La guerra infinita

Afghanistan, talebani alle porte di Kabul. Ghani all’angolo, rischio crisi umanitaria

Gli afghani sembrano rassegnati al ritorno delle milizie islamiche nella capitale, dove i Paesi occidentali hanno cominciato l'evacuazione dei diplomatici. Il presidente Ghani non ha più carte da giocare. La popolazione sta vivendo ore drammatiche

di Roberto Bongiorni

Afghanistan, talebani vicini a Kabul

4' di lettura

Gli afghani ormai paiono rassegnati. Nessuno, all'estero o in Afghanistan, sembra in grado di evitare ciò che ormai è considerato inevitabile: il ritorno dei talebani anche a Kabul. Perfino la Casa Bianca pare rassegnata. L'avvio dell'evacuazione dell'ambasciata ne è la conferma. Anche Mazar-e-Sharif, la quarta città dell'Afghanistan popolata dall'etnia uzbeka, è caduta. La città strategica, vicino al confine con l'Uzbekistan, su cui comandava il feroce signore della guerra Abdul Rashid Dostum, alleato del Governo di Kabul, doveva rappresentare un bastione della resistenza. La sua capitolazione è avvenuta in poco più di mezza giornata, con sporadici combattimenti. Anche stavolta i soldati di un esercito allo sbando hanno preferito ritirarsi.

Ghani all’angolo

In poco più di una settimana le milizie talebane hanno conquistato 16 dei capoluoghi dei 34 distretti afghani (quattro restano le città contese) e ora si trovano alle porte della capitale Kabul. Il presidente afghano Ashraf Ghani ormai è chiuso in un angolo, impotente davanti al collasso dell'esercito. Quasi braccato. L'uomo su cui puntava l'Occidente per dar forma al “Nuovo Afghanistan” sembra non saper che pesci prendere. Con i talebani arrivati alle porte di Kabul, e i soldati americani sbarcati all'aeroporto della capitale (ma solo per guidare l'evacuazione dell'ambasciata e degli afghani che lavoravano per gli Usa) le parole del presidente afghano alla nazione riflettono il clima di confusione che regna non solo in Afghanistan, ma anche in seno al suo Governo, ormai diviso da lotte intestine e divorato dalla corruzione.

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Prima Ghani ha fatto appello alla «rimobilitazione» delle forza armate, definendola una «priorità assoluta». Quelle forze armate che però si sono sfaldate davanti all'avanzata talebana. Parole, le sue, che potevano preludere a un tentativo - disperato - di resistere. Poi ha aggiunto: «Non lascerò che la guerra imposta al popolo causi la morte di altre persone innocenti, la scomparsa delle conquiste degli ultimi 20 anni, la distruzione di strutture pubbliche e la continuazione dell'instabilità». Infine ha dichiarato di aver avviato «consultazioni» all'interno del Governo, con leader politici, partner internazionali, per trovare «una soluzione politica che garantisca pace e stabilità al popolo afghano». Probabilmente Ghani allude a consultazioni volte al dialogo per un nuovo Governo di unione. Lo aveva proposto già alcuni giorni fa.

Nonostante la sua situazione ormai disperata, non ha tuttavia mostrato intenzione di dimettersi. Ma, come alcuni giorni fa, le sue parole difficilmente smuoveranno i talebani. La loro condizione, così come quella del Pakistan, Paese che ospita buona parte della leadership talebana e i cui servizi segreti sono sospettati di aver offerto un importante sostegno alla loro avanzata, sono proprio le dimissioni di Ghani. Altrimenti la guerra.

L’evacuazione delle ambasciate

Intanto diversi Paesi stanno accelerando i piani per l'evacuazione delle ambasciate. L'Italia ha avviato le procedure per il rientro del personale dell'ambasciata (resterà, come per altri Paesi, un presidio diplomatico all'aeroporto di Kabul), disponendo un ponte aereo per i connazionali rimasti. Danimarca e Norvegia hanno già chiuso le loro rappresentanze. Spagna, Svezia e Germania potrebbero farlo presto. Come diversi altri Paesi. Corre voce che in alcune ambasciate i funzionari stiano procedendo alla distruzione dei documenti sensibili. Mosca ha invece precisato che la sua ambasciata resterà aperta. Per ora.

La strategia dei talebani

I talebani non vogliono ripetere l'errore commesso durante la guerra civile, dal 1992 al 1996. Non vogliono prendere Kabul prima di controllare tutto l'Afghanistan settentrionale, dove in passato non erano mai riusciti a espugnare alcune regioni. Con la vittoria a Mazar-e-Sharif, stanno realizzando il loro disegno. Ora sono in grado di chiudere l'assedio alla capitale, in attesa che gli americani completino le operazioni di evacuazione. Forse dovranno attendere un poco più del previsto. La decisione di far ritornare i marines a Kabul - in tutto 3mila - rischia di far slittare i tempi per il ritiro completo dei militari, fissato al 31 agosto.

I bombardamenti americani che ieri hanno colpito l'aeroporto di Kandahar, uccidendo diversi miliziani, non sembrano aver influito sulla strategia e sulla determinazione dei taleabani. La popolazione della capitale vive ore drammatiche. I talebani hanno promesso «un'amnistia generale» per chi ha collaborato con il Governo o con le «forze occupanti», chiarendo che non saranno toccati i diplomatici stranieri e garantendo per la sicurezza delle proprietà private e imprenditoriali. Ma molti abitanti non sembrano credere alle promesse di chi in passato si è macchiato di gravissime atrocità e che sta già imponendo leggi medievali e punizioni corporali, fino alle amputazioni per alcuni reati e alle esecuzioni, in alcune delle zone rurali da poco riconquistate.

Rischio crisi umanitaria

Davanti a una capitolazione che molti afghani temono sia inevitabile, a Kabul si nascondono i libri e si tirano fuori i Burqa. Centinaia di Ong, internazionali ed afghane, ora temono che vadano in fumo le fatiche di 20 anni, coronate da tanti progressi, soprattutto sul fronte dell'istruzione, dell'emancipazione delle donne e della modernizzazione. Ma alle emergenze non sembra esserci fine. Perché il rischio di una nuova crisi umanitaria è concreto. Finora, secondo l'Onu, più di 250mila persone sono state costrette a lasciare le loro case. Una stima prudente. Molti di loro si sono rifugiati a Kabul, nei parchi o in alloggi di fortuna. Se Ghani opporà resistenza e i talebani decideranno di prendere Kabul con la forza, si rischierà una carneficina e un disastro umanitario.

Un terreno fertile per un'accelerazione della Pandemia di Covid. Nessuno, o quasi, di questo esercito di disperati in fuga dalla guerra, che affollano i giardini della capitale, indossa la mascherina. A Kabul l'ossigeno è una rarità. A peggiorare il quadro c'è l'assurdo divieto dei talebani, in diverse aree da loro conquistate, a proseguire la campagna di vaccinazione. Ma agli occhi degli afghani, il Covid è solo una delle tante preoccupazioni. Probabilmente non la più grave.


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