Interventi

Afghanistan, perché Biden aveva ragione

di Charles A. Kupchan

(Epa)

4' di lettura

WASHINGTON, DC – È stato straziante assistere al dilagare dei talebani in Afghanistan che nel giro di pochi mesi ha vanificato due decenni di sforzi del popolo afghano e della comunità internazionale per costruire uno stato dignitoso, sicuro e funzionante. La loro sbalorditiva invasione del paese si è conclusa domenica scorsa con l'ingresso a Kabul, che ha spinto alla fuga il presidente Ashraf Ghani.

La conquista praticamente incontrastata dell'Afghanistan da parte dei talebani solleva ovvi interrogativi sull'opportunità della decisione del presidente americano Joe Biden di ritirare le forze statunitensi e di coalizione dal paese. Paradossalmente, però, la rapidità e la facilità con cui è avvenuta l'avanzata talebana non fanno che confermare che Biden ha preso la decisione giusta e che non dovrebbe invertire la rotta.

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L'inefficienza e il crollo delle istituzioni militari e di governo afghane sostanziano in gran parte lo scetticismo di Biden sul fatto che gli sforzi degli Stati Uniti per sostenere il governo di Kabul avrebbero potuto favorire una sua autonomia. La comunità internazionale ha speso quasi vent'anni, molte migliaia di vite e trilioni di dollari per il bene dell'Afghanistan – smantellando al-Qaeda, respingendo i talebani, sostenendo, consigliando, addestrando ed equipaggiando l'esercito afghano, rafforzando le istituzioni di governo e investendo nella società civile.

Progressi ne sono stati fatti, ma non abbastanza. Come la rapida avanzata dei talebani ha dimostrato, neanche due decenni di supporto costante sono riusciti a creare delle istituzioni in grado di mantenere la situazione nel paese sotto controllo. Ciò è dipeso dal fatto che la missione presentava un vizio di fondo sin dal principio, vale a dire l'idea folle di cercare di trasformare l'Afghanistan in uno stato unitario centralizzato. La difficile topografia del paese, la sua complessità etnica e le intese tribali e locali generano una perdurante frammentazione politica. Il suo territorio turbolento e l'ostilità verso le interferenze estere rendono l'intervento straniero assai rischioso.

Queste condizioni ineluttabili hanno fatto sì che qualunque tentativo di trasformare l'Afghanistan in uno stato moderno fosse destinato a fallire. Biden ha avuto ragione nel compiere la difficile scelta di ritirarsi e di porre fine a un vano sforzo di realizzare un obiettivo irraggiungibile.

La tesi del ritiro è altresì rafforzata dal fatto che, pur non essendo riusciti nell'impresa di costruire la nazione, gli Stati Uniti hanno comunque raggiunto il loro obiettivo strategico primario: prevenire futuri attacchi all'America o ai suoi alleati provenienti dal territorio afghano. Gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione hanno decimato al-Qaeda in Afghanistan e Pakistan. Lo stesso vale per il ramo afghano dello Stato Islamico, che si è dimostrato incapace di lanciare attacchi transnazionali dall'Afghanistan.

Nel frattempo, gli Usa hanno creato una partnership globale per combattere il terrorismo a livello mondiale, condividere l'intelligence pertinente e rafforzare le difese interne contro gli attentati. Gli Stati Uniti e i loro alleati sono oggi bersagli molto più difficili da colpire di quanto non lo fossero l'11 settembre 2001. Al-Qaeda non è più riuscita a compiere attentati di vaste proporzioni all'estero da quelli di Londra nel 2005.

Non vi è, ovviamente, alcuna garanzia che i talebani non torneranno a offrire rifugio ad al-Qaeda o gruppi simili, ma questo risvolto è altamente improbabile. I talebani se la sono cavata bene da soli e hanno poche ragioni per rilanciare la loro partnership con soggetti come al-Qaeda. Essi vorranno, inoltre, mantenere un certo grado di legittimità e sostegno internazionale reprimendo la tentazione di accogliere gruppi che cercano di organizzare attacchi terroristici contro potenze straniere. Fra l'altro, tali gruppi sono poco incentivati a cercare di riorganizzarsi in Afghanistan quando possono farlo più facilmente altrove.Infine, Biden fa bene a ribadire la sua decisione di porre fine alla missione militare in Afghanistan perché ciò rispecchia la volontà dell'elettorato americano. La stragrande maggioranza degli americani, sia democratici che repubblicani, è stufa delle “guerre infinite” in Medio Oriente. Il populismo illiberale che ha portato all'elezione di Donald Trump (e alla sua quasi rielezione) è emerso in parte in risposta a un intervento americano in Medio Oriente che si è spinto troppo oltre. Sullo sfondo di decenni di malcontento economico tra i lavoratori statunitensi, esacerbato dall'impatto devastante della recente pandemia, gli elettori vogliono che i soldi delle loro tasse finiscano in Kansas, non a Kandahar.

Il successo di Biden nel rimettere in sesto la democrazia americana dipende principalmente dalla realizzazione di investimenti interni; i progetti di legge sulle infrastrutture e sulla politica sociale attualmente al vaglio del Congresso sono passi critici nella giusta direzione. Ma anche la politica estera conta. Impegnandosi a perseguire una “politica estera per la classe media”, Biden deve adottare una linea che goda del sostegno dell'opinione pubblica americana.

L'Afghanistan merita il sostegno della comunità internazionale nel prossimo futuro, ma la missione militare a guida americana ha fatto il suo tempo. Purtroppo, il meglio che la comunità internazionale possa fare al momento è contribuire ad alleviare le sofferenze umanitarie e spingere gli afghani a puntare alla diplomazia, al compromesso e alla moderazione mentre il loro paese cerca un equilibrio politico pacifico e stabile.

Charles A. Kupchan, senior fellow presso il Council on Foreign Relations, è professore di affari internazionali alla Georgetown University e autore del libro Isolationism: A History of America's Efforts to Shield Itself from the World.

Copyright: Project Syndicate, 2021.

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