forse per il suo colore cupo e lucente, la scivolosità, il volume: è la ghiandola più grande del corpo umano e pesa circa due chili. Usato per la divinazione, al Museo Civico di Piacenza si può ammirare un famoso modello bronzeo di fegato di pecora usato dagli aruspici circa due secoli prima di Cristo, il cosiddetto Fegato etrusco. Da Oriente a Occidente, tutta la medicina degli antichi era epatocentrica: il fegato, sosteneva Galeno, serve a trasformare il cibo in sangue. Già nell’Iliade era visto come il centro della vita: «Achille lo colpì al fegato col pugnale: il fegato schizzò fuori e colando nero sangue riempì la veste; privo ormai del respiro, l’ombra fasciò gli occhi di Troo». Anche se i Vangeli non indicano quale lato del torace di Gesù crocifisso fu colpito dalla lancia romana («e subito ne uscì sangue e acqua», dice Giovanni), l’iconografia vuole la piaga, quella dell’incredulità dell’apostolo Tommaso, all’altezza del fegato, di nuovo a testimoniare la sua supremazia vitale sul cuore. È solo con gli studi fisiologici del XVII secolo che la medicina diventa cardiocentrica. Fino a quel momento il fegato e la sua grigioverde compagna cistifellea, produttrice dell’amara bile, sono stati considerati una sede dei sentimenti. Anzi, la cistifellea era uno dei pilastri della dottrina ippocratica degli umori - sangue, flemma, bile gialla, bile nera - dai quali deriva il temperamento dell’individuo: sanguigno, flemmatico, bilioso, atrabiliare, cioè malinconico (detto anche umor nero, da μέλας = nero e χολή = bile). Tutte le lingue del mondo confermano la pregnanza psichica del distretto epatico, soprattutto in relazione al coraggio (avere fegato), alla rabbia (rodersi il fegato), all’ira (farsi scoppiare il fegato), alla sfrontatezza (avere un bel fegato) e persino al rancore o all’invidia (farsi venire il mal di fegato). Per non parlare di aggettivi come bilioso, collerico, melanconico. Pur sapendo che Platone lo considerava il centro della vita vegetativa, mi ha sempre colpito come un solo organo potesse dare dimora a tante espressioni della personalità. In particolare al coraggio, nesso che la medicina cinese spiega a partire dalla funzione epatica di filtrare il sangue da tossine altrimenti destinate a offuscare il pensiero e indebolire i muscoli. To have guts, dicono gli inglesi: essere coraggiosi. In una delle risse marinare di Moby Dick il mastodontico ramponiere Daggoo, per insultare un marinaio spagnolo, gli dà del “fegato bianco”. Un’espressione simile, lily-liver, la troviamo nel Macbeth di Shakespeare a proposito della viltà di un servitore. Esangue insomma è il fegato dei codardi. “Spappolato”, stando alla canzone di Vasco, è invece quello di chi stravizia, soprattutto se beve troppo incamminandosi così verso la cirrosi. Che se ne è presi parecchi con sé, tra cui Richard Burton, Truman Capote, Billie Holiday, Jack Kerouac, Edith Piaf, Edgar Allan Poe, Erik Satie. Ecco perché abbiamo bisogno di epatoprotettori, dei quali il più santo dicono sia Ignazio di Loyola, lui stesso malato di fegato, e il più naturale, oltre al cardo mariano, dicono sia il tarassaco, soffione dei campi su cui tutti abbiamo soffiato esprimendo un desiderio (ho letto che in greco tarassaco significa “rimedio allo scompiglio”). Da piccolo mia madre mi dava l’olio di fegato di merluzzo, ricco di vitamina D, ma ahimè non in capsule o opercoli, bensì a cucchiaiate. Era veramente uno schifo. Mio padre invece si beveva la Soluzione Schoum, immortale rimedio depurativo per le vie biliari. Giallo è il fiore del tarassaco, gialla è la Soluzione Schoum e gialla è l’itterizia (dal nome di un uccellino dal piumaggio dorato) dei malati di fegato o di chi ha comunque troppa bilirubina in circolo: ecco allora che i pigmenti biliari colorano la cute, le sclere, le mucose. Anch’io da ragazzo un giorno sono diventato tutto giallo, al ritorno da un viaggio nello Yemen, per un incauto assaggio di pomodori: epatite A. In quegli anni purtroppo ho visto attorno a me epatiti molto più brutte, bastava un piccolo scarto dell’alfabeto, da A a B o C, da un alimento sporco a un ago sporco non solo d’eroina ma del sangue altrui.

Anche se il primo riuscito è del 1967, dovremo aspettare la fine degli anni Ottanta perché il trapianto di fegato diventi un trattamento clinico relativamente standardizzato. Oggi siamo un’eccellenza nel campo dei trapianti di fegato: negli ultimi venticinque anni ne sono stati effettuati più di ventimila.

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Il fegato (con i suoi quattro lobi, le cinque facce, i legamenti, le fessure, gli epatociti, le cellule stellate, la capsula di Glisson che lo ricopre) compare anche nelle fiabe. Nella versione originale dei fratelli Grimm, la regina cattiva che ordina l’uccisione di Biancaneve vuole che le venga consegnato il fegato della poverina. Evidentemente nel diciannovesimo secolo era ancora identificato come la sede dello spirito vitale. Nella versione Disney, di più di un secolo successiva, la regina cattiva esige invece la consegna del cuore di Biancaneve, organo simbolicamente più “digeribile” dal grande pubblico. Nel cruento testo originale, il cacciatore impietosito risparmierà Biancaneve e alla regina porterà i visceri di un cinghiale. Che lei si mangerà (come si dice, ma è più di una leggenda, abbia fatto Pasquale Barra, detto ‘O animale, nel carcere nuorese di Badu ‘e carros nell’agosto 1981, azzannando i visceri di Francis Turatello). Mi scuso per l’accostamento di cattivo gusto, ma non ho ancora detto che, diversamente da quanto si potrebbe pensare, la parola fegato non è stata coniata da Celso, Galeno o altri illustri medici del passato. È probabile che la paternità sia dei cuochi e dei camerieri delle tabernae dell’antica Roma dove veniva servito lo iecur ficàtum , pietanza a base di fegato (iecur) di animale cucinato coi fichi (ficàtum). Poi si abbreviava in ficàtum che, con tipica retrazione d’accento, diventa fìcatum, il termine ufficiale, anche medico. Il fegato, anche per il ruolo fondamentale nel metabolismo del glucosio e delle proteine, ha ricevuto l’onore di un’ode. L’ha scritta Pablo Neruda: Ode al fegato. Salutiamolo dunque con le parole del poeta, che in questa «viscera sottomarina» giustamente vede un amico «umile e organizzato», una «macchina invisibile», il «magazzino dei cambiamenti sottili», un «lavoratore alacre» che filtra, separa, moltiplica e lubrifica. Il nostro monarca oscuro che distribuisce «miele e veleni».

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