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Aerospazio, l’Italia è in prima linea

Il settore vale 450 miliardi e richiama investitori privati. Con il Pnrr opportunità per 200 Pmi. Roscio (Intesa Sanpaolo): il 92% di export da 5 poli

di Leopoldo Benacchio

 Gli echi dell’aggressione della Russia in Ucraina hanno fatto sentire i loro effetti anche sulla Stazione spaziale internazionale

4' di lettura

L’economia legata allo spazio riscuote interesse ogni giorno di più, sia nell’opinione pubblica che fra gli investitori che da qualche anno vedono diminuire in modo notevole i costi per entrare nel settore e aumentare le possibilità di ricavo in tempi accettabili. L’ingresso, massiccio negli Usa, dei privati ha poi cambiato, proprio grazie agli sviluppi tecnologici, le regole del gioco. Nel 2020, su scala mondiale, il settore valeva 450 miliardi di dollari, con un aumento del 7% annuo negli ultimi 10 anni, e Morgan Stanley lo quota fino a mille miliardi in 20 anni e altre stime sono ancora più ottimistiche.

L’interesse per lo spazio è sempre stato legato alle nazioni più importanti, per motivi militari in principio, poi per prestigio internazionale e infine con i servizi per il benessere dei cittadini. Ma sempre, alla base delle attività spaziali, c’è stato un movente e un interesse economico.

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La corsa della Cina

Negli anni gli attori sono aumentati e cambiati:i primi cinque stati nella classifica di finanziamento dello spazio da soli contribuivano al 91% della spesa nel 2001, nel 2021 erano all’83%, e questo ci dice già quanti nuovi attori investono. Gli Usa sono sempre primi per la spesa, ma la Cina, in questi 20 anni, è salita dal quarto al secondo posto.

L’interesse si è spostato, negli ultimi 10 anni, dai pochi grandi e potenti, ma costosi e pesanti, satelliti in genere di agenzie statali, a una miriade di molto meno potenti ma molto economici piccoli satelliti che hanno permesso l’entrata in scena di capitali privati. Piccoli satelliti che non sono più, nella pratica, prototipi unici, o quasi, ma sempre più piattaforme su cui costruire applicazioni.

Certamente questo scenario comporta due aspetti importanti: la sostenibilità di progetti che sparano in cielo migliaia di satelliti che si affollano nella stessa zona e la traballante legislazione che regola lo spazio, risalente alla fine degli anni 60 e neppure sottoscritta da tutti gli Stati. L’aumentata circolazione in orbite molto vicine accresce inoltre il problema già gravissimo dei pericolosissimi detriti spaziali in quelle zone.

I problemi sono ben noti e, per andare oltre nell’economia dello spazio, occorrerà risolverli, anche in vista dello scottante problema dei diritti di sfruttamento o proprietà, che già diversi Stati hanno unilateralmente alterato rispetto alla legislazione stabilita negli anni 60, come Usa, Lussemburgo ed Emirati Arabi. I problemi sono quindi parecchi, ma altrettanto importanti sono le opportunità in questo campo.

Italia a filiera completa

Per il nostro Paese potrebbe essere un momento molto favorevole, se si riuscirà a stabilire una governance chiara e stabile, che negli ultimi anni è mancata.

L’Italia infatti ha la filiera completa del settore spaziale: dalla costruzione e operazione di razzi vettori, alla costruzione di satelliti, acquisizione di dati dallo spazio e gestione di immagini e big data.

Accanto alle grandi imprese del settore, come Thales Alenia Space e Telespazio, entrambe partecipate da Leonardo, esistono comunque comparti specializzati in cui fioriscono imprese piccole o medie che crescono anche in altri settori. Si può fare l’esempio di D-Orbit, nata per tentare di diminuire, se non risolvere, il problema dei detriti spaziali e ora presente a livello internazionale nel campo della logistica spaziale, in notevole espansione.

Il 92% dell’export da 5 distretti

Le potenzialità del settore italiano, che esporta il 7% della produzione, quarto posto dopo Usa, Francia e Germania, è chiara anche al settore finanziario nazionale: «L’aerospazio è uno dei settori dell’economia in cui l’Italia può ambire a una leadership a livello mondiale. Dal nostro osservatorio sui cinque poli aerospaziali regionali identificati e monitorati dalla Direzione Studi e Ricerche nell’ambito dei distretti industriali, rileviamo che il 92% dell’export italiano del settore è generato dalle imprese dislocate nei cinque poli regionali in Lombardia, Piemonte, Lazio, Puglia e Campania con realtà di dimensioni medie in crescita» afferma Anna Roscio, responsabile direzione Sales & Marketing Imprese Intesa Sanpaolo.

L’Italia, d’altra parte, è uno dei pochi Paesi ad avere un budget per lo spazio di almeno un miliardo e contribuisce per 2,3 miliardi di euro all’Agenzia spaziale europea. In questo momento, poi il Pnrr prevede 2 miliardi per lo spazio, il cui fine verrà individuato dall’Italia e verranno gestiti per noi da Esa. «Per contribuire attivamente alla realizzazione del Pnrr, abbiamo messo a disposizione oltre 400 miliardi di euro fino al 2026, di cui 120 destinati alle Pmi con particolare attenzione al settore aerospaziale cui pensiamo di destinare fondi aggiuntivi per ricerca e innovazione. Un esempio concreto è l’accordo recente con il Distretto Tecnologico Aerospaziale della Campania, che prevede investimenti in ricerca, servizi tecnologici e valorizzazione delle filiere produttive. Supporteremo gli imprenditori del comparto con consulenza industriale sui progetti e mettendo a disposizione linee di credito specialistiche come Nova+ Space&Security, il finanziamento per investimenti in tecnologie innovative, brevetti e know-how», conclude Roscio. Gli esempi fra le oltre 200 Pmi italiane non mancano, da industrie che hanno una storia lunga un secolo, come Avio che si è quotata in borsa, alla veneta Zoppas Industries, principale produttore di resistenze elettriche e sistemi per elettrodomestici, che riscalda, con i suoi prodotti, centinaia di satelliti in orbita.

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