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Adozione, la sottomissione al marito violento non basta per togliere il figlio alla madre

La pronuncia di stato di abbandono del minore non può in alcun modo essere giustificata dalla sudditanza e dall’assoggettamento fisico e psicologico della madre alle violenze del padre

di Patrizia Maciocchi

(Francesco Fotia / AGF)

4' di lettura

Il giudice non può dichiarare un figlio adottabile basandosi solo sulla sudditanza fisica e psicologica della madre alle violenze del padre. Le Sezioni unite della Cassazione (sentenza 35110) chiamate in causa per fugare i dubbi sulla giurisdizione nella dichiarazione dello stato di abbandono di una minore, figlia di genitori moldavi e lei stessa cittadina moldava, non si limitano ad indicare il giudice competente, in quello italiano, ma entrano nel merito. Un passo fatto considerando la novità e l’estrema importanza della questione trattata e la necessità di agire in fretta, visto che c’era già stata una dichiarazione di abbandono. Per quanto riguarda la competenza del giudice italiano questa è affermata per due ragioni, pur essendo la minore cittadina moldava: l’Italia era il Paese di residenza della bambina e quello in cui era stato pronunciato il provvedimento oggetto di ricorso.

La passività della madre

I giudici di legittimità censurano poi la decisione della Corte d’Appello, che aveva dichiarato la minore in stato di abbandono, e dunque adottabile, dando un peso alla “passività” della madre di fronte alle violenze del marito, al quale faceva comunque vedere la figlia, tendendo a sottovalutare la sua aggressività malgrado una condanna dell’uomo per maltrattamenti in famiglia. Una sudditanza, ad avviso dei giudici di merito, che l’aveva indotta a ritirare la denuncia, per un’aggressione subìta in un supermercato, che le era costata un trauma facciale e una deviazione del setto nasale. La violenza dell’uomo era verbale nei confronti dei tre figli del primo matrimonio della ricorrente, chiamati “bastardi”, ma non era mai stata rivolta all’unica figlia della coppia convivente con i genitori. Per la Corte territoriale la madre aveva una personalità infantile, era incapace di recepire i bisogni della bambina, che veniva «sottoposta a fastidiose e non necessarie pratiche di pulizia, alle quali la piccola ha inevitabilmente cercato di sottrarsi». Per i consulenti mancava un valido contatto emotivo madre-figlia, con la prima che si limitava a giocare molto con la bambina, senza recepire le sue esigenze. Una personalità considerata infantile e con un livello cognitivo appena sufficiente.

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La vittimizzazione secondaria

Con questo quadro, e in assenza di figure apicali in famiglia in grado di prendersi cura della bambina, questa era stata dichiarata adottabile. Decisione che le Sezioni unite ribaltano, considerandola fondata soprattutto sulla sottomissione della madre al marito aggressivo. Il gioco e i lavaggi frequenti erano, infatti, tutt’altro che pregiudizievoli per la minore. Rispetto alle due figure genitoriali i giudici di legittimità arrivano ad opposte conclusioni, affermano l’inadeguatezza del padre, ma non della madre. Con la precisazione che «la capacità a svolgere il ruolo di genitore, non necessariamente sussiste, ed è riscontrabile, in entrambe le figure genitoriali». La donna aveva allevato tre figli, avuti da una precedente unione: tutti studiosi, ben educati e ben inseriti nel contesto sociale. La Suprema corte chiarisce che è evidente che lo stato di abbandono non si possa fondare «sullo stato di sudditanza in cui vive la madre per effetto delle reiterate e gravi violenze subite dal proprio partner».

Ad essere di ostacolo a questa conclusione c’è la Carta e c’è la normativa europea: dall’articolo 8 della Cedu, che afferma il rispetto alla vita privata e familiare, alla Convenzione del Consiglio di Europa sulla prevenzione della violenza contro le donne e la violenza domestica (Convenzione di Instabul del 2011), con la quale gli Stati si sono impegnati ad evitare la cosiddetta “vittimizzazione secondaria”. Una conseguenza, spesso riconducibile alle procedure messe in atto dalle istituzioni dopo una denuncia o l’apertura di un procedimento, che consiste nel far rivivere le condizioni di sofferenza a cui è stata sottoposta la vittima di un reato. La vittimizzazione secondaria - avvertono le Sezioni unite - è un rovescio della medaglia, tanto frequente quanto sottovalutata, presente soprattutto in casi di violenza di genere, che ha come effetto principale quello di scoraggiare la denuncia da parte della stessa vittima. Per il Supremo consesso non c’è dubbio che la dichiarazione di abbandono della piccola rientri a pieno titolo nella vittimizzazione secondaria, come effetto dell’assoggettamento in cui vive la madre a causa della violenza del marito. I giudici sono costretti a ricordare che la donna è una vittima e come tale va aiutata, ad iniziare dai supporti per far emergere una violenza a volte negata, come accaduto in occasione di una denuncia ritirata, per timore di ritorsioni.

No ai giudizi sommari degli esperti, sì ai fatti

Quanto all’adozione le Sezioni unite ribadiscono che questa deve essere l’ultima scelta, guardando sempre all’interesse del minore a restare nella sua famiglia d’origine. E le prove dell’abbandono devono essere legate a fatti gravi e concreti, tali da dimostrare il pregiudizio. Aderendo alle conclusioni della Corte d’Appello, precisa la Cassazione, si sposerebbe l’assioma secondo il quale per mettere un minore in stato di adozione, basterebbe riscontrare un atteggiamento di forza da una parte e di sottomissione dall’altra legati a fattori culturali, senza un’indagine approfondita delle due figure genitoriali. Vanno dunque banditi i giudizi sommari, anche se formulati da esperti della materia, mentre vanno messi in primo piano i fatti.

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