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Afghanistan e Iraq, il ritiro degli Usa lascerà un vuoto pericoloso

La conferma del disimpegno americano da parte di Donald Trump, a due mesi dall’insediamento del nuovo presidente, appare una decisione frettolosa e mal ponderata

di Roberto Bongiorni

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Un soldato americano di pattuglia a Jellawar, Afghanistan, in un’immagine del settembre 2010 (Afp)

La conferma del disimpegno americano da parte di Donald Trump, a due mesi dall’insediamento del nuovo presidente, appare una decisione frettolosa e mal ponderata


2' di lettura

I militari americani sono davvero utili in un teatro di guerra? Forse nessuno meglio delle milizie curdo siriane (le Ypg) potrebbe rispondere a questo quesito.

Il disastroso ritiro dei marines dal Nord della Siria

Loro ricordano bene il 6 ottobre del 2019, quando Donald Trump annunciò il ritiro di tutti i mille soldati americani stanziati nel Nord della Siria. Nei precedenti sette anni quel territorio era stato amministrato con successo dai curdo siriani, i migliori alleati dell’Occidente nella guerra contro l’Isis. Che ricordano altrettanto bene cosa accadde subito dopo il ritiro dei marines.

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L’esercito turco diede il via a una grande offensiva, spazzando via le postazioni delle Ypg e occupando un’ampia fascia di sicurezza nella Siria del nord. Sul fronte opposto le truppe siriane, appoggiate dai russi, e dalle milizie iraniane, avanzarono per non perdere terreno. Il sogno di una regione autonoma curda tramontò. Erano solo mille i soldati americani. Eppure il loro effetto deterrente aveva funzionato con efficacia.

A meno di due mesi dall’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, Trump ha riconfermato un’altra riduzione dei militari Usa su tre fronti: Iraq (da 3.000 a 2.500), Afghanistan (da 4mila a 2.500) e Somalia (-600). Aveva promesso di ritirarli tutti, possibilmente entro Natale, e ora vuole esser di parola (almeno in parte) davanti ai suoi elettori. La decisione appare tuttavia frettolosa e mal ponderata. Per non vanificare del tutto gli sforzi profusi in passato, e i sacrifici, anche in termini di vite umane, il ritiro di un contingente militare andrebbe concertato con gli alleati e accompagnato da un programma preciso.

Il pericolo che fallisca l’accordo con i Talebani

Non sembra questo il caso. Prendiamo l’Afghanistan. Il Paese dove gli Stati Uniti combattono la loro guerra più lunga di sempre è tutt’altro che stabilizzato. Certo, cogliendo il mondo di sorpresa, lo scorso febbraio Trump ha annunciato un accordo con i talebani. In sostanza il Pentagono ritira i soldati e gli insorti si impegnano a non ospitare gruppi estremisti islamici, come al-Qaeda e l’Isis, garantendo al tempo stesso di avviare negoziati con il loro nemico, il Governo di Kabul, per una spartizione del potere.

Secondo gli accordi, gli Usa completeranno il ritiro nel maggio del 2021 solo se i talebani avranno soddisfatto le richieste della Casa Bianca. Questi sono i punti cardine di un patto che non è stato ancora finalizzato nei dettagli. Ritirare prima i soldati equivale perder forza negoziale. Il dialogo con Kabul è iniziato, ma procede a rilento, gli scontri con i talebani continuano.

Consegnare l’Iraq in mano agli Ayatollah iraniani

In Iraq la riduzione delle truppe sarà più modesta. Ma anche in questo caso ritirare tutti i militari prima di un accordo definito con le autorità di Baghdad significa consegnare le chiavi dell’ex regno di Saddam Hussein in mano all’Iran. Che già esercita una forte influenza su Baghdad. Tanto da condizionarne le scelte politiche.

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