L'accordo con i talebani

Afghanistan, l’onorevole ritiro dalla guerra che gli Usa non possono vincere

di Roberto Bongiorni


L'Italia via dall'Afghanistan

4' di lettura

In 17 anni di guerra, la più lunga mai combattuta dagli Stati Uniti, così vicini a un'intesa non ci erano mai andati. Eppure, se avessimo dovuto dar retta alle parole del presidente americano Donald Trump, con i Talebani si doveva solo combattere. Soltanto 11 mesi fa, dopo la scia dei brutali attentati che sconvolsero Kabul (gennaio 2018), Trump perse la pazienza: «Non vogliano parlare con i Talebani. Un giorno potrebbe arrivare il momento per farlo. Ma dovrà passare molto tempo».

I colloqui di Doha
Gli americani invece ci hanno parlato, e molto. In verità non hanno mai smesso di farlo. Fino all'ultimo e intenso round di colloqui, tenutisi a Doha in Qatar la scorsa settimana. Dopo sei giorni di trattative la delegazione americana e quella dei Talebani hanno trovato un'intesa di principio per un accordo quadro sulla pace in Afghanistan, un accordo che, una volta finalizzato, potrebbe preludere al ritiro dei 15mila militari americani dispiegati in Afghanistan (quasi tutti con compiti di addestramento) e quindi anche dei contingenti degli altri Paesi, tra i quali l'Italia.

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Il ritiro dei militari italiani
Non sembra una coincidenza che il ministro della Difesa Elisabetta Trenta abbia annunciato ieri di aver dato mandato per valutare le modalità di rientro del contingente italiano. Un piano che tuttavia lo stesso ministro italiano degli Esteri, Enzo Moavero, ha detto di non conoscere.
I militari italiani schierati in Afghanistan sono circa 800, quasi tutti a Herat. Fanno parte della missione Resolute support ed i loro compiti sono dunque di assistenza e di addestramento delle forze armate afghane. Entro poche settimane dovrebbero essere rimpatriati altre 100 unità. Ma al di sotto dei 700 militari la natura e la struttura della missione rischia di essere compromessa, anche sull'aspetto della sicurezza.

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L'esercito di Kabul ancora impreparato
Considerando i fallimenti precedenti, la cautela resta d'obbligo. A Doha, al posto degli Stati Uniti (o assistito da loro) avrebbe dovuto esserci il Governo afghano, che dopo il ritiro del contingente Nato, a fine 2014, sta cercando con difficoltà il compito di portare avanti la guerra contro gli insorti senza troppo successo.
L'esercito afghano non è ancora così forte da poter vincere la guerra. I Talebani non sono così indeboliti da perderla (tutt'altro). Si è creata dunque una situazione di caotico stallo, un terreno fertile per i nuovi gruppi estremisti, Isis in testa. Ed è questa la maggiore minaccia. Per gli Stati Uniti, per il Governo afghano, ma, anche in misura minore, anche per gli stessi Talebani. Che i gruppi dell'Isis si rafforzino a tal punto in queste aree da poter sviluppare la capacità di organizzare attentati all'estero

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I punti fragili dell'accordo
Il problema è che i Talebani si rifiutano ancora di instaurare un dialogo diretto con il Governo afghano, guidato dal presidente Ashraf Ghadbi. Ai loro occhi l'Esecutivo di Kabul è una marionetta che prende ordini dall'estero. Ghani, politico sostenuto con forza dalla comunità internazionale, ma non altrettanto popolare in Afghanistan, è da sempre un sostenitore dei colloqui con gli insorti. Anche ieri ha dunque fatto appello ai Talebani affinché si convincano ad avviare “colloqui seri con il governo”
Ed è quello che prevede la bozza sull'accordo di pace resa nota dallo stesso Almay Khalizad, il rappresentante Americano per la riconciliazione in Afghanistan.
Il documento è complesso ma si regge su due pilastri; gli Stati Uniti chiedono ai Talebani di impedire che l'Afghanistan “diventi (o torni ad essere, come accadde nel periodo 1996-2001) una piattaforma per gruppi terroristici internazionali” come l'Isis o al Qaeda. In cambio, gli americani si impegnano a ritirare le truppe dal Paese. Ma solo dopo che vi saranno stati ulteriori negoziati diretti tra i talebani e il governo di Kabul.

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Afghanistan: una sconfitta o un onorevole ritiro?
Nel conflitto afghano, ormai definibile come “la guerra che non si può vincere”, lo scenario sembra improvvisamente cambiato. Solo 11 mesi fa Trump aveva reso noto la sua nuova strategia; puntare ad una “vittoria finale”. Era subito apparso un obiettivo improbabile. I 15mila addestratori americani presenti in Afghanistan avrebbero dovuto fare molto meglio dei 150mila soldati (quasi tutte truppe da combattimento) del Contingente Nato dispiegati nel 2009-2010. Quell'immane dispiegamento di militari stranieri non fu sufficiente a debellare la minaccia dei Talebani.
Ma Trump non vuole più militari americani in aree dove non sono coinvolti direttamente, e in misura importante, gli interessi degli americani. In Siria ha già ordinato il ritiro delle truppe, 2mila marines, stanziate nelle zone nordorientali a fianco delle milizie curdo-siriane (Ypg).
Raggiungere uno pseudo accordo con i Talebani – la cui tenuta è tutta da verificare - appare lo strumento migliore per far cercare di far passare quella che è una cocente sconfitta come una ritirata onorevole.

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