calcio e miti

Adios, Diego Armando Maradona, «pibe de oro» del calcio mondiale

Via un altro gigante, piccolo di statura ma che ci ha arricchito la vita con il suo talento immenso e spensierato

di Dario Ceccarelli

"La morte di un Dio": la notizia di Maradona sui giornali

6' di lettura

Adios, Diego. Te ne sei andato davvero. In questo anno maledetto che si porta via tutti i nostri grandi piccoli miti del Novecento. Ci lasci un po' più soli: via un altro gigante, piccolo di statura ma che ci ha arricchito la vita con il suo talento immenso e spensierato.
Questa volta non è uno scherzo. O una delle sue follie cui ci aveva abituato in questi ultimi anni. Quando non si capiva mai cosa stesse combinando. Allena una nuova squadra? È dimagrito di 40 chili? Si è tinto i capelli di biondo platino? Cosa ha in mente quel diavolo di Maradona, ci siamo detti tutti quando, neanche un mese fa, il 30 ottobre, aveva compiuto 60 anni.

Un compleanno importante ma anche assurdo perchè Diego non era un tipo da aver 60 anni. Non stava bene, aveva un coagulo al cervello, tanto da dover essere operato d’urgenza. Probabilmente era anche depresso. Ma ostinatamente lo si pensava sempre giovane, funambolico, smodato e bulimico, veloce come il vento, con quel piede sinistro incredibile che s’inventava delle cose che neppure lui stesso pensava. Troppo grande. Troppo grande. Troppo. Addio Diego, povero figlio del Barrio che era diventato re del mondo. Di quello calcistico, certo, ma c’è una differenza?

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L’Argentina lo piange come fosse morto un presidente. Basta dire che è morto Maradona e tutti rimangono sconvolti, a qualsiasi latitudine: perchè Diego, con le sue imprese estreme, ha fatto parte della vita di tutti noi, uomini e donne, napoletani e juventini, poveri e ricchi, tifosi e non tifosi, adulti e bambini, professori e ignoranti. Puoi non sapere chi siano stati Alliende o Mitterand, ma non puoi ignorare Diego Armando Maradona.

Maradona che fa dribbling pazzeschi, gol impossibili, gesti clamorosi. Maradona che abbraccia i compagni come un ragazzino felice. Che parla in terza persona come fosse una divinità. Un Dio casalingo da tenere sopra il muro come poster. O una immagine sacra. Un mito, appunto, cui tutto viene perdonato. Anche le peggiori sbandate: le donne, i mille figli lasciati per ogni continente, la cocaina, le feste con personaggi equivoci della camorra.

Ma alla fine lui era sempre Maradona, un bravo figlio come testimoniano tutti i compagni del Napoli che per lui, anche se arrivava ultimo agli allenamenti, avrebbero dato metà dello stipendio, che non era poco. Diego, dopo le sue notti brave, era infatti l’ultimo ad arrivare ma anche l’ultimo a lasciare il campo d’allenamento. Lui che era il Re del Calcio, voleva restare a giocare la partitella. Come i bambini all’oratorio. Fino a quando non lo portavano via. Perchè era fatto così: generoso, esuberante, senza freni inibitori. E poi come giocava: un fenomeno mai visto.

Addio a Diego Armando Maradona, aveva compiuto da poco 60 anni

I suoi compagni, Bagni, Bruscolotti, Careca, dicono e ridicono che Diego con una palla poteva fare qualsiasi cosa. Gli bastava quella da tennis, una palla di carta e di stracci, qualsiasi cosa vagamente rotonda. Una leggenda narra che Diego riuscì alla vigilia di un Napoli-Juventus a palleggiare con un boccino da biliardo. Sarà vero? Sarà falso? Non importa: importa che quel diavolo di Maradona avrebbe potuto farlo. Del resto, quasi da solo non aveva fatto vincere il Mondiale all’Argentina nel 1986 in Messico? Quel gol pazzesco, dopo una discesa pazzesca, fatto all’Inghilterra? Volava Diego, saltando come birilli tutta una muta di inseguitori che non riuscivano a fermarlo nemmeno a sparargli con un mitra.

Addio a Maradona, genio del calcio mondiale

Addio a Maradona, genio del calcio mondiale

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E la Mano de Dios? Quel gol segnato di mano, quindi irregolarmente, che però divenne un capolavoro di destrezza, degna opera di un talento sempre border line, sempre ai confini tra il lecito e l’illecito…Che mito, Diego Armando! Muore a 60 anni, una età in cui molti ricominciano un’altra vita, e ti fa accorgere come sia passato in fretta quel ventoso calcio degli anni Ottanta, quando noi ragazzi, giovani cronisti, si andava in quegli stadi così vecchi ma così caldi a seguire il Milan di Van Basten, l’Inter di Rummenigge, la Fiorentina di Socrates, l’Udinese di Zico. Era un altro mondo che voleva stare allegro nonostante le bombe, la mafia, il terrorismo che artigliava il paese. La grande festa del boom era ormai alle spalle ma l’Italia rialzava la testa. Antonello Venditti cantava “ci vorrebbe un amico” e Maradona era l’amico giusto (o l’avversario giusto) per dimenticare quello che non ti piaceva.

Maradona era il leader di quel Napoli che teneva testa al Milan di Berlusconi, alla Juventus di Agnelli e alla Roma di Viola. Un calcio già veloce, ma ancora romantico. E di quel calcio Diego era il suo profeta. Un profeta peccatore perchè nella sua immensità riusciva a permettersi degli “strapazzi” che nessuno avrebbe potuto reggere, ma solo per andare a timbrare in ufficio, non per giocare contro Gullit o Falcao. Maradona era la quint’essenza calcistica di Napoli. Mai una città si è incarnata in un calciatore come Napoli con Diego. Erano fatti l’uno per l’altra. Esagerati, appassionati, entrambi poveri ma anche ricchi. Piedi fatati, certo. Ma anche la forza di un toro. Rino Marchesi, tecnico del Napoli prima di Ottavio Bianchi, spiegava che Diego aveva nelle gambe una forza incredibile. Che da fermo riusciva a saltare sopra un muro alto più di un metro. Un numero da circo, e lui non brillava per altezza.

Dopo la fuga dall’Italia era difficile stargli dietro. Ogni volta ne inventava una. S’incontrava col Papa, coi leader del mondo, con Fidel Castro. Chissà cosa diceva a tutti questi potenti signori della Terra, ma qualcosa di interessante evidentemente gli diceva, perchè li ha incantati tutti. Aveva carisma, anche se la vita senza pallone non era la stessa di prima. S’inventava delle guerre personali, quella con Blatter, il potente presidente della Fifa. O con qualche altro potere forte contro cui scagliarsi. A volte aveva bisogno di un nemico, a volte di un amico.

Gli piacevano anche alcuni giornalisti, quelli “sinceri”, cioè quelli che erano amici suoi. Voleva bene, sempre a suo modo, anche a Galeazzi, detto “Bisteccone”per la sua mole che gli permetteva di svettare col microfono Rai negli affollatissimi post partita. Se pensi a Maradona e lo confronti con Ronaldo, ci si accorge subito di quanto tempo sia passato. Diego amava consumarsi nella popolarità. Ronaldo chi lo vede? Sta sui social, certo. Ma sono foto studiate per un “like”. Diego invece era un istintivo, figlio di poveri che voleva stare in mezzo alla gente che amava.

Raccontare Maradona è come raccontare una favola. C’è sempre qualcosa che si muove. Che non finisce. La sua rivalità con Pelè, per esempio. Non si amavano, anzi. Diego avvertiva nel brasiliano un vero rivale perchè era un mito non incrinabile dal tempo. Pelè non era un fenomeno televisivo come Maradona. Le sue imprese rimangono sfuocate, nella leggenda. E ai miti non piace che ci sia un altro mito a fargli ombra. Gli ultimi anni di Diego sono stati una sofferenza. I troppo strapazzi di gioventù non lo hanno risparmiato. Diete furibonde, tagli di 10 centimetri allo stomaco, un ginocchio che collassava, una caviglia con il 30 per cento di immobilità, il cuore scassato, una spalla operata ai legamenti.

Deve rinunciare a tutto. Al fumo, alle polverine, al cibo, alle donne. Al calcio aveva rinunciato già da un pezzo. Un re senza corona. Limita le apparizioni in pubblico. E poi deve inventarsi strani lavori allenando squadre improbabili che nessuno ricorda. L’ultima squadra che ha allenato è quella di un paese vicino a La Plata. Dalla sua modernissima casa, a Coronel Brandsen, Diego dirigeva gli allenamenti in smart working. Ma non aveva più la testa e la voglia. Non stava bene. Si sentiva stressato e il suo dottore, il neuropsichiatra Leopoldo Luque, lo definiva “un paziente non facile”. Stava in clinica ma era triste perchè sentiva che le cose non andavano bene. Lo capiva, non era diventato scemo. E tutti gli auguri, tutti i messaggi che gli arrivavano dal mondo per il suo 60esimo compleanno lo intristivano ancor di più. Temeva la pandemia, temeva tutto. Sentiva il rammarico di avere troppi figli che non poteva più vedere. Non era depresso. Aveva solo capito che la sua ultima partita stava finendo. E che dei minuti di recupero, ormai, non gli importava più niente.

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