INTERVISTA a Claudio Marenzi

«Adesso è necessario investire sul mercato e sui clienti italiani»

Per il presidente uscente di Confindustria Moda occorre guardare oltre il 2020

di Giulia Crivelli

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Spazio del marchio Herno

Per il presidente uscente di Confindustria Moda occorre guardare oltre il 2020


3' di lettura

Profondamente legato a Lesa, sul lago Maggiore, dove vive e dove ha sede Herno, azienda fondata dal padre, Claudio Marenzi è anche, da sempre, costantemente in viaggio per l’Italia e per il mondo. Si sposta tra Milano, Firenze e Roma e tra il nostro Paese e le capitali europee, gli Stati Uniti e l’Asia. Il lockdown ha rallentato tutto, a partire dai viaggi, ma – spiega Marenzi – ha anche dato l’opportunità di riflettere e prepararsi alla ripartenza. Primo presidente di Confindustria Moda, la federazione delle associazioni di settore nata nel 2017 e operativa dal 2018, Marenzi ha appena passato il testimone a Cirillo Marcolin, ma resta presidente di Pitti Immagine e ha un punto di vista privilegiato sul tessile-moda-abbigliamento lombardo.

L’estate è quasi finita. Cosa prevede per le prossime settimane e per i mesi che ci restano di questo infausto 2020?
La moda, insieme al turismo, è stato il settore che ha più sofferto per l’emergenza sanitaria e ora economica e sociale. La Lombardia, come sappiamo, è stata l’epicentro dell’epidemia nel nostro Paese e questo ha avuto effetti devastanti sulle aziende e sulle persone, in ogni senso. Sono stato però a Milano Unica, la fiera del tessile, e ho percepito quanta voglia di ripartire ci sia tra le aziende e quanto, nonostante tutto, si continui a investire in ricerca e innovazione.

La Lombardia ha cinque importanti distretti, che si sono di fatto fermati per almeno tre mesi. Che conseguenze ci saranno sulla produzione di collezioni?
Appena è stata consentita la riapertura tutti ci siamo messi al lavoro su quello che restava inevaso degli ordini per l’autunno-inverno che sta per iniziare e abbiamo provato a programmare seriamente la produzione per le collezioni primavera-estate 2021. In questo caso però navighiamo a vista, perché le campagne vendite sono quasi finite, ma sull’evoluzione delle consegne e delle vendite in negozio ci sono ancora tantissime incognite, in Italia, in Europa e nel mondo. Sono tanti i Paesi, dalla Francia a Israele, dove si ipotizzano nuovi lockdown, magari anche solo parziali, ma che comunque danno a tutti, persone e aziende, l’impressione di essere in balia di qualcosa che non si può controllare. E che fa ancora paura.

I dati della moda, secondo comparto manifatturiero per importanza, sono peggiori del dato nazionale. Quando arriverà il rimbalzo?
Temo che da qui a ottobre vedremo un aumento delle ore di cassa integrazione. Poi, ovviamente, speriamo tutti in un rimbalzo perché la filiera del tessile-abbigliamento per definizione lavora guardando ai trimestre successivi, con un meccanismo di ordini e processi produttivi sempre proiettato in avanti. Sicuramente dovremo tutti curare di più il mercato interno, perché, come ho detto, su quelli esteri ci sono molte incognite.

Milano è da sempre il traino del sistema moda lombardo e italiano. Cosa si aspetta dalla prossima fashion week e dalle fiere?
Sono orgoglioso delle scelte che abbiamo fatto, singolarmente, come aziende e come associazioni, da Confindustria Moda ad Altagamma e Camera della moda, passando per Fieramilano e le istituzioni locali. Ci vuole coraggio e molta disciplina per organizzare eventi in presenza o a metà tra fisico e digitale. Ma ne abbiamo bisogno, specie nella moda: serve tornare a vedere, sentire, possibilmente toccare i prodotti. Anche la creatività e l’innovazione hanno bisogno di interazioni dal vivo, di scambi tra persone che si guardano negli occhi e sentono le rispettive voci non mediate da uno schermo o da un tablet.

Milano non rischia di spaventare gli stranieri, dal punto di vista dell’emergenza sanitaria?
È stato sicuramente così nei mesi del lockdown e nelle prime settimane di riapertura di fabbriche e negozi. È stata anche la mia esperienza con Herno: in giugno e luglio abbiamo organizzato eventi con clienti e dall’idea iniziale di farli a Milano li abbiamo spostati in Toscana e Puglia. Ma le cose stanno cambiando: siamo riusciti, da quando abbiamo riaperto lo showroom, a fare 600 appuntamenti fisici, con tutte le cautele e regole necessarie. Quando sento parlare di nuova normalità penso a questo: tornare a comportamenti personali e aziendali normali, che prevedono cioè interazioni dal vivo, ma con regole formali diverse. In fondo, non sono nemmeno così difficili da seguire.

Che consigli ha dato a Cirillo Marcolin, suo successore alla presidenza di Confindustria Moda?
Cirillo non ha bisogno di consigli: ha una lunga esperienza imprenditoriale e di vita associativa, essendo stato, ad esempio, presidente di Anfao. Posso dire quello che ho imparato: è importante collaborare sempre di più tra associazioni di settore e insistere per un dialogo più costruttivo con le istituzioni. A Milano e Firenze succede, perché sono città dove il valore economico e di immagine della moda è evidente per chiunque. Più difficile far capire questo concetto a livello nazionale. Ma sono fiducioso.

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