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Adozione piena: alla Consulta il divieto di avere rapporti con la famiglia d’origine

Per la Suprema Corte, che analizza il caso di due “orfani speciali” del femminicidio, l’automatismo non consente di valutare l’interesse del minore. Oggi c’è solo il diritto a conoscere le proprie origini raggiunta la maggiore età.

di Patrizia Maciocchi

(Francesco Fotia / AGF)

4' di lettura

L’interruzione in automatico dei rapporti con la famiglia di origine, fino al quarto grado di parentela, in conseguenza dell’adozione legittimante, non è sempre nell’interesse del minore che deve essere valutato caso per caso. Con l’ordinanza interlocutoria 230, la Cassazione, solleva una questione di legittimità costituzionale della legge (184/1983) sull’affidamento e l’adozione, per la parte in cui, nel regolare l’adozione piena, prevede che siano rescissi i legami con la famiglia di origine, senza lasciare spazio a una valutazione in concreto. Per la Suprema corte una norma che non tiene conto del mutato contesto sociale ed è rimasta ferma nel tempo, salvo concedere la sola opportunità di conoscere le proprie origini, una volta raggiunta la maggiore età.

La cancellazione della famiglia d’origine

Un “rigore” giustificato dalla considerazione che, solo con la cancellazione della famiglia di origine, si realizza una piena tutela del minore che entra nel nuovo nucleo da considerare “biologico”. La Suprema corte chiarisce che la previsione, relativamente all’impossibilità di valutare il preminente interesse del minore, entra in contrasto con le norme costituzionali (articoli 2 e 3), con l’articolo 8 della Cedu, oltre che con la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo e con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Da qui la remissione alla Consulta, preso atto dell’impossibilità di dare una lettura della legge costituzionalmente orientata. Nell’ordinanza si sottolinea l’importanza del rinvio «per la rilevanza nomofilattica della questione, anche in considerazione della sua novità e forte attitudine a presentarsi in casi futuri».

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Gli “orfani speciali” dei femminicidi

Dal giudice delle leggi si attende dunque una risposta importante, per decidere anche, come sottolineato dal Procuratore generale, casi che riguardano gli “orfani speciali” dei femminicidi. Come quello alla base dell’ordinanza di ieri, in cui il padre è in carcere per aver ucciso la madre dei minori. Nell’impossibilità di trovare uno strumento alternativo all’adozione piena, come la mite o quella in casi particolari, i giudici dubitano che sia nell’interesse dei minori rescindere i legami con i nuclei originari e con componenti, anche diversi dai genitori, per superare un trauma, come la grave violenza assistita, che non avviene attraverso la rimozione. Per i giudici una delle esperienze più traumatiche che un minore possa vivere: la perdita immediata ed improvvisa del rapporto con entrambi i genitori, dovuta ad una «vicenda tragica ed inemendabile» . In questa e in altre situazioni analoghe, in cui la relazione con i genitori non sia più recuperabile e non ci siano figure effettivamente sostitutive nell’ambito dei parenti, il ricorso all’adozione piena può essere inevitabile. Questo tuttavia non esclude «che debba essere lasciata al giudice minorile - si legge nell’ordinanza - la possibilità di indagare in concreto se la definitiva recisione dei legami con i nuclei familiari di origine, all’interno dei quali il minore abbia vissuto la relazione con i propri genitori, sia una soluzione che corrisponda al suo interesse o vi arrechi pregiudizio».

Gli articoli della Carta violati

Ad avviso della Suprema corte l’automatismo entra in rotta di collisione, oltre che con le norme sovranazionali, con l’articolo 2 della Carta, perché non consente di mettere in campo tutte le energie affettive e relazionali - se considerate produttive di benefici dopo un rigoroso accertamento - che possono contribuire alla costruzione dell’identità e allo sviluppo equilibrato della personalità dei minori che hanno subito deprivazioni affettive di particolare gravità e impatto traumatico. Il contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, c’è invece perché la norma censurata crea una disparità di trattamento con altri modelli di genitorialità adottiva, per i quali non è previsto un divieto di legami con la famiglia di origine. Una disparità ingiustificata per i giudici di legittimità, che sarebbe opportuno sanare. La Cassazione ricorda anche come la giurisprudenza abbia da tempo intrapreso un percorso di avvicinamento delle norme in tema di adozione, «fondate su un sistema sostanzialmente monista (con il microsistema delle adozioni in caso particolare in posizione marginale, rispetto all’adozione legittimante) ad un sistema pluralistico che, valorizzando proprio le aperture normative dell’adozione in casi particolari, sia capace di adeguare i modelli di genitorialità adottiva alla molteplicità delle nuove situazioni che vengono ad emersione giurisprudenziale, sia che si tratti di situazioni legate ad una condizione di carenza di cure o di semi abbandono del minore; sia che si tratti di nuovi modelli di genitorialità sociale (coppie omoaffettive) cui dare riconoscimento e tutela».

L’avvicinamento di tutti i modelli di adozione

La Corte costituzionale, con la sentenza 79/2022 ha reso omogeneo lo statuto dei diritti del minore eliminando quasi interamente le differenze di tutela tra i vari modelli adottivi. Ora manca un «ulteriore tassello al consolidamento di un sistema di tutela realmente uniforme del minore, in mancanza del quale risultano violati i paradigmi costituzionali sopra illustrati». E l’ultimo passaggio che la Suprema corte chiede è la rimozione della rigidità imposta dall’adozione legittimante «in relazione alla cessazione dei rapporti con la famiglia di origine, intesa, con riferimento all’adozione piena, non solo in senso nucleare (i genitori od il genitore biologico) ma anche con riferimento ai parenti entro il quarto grado con il quale il minore abbia avuto rapporti significativi».

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