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Adyen, l’unicorno europeo dei pagamenti: «Nessuna acquisizione, il futuro si gioca sui servizi»

di Pierangelo Soldavini

4' di lettura

Dal nostro inviato

AMSTERDAM - È un mondo che cambia con grande rapidità quello dei pagamenti digitali. La fusione appena annunciata negli Usa tra Fis e Worldpay crea un colosso da 43 miliardi di dollari attorno all'infrastruttura su cui corrono i servizi di pagamento digitale con tutta la massa di dati connessi. E arriva un paio di mesi dopo un'altra aggregazione, di valore simile, tra Fiserv e First Data. Ma in Europa c'è un campione del fintech che prosegue sulla sua strada rifiutando qualsiasi ipotesi di consolidamento.

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L'olandese Adyen è una delle poche fintech davvero internazionali in un mercato come quello dei pagamenti che rimane ancora oggi molto frammentato a livello nazionale: «Non abbiamo alcuna intenzione di comprare altre società e non creeremo un nostro sistema di pagamento», afferma senza incertezze Pieter van der Does, Ceo e fondatore della società che annovera tra i suoi clienti colossi come Spotify, eBay, Uber e Facebook. Sono 3500 grandi clienti in tutto il mondo per cui Adyen gestisce l'intero processo di pagamento sia online che instore e mobile grazie a un’unica piattaforma proprietaria che integra più di 250 sistemi di pagamento e 50 valute globali.

«Molti sostengono che i pagamenti diventeranno una commodity e che la competizione si giocherà sul consolidamento e sulla capacità di ridurre i costi - sostiene il 49enne fondatore nell’ufficio che domina i docks di Amsterdam e che condivide con il cofondatore Arnout Schuiff e altri due manager, con scrivanie uguali a quelle di qualsiasi altro degli oltre 500 dipendenti della sede centrale (in tutto il mondo arrivano a 870), che hanno un'età media di 32 anni -: sono convinto che le acquisizioni in questo settore non portino benefici, anzi la pressione sui prezzi finisce per sfociare in confusione operativa, scarsa qualità e perdita per i merchant».

«Avanti da soli»

«Non abbiamo mai acquisito nulla e non abbiamo intenzione di comprare altre società, e neppure di creare un nuovo sistema di pagamento - prosegue van der Does -: siamo una società di pagamenti e la nostra chiave vincente è il sistema proprietario che ci permette di soddisfare le esigenze dei merchant nel creare un'interfaccia integrata modificabile in tempi rapidissimi. La forza di Adyen è la portata internazionale, una soluzione che gestisce la multicanalità e l’alto tasso di utilizzo della piattaforma che si concretizza nella semplicità dell'esperienza che offriamo ai clienti dei nostri merchant».

Il target di Adyen è rappresentato dai grandi merchant, tipicamente internazionali, con una strategia multicanale che hanno l'esigenza di presentare «un’esperienza uniforme attorno al pagamento che è l'elemento unificante, attraverso un'infrastruttura distribuita, di cui abbiamo il controllo completo, dal software alle soluzioni». Il 40% dei dipendenti è fatto di ingegneri che si occupano dello sviluppo del ciclo completo delle soluzioni e dell’esecuzione delle idee: «La nostra è una piattaforma unica che integra esperienze diverse, focalizzata sui merchant con esigenze più sofisticate, quelli più grandi: ma, con il passare degli anni, il marchio è sempre più riconosciuto e la coda lunga dei nostri utenti si estende anche alle medie aziende”, spiega van der Does.

Dallo scorso autunno Adyen è presente in Italia con una filiale, contando già su una serie di brand nazionali, una dozzina di merchant concentrati nel settore moda, da Etro a Brunello Cucinelli, da Benetton a Furla, con diversificazioni che vanno da Alitalia a Eataly Net a Cortilia.

Unicorno da 20 miliardi di euro

La competizione nel nuovo mercato dei pagamenti digitali non si gioca sul prezzo ma sulla funzionalità: «Il costo deve essere trasparente nella sua composizione, essere equo e rispecchiare il valore per il cliente in termini di riduzione delle frodi, ma anche delle persone dedicate al supporto clienti e al servizio pagamenti». Fin dalla nascita, nel 2006, Adyen ha infatti adottato una politica aperta e trasparente dei prezzi, con una fee per ogni transazione, che si riduce all’aumentare delle operazioni ed è più alta in caso di transazioni internazionali.

I numeri finora hanno dato ragione a van der Does: Adyen ha chiuso il 2018 con un fatturato di 349 milioni di euro – per il 60% in Europa – rispetto ai 218 dell’anno prima, con un Ebitda cresciuto dell’83% a 111,7 milioni nel secondo semestre. A conferma dell’espansione e delle prospettive il titolo è lievitato del 180% dall’Ipo dello scorso giugno con una capitalizzazione arrivata ormai a 20 miliardi di euro.

L’approccio rimane comunque lo stesso degli inizi: «È vero che non siamo più una startup, ma manteniamo uno startup mode in molti paesi dove siamo entrati da poco, ma anche qui, nel quartier generale, abbiamo mantenuto una mentalità incentrata sulla cultura dell’innovazione, sulle necessità di formare in continuo e di scommettere sulle persone», spiega il cofondatore all’interno di un ufficio che ci riporta nella Silicon Valley: open space, sale riunioni con distributori di caffè, un bar aperto in continuo con tavoloni che servono anche solo per fermarsi un attimo a chiacchierare, perchè, come ha scritto qualcuno con un gessetto, «le idee migliori nascono davanti a un caffè».

D’altra parte, «il successo è collettivo – conclude van der Does -: è mio come manager, ma anche dell’ingegnere e dello sviluppatore che sanno realizzare le soluzioni adeguate o dello stagista che ha l’idea giusta». Ed è messo nero su bianco in una delle otto massime della “formula Ayden”: «La vittoria è più importante dell'ego».

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